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Salute delle persone che usano droghe e salute mentale (lettera aperta)

Al Ministro della Salute
Alla Presidenza conferenza stato-regioni
All’AGENAS

 

 

Oggetto: salute delle persone che usano droghe e salute mentale

 

Apprendiamo con sorpresa e preoccupazione, da una bozza di un documento dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) l’ipotesi di inserire, le dipendenze e in generale le competenze dei servizi rivolti alle persone che usano droghe, all’interno della Salute Mentale.

Consideriamo questa proposta completamente anacronistica e pericolosa e, tra l’altro, inopportunamente lanciata proprio quando si sta organizzando la Conferenza Nazionale sulle Droghe, indetta dopo dodici anni, che dovrà riflettere anche sul sistema dei servizi.

Risale alle leggi Sanitarie del 1933 l’assimilazione tra malattia mentale e “intossicazione da sostanze stupefacenti” che aveva come riferimento la legge manicomiale del 1904 sulla base dell’idea che all’epoca si aveva del fenomeno, non ancora particolarmente diffuso tra la popolazione.

Ma fin dal 1975 quando il fenomeno si stava diffondendo e delineando nella sua specificità, la legge n. 685, prima normativa organica sulle droghe, identificava un’area autonoma di intervento dei servizi nell’ambito di una politica complessiva di intervento sulle diverse e specifiche componenti del fenomeno. Così successivamente con il DPR n. 309/90 si manteneva lo stesso orientamento articolando più precisamente la configurazione dei servizi e le relazioni con gli enti del Terzo Settore e, infine, l’Atto di Indirizzo della Conferenza Stato Regioni del 21/1/99, identificava il Dipartimento come modello organizzativo più adeguato delegando alle Regioni la scelta del suo livello di articolazione.

Il vero nodo delle leggi più recenti sulle droghe era ed è la progressiva pervasività del sistema penale che, paradossalmente rende l’area degli interventi e dei servizi rivolti alle persone che usano droghe ancora più specifica in quanto questa si confronta con incarcerazioni di massa e gli stigmi associati e con i processi di patologizzazione e di istituzionalizzazione di un fenomeno che ha radici sociali e culturali. E non vorremmo che si aggiungesse a questi processi anche, dopo quasi un secolo, il ritorno della psichiatrizzazione diffusa delle persone che usano droghe.

Dagli anni ’80, da quando è stato creato un sistema di servizi per le dipendenze sull’intero territorio nazionale, il fenomeno delle droghe ha attraversato cambiamenti sostanziali: si è fortemente articolato e reso complesso, moltiplicando i modelli di uso e di consumo in una pluralità di contesti, dalla marginalità al divertimento e alle aree socialmente integrate di tutte le età e generi. I contesti, il setting, si affermano come centrali per comprendere la natura del fenomeno e le prospettive politiche e degli interventi.

Una tale complessità e specificità richiede, un ambito di politiche e di interventi specifico e articolato che non può essere confinato, come vorrebbe l’Agenas, nel modello del disagio e in generale nella salute mentale che ha un’area altrettanto complessa ma con caratteristiche chiaramente diverse.

La riduzione delle politiche sulle droghe a questione psichiatrica o anche di salute mentale, per questi motivi, determinerebbe un significativo ridimensionamento e compressione degli interventi e delle attività di servizio realizzati nelle carceri e verso i cittadini liberi. In particolare, darebbe uno stop al lavoro della miriade dei servizi innovativi impegnati a riadeguare il sistema alle nuove domande posta dai cambiamenti. Ci riferiamo alle esperienze ampie e diversificate Riduzione del Danno e Limitazione dei Rischi (RdD/LdR) oggi inserite nei LEA, molto frequentemente realizzate in integrazione con il Terzo Settore, fino alle pratiche di servizio volte al superamento del modello patologico e cronicizzante all’interno di molti Serd e, ancora, alle numerose esperienze di prossimità realizzate nell’area delle Comunità di Accoglienza. Si prefigurerebbe, cioè, l’interruzione o comunque il ridimensionamento di tutti quei processi che nel corso degli anni sono stati promossi per depenalizzare, decriminalizzare e depatologizzare le persone che usano droghe e per adeguare il sistema degli interventi all’altezza dei tempi.

