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La scomparsa di Nico Casagrande: ricordi e testimonianze

Ciao Nico

per un anno ci siamo visti quasi ogni giorno

ho imparato tanto….

Soprattutto il rigore e l’uso del potere in modo

democratico e leggero.

Quella esperienza con gli incontri di gruppo e le assemblee per me è stata una fucina importante, mi ha insegnato a riflettere e a programmare, ed a stare dentro le contraddizioni del ruolo senza infingimenti, con lo sguardo lungo e la passione e il confronto che ti rigenerano.

Ma voglio qui ricordarti anche come uomo e potrei dilungarmi narrando tanti episodi di segno diverso, ma voglio attingere a quello, apparentemente più semplice, quando a

Venezia nel 79-80 andavamo à mangiare o bere 5-6 giovani e

Te. Dopo la terza volta che pagavi per tutti

qualcuno propose di fare alla romana. Tu ridesti e

con l’accento romagnolo dicesti che era una ridistribuzione

dei redditi. Anch ‘io anni dopo feci lo stesso e

risposi alla domanda con le Tue parole aggiungendo

che così faceva il mio primo maestro.

Con stima affetto e tanta gratitudine.

Ezio Cristina

 

L’ho conosciuto che ero giovanissima. Avevo appena 18 anni.  Io giovanissima infermiera, lui il “grande” Direttore, che subito mi ha dato fiducia: è bastata una stretta di mano,

Grazie a lui e a chi “era con lui” ho trascorso il più bel periodo lavorativo della mia vita. Ricordo le urla da leone dentro il suo studio, ma quando apriva la porta era sorridente, ricordo l’energia che metteva in tutto ciò che faceva, la passione e la tenacia, la forza. E quando volevi capirci di più lui era lì a spiegarti sia i motivi che le modalità del progetto che andava proponendo. Anche nei momenti più difficili era capace di infonderti fiducia, insomma il fatto di sapere che c’era sempre  e comunque ci rasserenavano molto.

Lui non era mai un IO ma un NOI .

Mi ha assunto con una stretta di mano e quella stessa mano mi da la forza trova di scrivere: Grazie Direttore di tutto, con affetto e riconoscenza.

Margherita Fabbian

 

 

Domenico Casagrande, per gli amici intimi Nico, ci ha lasciati.  

Tutti noi di Psichiatria Democratica sentiamo un grande vuoto, come se stessimo seppellendo una parte della nostra storia.

E’ stato uno fra i collaboratori stretti di Basaglia; alla fine degli anni ’60, giovanissimo, era impegnato professionalmente nell’esperienza di Gorizia, che ereditò in un momento di grande difficoltà rispetto al processo di

deistituzionalizzazione del manicomio e che dovette poi abbondonare per l’atteggiamento di chiusura dell’amministrazione provinciale.

Da lì seguì Franco Basaglia a Trieste, garantendo con passione (da romagnolo verace quale era) ed intelligenza un contributo importante alla chiusura del primo ospedale psichiatrico in Italia, quello di Trieste. Un fatto storico che ha cambiato l’assetto dei servizi  in Italia e in molte parti del mondo.

Poi il forte impegno a Venezia,  in un grande ospedale su un’isola,  S. Clemente, che furono  primi anni difficili dovuti alla reazione di chiusura dell’establishment di fronte alle proposte di cambiamento .

Nico però era un vero combattente; si impegnò senza risparmio di energie non solo a chiudere il manicomio dell’isola, ma ad aprire anche un importante servizio territoriale a Palazzo Baldù.

Insomma, come  Direttore dell’ospedale psichiatrico prima e dei servizi territoriali dopo, ha lasciato una impronta  significativa riformatrice alla salute mentale di quel territorio.

Nella sua vita non si è mai tirato indietro nel dare un contributo al movimento antipsichiatrico di Psichiatria Democratica; ricordiamo ancora con affetto, stima e simpatia il suo impegno di “mediazione” per mantenere sempre l’unità tra noi componenti del gruppo.

Un uomo pragmatico, ma di grandi vedute, con una fermezza etica unita alla capacità di esprimere emozioni forti.

Ha insegnato molto a ciascuno di noi, ha speso la sua vita nella difesa dei diritti dei pazienti psichiatrici.

Era un uomo carismatico, aperto, contraddistinto da un grande sorriso e da un affetto che non ha  mai fatto mancare a tutti noi , sia individualmente, sia come gruppo.

E’ stato colonna portante per il processo di riforma.

Sapeva fare gruppo, non ha mai fatto prevalere il suo interesse personale sugli obiettivi comuni.

Insomma, un protagonista di quegli anni in cui contrariamente all’attuale spinta leaderistica si era molto attenti all’orizzonte comune.

Adesso ci mancherà definitivamente.  Già avevamo sentito forte la sua assenza quando,  per ragioni di salute, non potè più partecipare ai nostri congressi.

E’ mancata a tutti noi la sua capacità di credere in quello che diceva e di fare ciò che era necessario,  anche a costo di un sacrificio personale.

Noi che abbiamo lavorato con lui ci sentiamo oggi definitivamente orfani di una persona che ha rappresentato la parte migliore della nostra storia personale e professionale.

Non è possibile adesso rintracciare in altri professionisti quelle caratteristiche che sono difficilmente ripetibili in una fase storica/culturale totalmente diversa.

Quello che possiamo promettere a noi stessi è che non lo dimenticheremo, ed una parte di Nico resterà viva dentro di noi per migliorare le condizioni di vita degli utenti e la qualità dei servizi di salute mentale.

Ovviamente, questo non può lenire il dolore della perdita, ma ci può far sperare che lui, come noi, non sia vissuto invano.

Giuseppina Gabriele

 

Sono arrivato a Venezia i primi di maggio del 1988. Sapevo cosa fosse il Boldù e sapevo chi era Nico, ero già iscritto a Psichiatria Democratica e conoscevo la storia di Nico: a Gorizia con Franco Basaglia dal 1965 e poi Direttore di Gorizia dall 1971. Poi sette anni a Trieste, sempre con Franco, e dal 1979 Direttore dei Servizi Psichiatrici del Centro Storico di Venezia.

L’obiettivo era ‘deistituzionalizzare’ e poi chiudere l’Ospedale Psichiatrico di San Clemente e mettere in piedi il Centro di Salute Mentale di Palazzo Boldù.

Il primo giorno che ho messo piede a Palazzo Boldù mi è venuto incontro Giancarlo, un omone di centoventi chili col barbone. Mise le mani attorno al mio collo e mi guardò con aria sardonica, senza stringere. Dopo pochi secondi, che mi parvero lunghissimi, si mise a ridere: “Voevo vedar se ti gavevi paura” (volevo vedere se avevi paura).

Quello era il Boldù di Nico, un CSM dove ti accoglievano e ti sfidavano i pazienti, che avevano imparato, dopo anni di lavoro antiistituzionale, a usare il loro potere a loro vantaggio. Naturalmente non succedeva sempre, Giancarlo aveva riservato quell’accoglienza a me, per mettere alla prova il giovane psichiatra di turno.

Ma questa è tutta la portata rivoluzionaria di quell’esperienza, che senza di lui non sarebbe mai nata, e che è durata, fra alti e bassi, 35 anni, cambiando in modo definitivo l’assistenza psichiatrica della città.

Nico era un uomo molto intuitivo e affettivo, che aveva sintetizzato e adattato a Venezia le esperienze di deitituzionalizzazione goriziane e triestine, in una città difficile, dove aveva molto potere, a quei tempi, una organizzata società psicoanalitica, da sempre critica con l’esperienza basagliana. Forse erano anche un po’ invidiosi, perché Basaglia era veneziano e tanto più conosciuto di loro.