Del resto, le esperienze di unificazione dei due servizi sperimentate in diverse regioni italiane hanno evidenziato che si è trattato di una operazione di management finalizzata al contenimento della spesa. Non c’è alcuna evidenza pratica che l’accorpamento abbia significato un miglioramento dei percorsi assistenziali per le persone in carico ai due servizi. Difatti si è dimostrato un processo che ha messo, fittiziamente, due servizi, storicamente differenti, nello stesso contenitore creando non già un’integrazione ma solo due percorsi paralleli.

Ma, ancora più pesante è la scelta di voler omogeneizzare sul territorio nazionale esperienze diverse in assenza di un dibattito, approfondito e trasparente, tra tutti gli operatori dei due settori.

Inoltre, se questa ipotesi inadeguata e pericolosa, dovesse essere accolta dal Ministero della Sanità e dalle Regioni, ci troveremmo di fronte a un considerevole passo indietro verso quella psichiatrizzazione dei fenomeni sociali, che proprio la salute mentale italiana nata dalla deistituzionalizzazione dei manicomi, si è impegnata storicamente a combattere. In conclusione, una riduzione dei diritti delle persone che usano droghe e vivono altre dipendenze.

Pensiamo che tra la Salute Mentale e la Salute delle Persone che usano Droghe o con una dipendenza comportamentale, sia necessario una collaborazione sulle problematiche di confine dei due sistemi di servizi, ma mantenendo la piena autonomia sulle realtà più specifiche di azione e di intervento di ognuna che corrispondono ad aree diverse di bisogno dei cittadini.

Nelle regioni nelle quali tale modello di inglobamento nella salute mentale è stato sperimentato, non è un caso, si sono create frequentemente conflittualità tra i due sistemi, il ridimensionamento dei servizi e la limitazione delle risorse destinate agli interventi rivolti alle persone che usano droghe e che vivono altre dipendenze.

L’esigenza di un Dipartimento autonomo sul piano gestionale e organizzativo, che si occupi in modo ampio della Salute delle Persone che usano Droghe e con altre Dipendenze, non è legata a logiche corporative o di potere ma all’esigenza di offrire prestazioni adeguate ad una fascia di bisogno ben definita della popolazione. Il modello di un Dipartimento autonomo, inteso come un sistema flessibile e aperto permette di introdurre le innovazioni e i cambiamenti necessari nel modello organizzativo e culturale attuale ancora legato agli anni ’80 per promuovere un sistema di interventi e azioni differenziate e plurali in grado di rispondere ai diversi modelli di uso e di consumo in continua evoluzione, ampliando l’integrazione e la coprogettazione tra Pubblico e Terzo settore.

Sulla base di queste considerazioni chiediamo, in primo luogo al Ministro della Sanità e alla Conferenza Stato-Regioni che la cabina di regia per il patto della Salute non prenda in considerazione questa ipotesi. Nello stesso tempo chiediamo di riscrivere in modo organico la sezione riferita al Sistema dei Servizi rivolti alle Persone che usano Droghe e con altre Dipendenze con un nuovo testo discusso con le organizzazioni degli operatori e della società civile, nel quadro più generale della riforma delle leggi sulle droghe, inserendo nel Patto sulla Salute, uno specifico capitolo per l’area della Salute delle Persone che usano Droghe e con altre Dipendenze, analogamente a quanto previsto per la Salute Mentale.