Ma Nico riuscì a destreggiarsi nelle sabbie mobili del potere veneziano, anche dopo la morte di Franco. Certo, con grande fatica.

La sua grande dote era riuscire a relazionarsi allo stesso modo col più ostinato lungodegente di San Clemente come con il Sindaco o il Questore, mettendo a frutto anche la sua indole anarchica di romagnolo purosangue.

Nel 1992, finalmente, si riuscì a chiudere San Clemente e il CSM del Boldù era diventato un servizio territoriale molto pervasivo, capace di fare assistenza sul territorio sei giorni alla settimana, in una città dove comunque gli spostamenti erano e sono lentissimi.

La chiusura di San Clemente gli fece perdere il posto di Direttore, ma in Amministrazione, dove si era spostato, ha continuato a seguire e sorvegliare il suo vecchio servizio, ed è rimasto, per la gran parte di noi, quel fratello maggiore sempre pronto a consigliare e a sostenere.

Nico condivideva le doti di tutti i goriziani, da Pirella a Slavich fino ai più giovani Pastore, Venturini, Piccione, Serra e Bondioli: il privilegio di aver vissuto un’esperienza rivoluzionaria e la capacità di rimetterla in pratica in un contesto diverso.

Marcello Lattanzi

 

 

Chi lo ha conosciuto non può non essere stato colpito dalla sua profonda umanità consistente in una accogliente  comprensione dell’altro senza alcuna barriera . Una persona in cui si era incarnata quel sentimento di libertà e di apertura al mondo che rende insopportabile qualunque grave relativo alla oppressione e alla costrizione. Non ,quindi ,solo un pensiero ma soprattutto una maniera di essere senza la quale non è possibile alcun autentico superamento di una realtà spacciata, spesso ,  come assoluta ed indiscutibile.

Il testimone che Domenico  Casagrande ci passa è sostanzialmente questo, cerchiamo di tenerlo ben saldo nelle nostre mani affinchè l’impossibile possa , ancora una volta, essere possibile.

Pino Palomba

 

Sabato scorso si è spento a Venezia Domenico Casagrande, Nico per i tanti amici e colleghi di una vita. Nico era famoso fin da giovane. Aveva fatto parte del nucleo originario della equipe goriziana dal 1966. Lo troviamo in una rara foto probabilmente del 1967, riportata dallo storico John Foot nel suo libro sul movimento Basagliano. La foto è un’istantanea di cattiva qualità, ma i protagonisti di quegli anni ci sono tutti: Nico sta tra Basaglia e Antonio Slavich, più in la ci sono Jervis, Pirella, Letizia Comba e Lucio Schittar. Sentite come lo descrive lo storico: ”Casagrande era la lealtà fatta persona, fedele alla linea basagliana per tutto il tempo in cui fu a Gorizia (e oltre). I suoi contributi al dibattito nell’Istituzione negata sono di natura eminentemente pratica: non era un teorico, ma conosceva bene la realtà e lavorava sodo”. A lui, più giovane di tutti, toccò in sorte di essere l’ultimo direttore basagliano dell’ospedale di Gorizia, e la responsabilità dello scioglimento in toto della equipe alla fine di quella esperienza. Come gli altri goriziani avrebbe fatto parte della diaspora, che portò molti di loro a chiudere altri manicomi e ad aprire nuovi servizi. Nico si stabilì a Trieste e poi, definitivamente a Venezia, che finì per essere la sua città di elezione. Del suo enorme lavoro veneziano, la chiusura dei manicomi e la creazione di un Centro di Salute mentale ispirato allo stile della Comunità terapeutica di stampo Goriziano, diranno molto meglio di me quelli che hanno condiviso con lui la quotidianità di quella esperienza. (Potete trovare in questo sito un importante scritto di Marcello Lattanzi che riassume con acuzie e chiarezza le peculiari caratteristiche del lavoro di Nico). Nel mio ricordo, sia come leader storico di Psichiatria Democratica, sia come maestro di pratica antiistituzionale, ho sempre ammirato in Nico la lucidità della analisi istituzionale, nei tanti momenti difficili del dopo riforma in cui più volte la legge 180 è stata sotto attacco. E la tenacia e il coraggio nel difendere le buone pratiche in Italia, unita però alla capacità che aveva, per indole ed esperienza, di trovare punti di mediazione in caso di conflitti anche aspri. Il centro da lui creato, il famoso Palazzo Boldù , un palazzo storico nel centro storico veneziano è stato per anni molto più di un centro di cura. E’ stato punto di riferimento culturale, profondamente aperto al territorio, condotto da una equipe di lavoro che riusciva a mescolare creatività e rigore, dove pazienti e operatori si mescolavano di continuo, in una confusione mai paternalistica e di finzione. Dopo il pensionamento Nico ebbe vari incarichi nella sanità pubblica, e quando anche questa attività si esaurì per limiti di eta, in questi ultimi anni, così difficili per tutta la sanità e la salute mentale Nico recuperò la sua combattività e la sua chiarezza di analisi dando ancora a tutti noi un contributo da autentico maestro. Nel 2019 Psichiatria Democratica ha voluto ringraziarlo e omaggiarlo con una targa ricordo di tutta una vita dedicata a promuovere diritti e speranze dei più deboli.

Alessandro Ricci

 

In “una bella giornata di primavera, col sole che diffondeva calore anche se comparivano ombre allungate”– racconta Nico nel libro “ Mi raccomando non sia troppo basagliano” – Basaglia gli propone di assumere la direzione dell’Ospedale di Gorizia. Il momento è difficile: dopo il caso Miklus l’esperienza è sotto tiro. Il gruppo storico dei goriziani si sta muovendo verso direzioni diverse. All’inizio Nico è sconcertato, un po’ timoroso, ha solo 33 anni, poi accetta. Solo sei anni prima era arrivato, a Gorizia, insieme ad Agostino Pirella, per prendere servizio nell’ospedale. In quell’occasione aveva rifiutato di indossare il camice, provocando sorpresa. Antonio Slavich aveva ammesso la sua meraviglia: in tutti quegli anni, lui e Franco, avevano abbattuto reti di recinzione, avevano aperto porte, avevano consentito alle persone di uscire dall’ospedale, ma non avevano mai pensato a una cosa così elementare, carica di significati simbolici. Da quel momento l’assenza del camice sarebbe diventata l’emblema della messa in crisi del potere medico. Quel giovane medico, appena laureato, aveva dimostrato, da subito, di essere totalmente a suo agio in quel processo: aveva lasciato la sua prima impronta. Quella nuova situazione gli aveva “permesso di tirar fuori il suo stesso carattere, con cui confrontarsi in una situazione di pura autenticità”.

Casagrande, in quel 1971, dimostra di saper muovere bene il timone della barca nella tempesta e, con l’aiuto di tutto il gruppo dei collaboratori, di fronte agli ostacoli frapposti dall’Amministrazione Provinciale per l’uscita degli internati all’esterno, alza la posta dello scontro. Si sta realizzando quello che Paolo Serra ha chiamato “un formidabile contropiede”. Nico richiede la dimissione di tutti i pazienti, ormai “riabilitati”, bisognosi solo del sostegno di una organizzazione territoriale. E se questa organizzazione non sarà realizzata, tutti i medici allora si dimetteranno.

Anche questo è un atto sorprendente, come quello del 1965: rende evidente all’opinione pubblica che cosa si nasconda dietro il manicomio e di chi sia la responsabilità tra chi vuole emarginare e chi, invece, vuole integrare, tra chi parla di psichiatria e di malattia e di crede invece nella terapia di una salute mentale comunitaria.