 

Denise Amerini CGIL

Stefano Vecchio Presidente Forum Droghe

Antonello D’Elia Presidente Società Italiana di Psichiatria Democratica

Vito D’Anza Portavoce Forum nazionale della Salute Mentale

 

Roma, 10 agosto 2021

Difendere la salute mentale di comunità

Quanto sta avvenendo a Trieste in questi giorni non riguarda solo un cambiamento di impostazione della rete dei servizi psichiatrici di una città e non investe solamente l’ambito della salute mentale. In gioco c’è lo stravolgimento di evidenze epidemiologiche e scientifiche attraverso un attacco ideologico che usa la retorica dell’aziendalismo per annunciare modifiche a un modello territoriale funzionante che produce riduzione del danno psichico, maggior benessere di comunità, rispetto della spesa pubblica e valorizza il bene condiviso della salute mentale e fisica. Negare la storia e la realtà triestina vuol dire mettere in discussione le tante realtà che in tutta Italia e in più di quattro decenni hanno cambiato il modo di fare e pensare la cura psichica e l’organizzazione psichiatrica e che, anche se messe in ginocchio da una politica ormai indifferente ai risultati reali della sua azione anche in ambito sanitario, non hanno smesso di testimoniare attraverso l’impegno di operatori, utenti, familiari e cittadini la bontà delle scelte che fecero nel 1978 i legislatori promulgando la legge 180. La vicenda triestina mette in luce anche altre antiche carenze come quella delle modalità di scelta delle dirigenze nel nostro paese e quella dell’assenza di consapevolezza della specificità ed alta specialità richiesta dal lavoro territoriale, tanto che i decisori politici che si sono pronunciati in questi giorni possono piegare a piacimento anche i dati della epidemiologia e dell’economia. Psichiatria Democratica si affianca ai tanti compagni, amici e colleghi triestini e dichiara il suo sostegno per le iniziative che a tutti i livelli verranno prese a difesa della salute mentale di comunità non centrata sull’ospedale.

Il direttivo nazionale di Psichiatria Democratica

Psichiatria Democratica e le politiche di salute mentale in Basilicata

10 OTTOBRE
GIORNATA NAZIONALE SALUTE MENTALE

Attualmente il dibattito sulla sanità lucana è concentrato, giustamente, sulle sorti dell’ospedale di Matera, e i servizi sanitari territoriali?
In particolare, i Servizi per la Salute Mentale?
Parliamone oggi, 10 ottobre, Giornata Nazionale della Salute Mentale.
Non è un aspetto indifferente.
Il dato è che il 4% della popolazione soffre di disturbi psichiatrici gravi, disturbi per i quali è fondamentale la qualità dell’assistenza territoriale.
Sono dolenti note!
I dipartimenti di Salute Mentale negli ultimi 10 anni sono stati ridotti da 5 a 2 (provinciali) e si va verso il dipartimento unico. Non è un problema indifferente per gli operatori che oggi giorno devono offrontare bisogni complessi, anche sul piano organizzativo e che necessitano di servizi in rete.
La Basilicata, terra di esperienze esemplari, non è più attrattiva per il personale sanitario. Mancano psichiatri, psicologi e personale infermieristico.
Praticamente inesistenti le figure professionali innovative (educatori, tecnici della riabilitazione).
I Servizi sia territoriali che ospedalieri devono affrontare emergenze di ogni tipo, quasi sempre improprie, abbandoni, problematiche sociali, persone anziane. Sempre più utenti vengono accolti nelle case famiglie e nelle comunità terapeutiche in mancanza di un’alternativa valida.
Oggi è necessario rilanciare politiche di salute mentale di comunità:
Riorganizzare la rete regionale dei servizi, i progetti di promozione e prevenzione, I tavoli tecnici regionali.
Rendere i servizi accessibili e accoglienti alle esigenze della popolazione.
Organizzare percorsi di cura personalizzati per i pazienti gravi.
Implementare i servizi di domiciliarita’.
Orientare la riabilitazione sulla quotidianità ed il benessere dell’individuo.
Superare la lungodegenza nelle comunità.
SI PUÒ FARE
L’ABBIAMO GIÀ FATTO

PSICHIATRIA DEMOCRATICA
MATERA

Napoli, Iniziativa sulla Salute mentale all’istituto di studi filosofici.