Di quei momenti, io ricordo l’ultima assemblea generale di Gorizia, il momento del commiato. In una scena indimenticabile, Nico, a nome di tutti i medici, spiega ai pazienti e agli infermieri in Assemblea Generale le ragioni di quel distacco, chiama i presenti a difendere la libertà conquistata, parla di speranza e di lotta. C’è grande commozione, in un momento che sancisce l’inizio di un nuovo cammino – che più tardi sarebbe stato chiamato “ripresa”, recovery : la ripresa della salute e della vita, nelle mani di ognuno di noi, rifuggendo da ogni forma di tutela che sancisca, attraverso la “naturalità” della malattia, ogni tipo di disuguaglianza …

E poi, dopo Gorizia, arrivano per Nico e per noi le nuove esperienze: Trieste, ad esempio, per aggiungere al titolo di goriziani, quello di triestini in una entusiasmante e vertiginosa corsa verso il colpo finale contro il manicomio. Nico è lì, quando Marco Cavallo abbatte le mura dell’ospedale per uscire dal manicomio, Nico è lì, quando inizia la prima cooperativa dei Lavoratori Uniti, Nico è lì, come socio fondatore, quando viene fondata “Psichiatria Democratica”.

Ma poi, Nico, che avrebbe potuto rimanere a Trieste in una situazione di eccellenza, preferisce, continuare a mettersi alla prova, misurandosi con nuove realtà – quella di Venezia, ad esempio. Due ospedali, questa volta: San Clemente e San Servolo e tanta opposizione e tanti ostacoli, ma anche tanti nuovi amici e tanti risultati positivi. Fino a misurarsi più direttamente con il sistema della Sanità a Venezia o della riabilitazione nell’Istituto Costante Gris di Mogliano Veneto, ancora una volta nella lotta, per de istituzionalizzare le rigidità dei protocolli e delle burocrazie, per liberare, per liberarsi, fino ad arrivare all’oggi, alla fine del viaggio.

 …Che cosa dire ancora?

Non basta essere capaci di fare analisi intellettualmente audaci, prospettando cambiamenti rivoluzionari, occorre riuscire, poi, a concretizzare le idee, a trasformarle in una pratica. E naturalmente occorre determinazione, coraggio e fatica. Ed è questo, che Nico ha fatto.

Ma c’è di più: nel cambiamento bisogna considerare anche il “come”. Prendere in considerazione quale è il nostro stile, il nostro atteggiamento. Bisogna tener conto, in sostanza, del lato umano delle persone che agiscono il cambiamento.

Ebbene se io chiedo in giro chi fosse Nico, anche a chi non era a conoscenza del suo lavoro, le persone lo descrivono come una persona distinta, delicata, fondamentalmente gentile: una persona che sapeva ascoltare, che non cercava di imporre il suo punto di vista. I rivoluzionari, generalmente, sono tendenzialmente alteri, molto spesso arroganti, pressati dall’impazienza dell’azione.

E così può accadere che si conquisti  un obiettivo, con il rischio però di una situazione fragile, che contenga al suo interno delle contraddizioni distruttive.  Più efficace è invece instaurare un processo rispettoso, che sappia accogliere le ragioni dell’altro.

E per me, questa capacità di “ un gentile rispetto” era presente proprio in una persona come Nico. Senza considerare, poi, quella sua contagiante allegria, quella sua voglia di vivere, tipica di un vero romagnolo. Ricordo la sua casa a Gorizia, così ospitale, quel sentimento di allegra amicizia che tutti noi vi trovavamo. Ma ricordo anche gli ultimi anni, durante la sua dolorosa malattia: anche in quei momenti a me pareva che Nico sapesse sempre tener conto dei sentimenti, del loro valore: dei sentimenti dei compagni sul lavoro e dei pazienti e dei loro familiari, ma naturalmente, teneva conto dei sentimenti dei suoi cari.  Lo sentivo quando mi parlava dell’affetto profondo che lo legava alla figlia Simona e alla sua moglie e compagna, Teresa.   

E una indiretta testimonianza di come questo affetto fosse forte e venisse percepito, ci viene offerta dal coraggio e dalla forza di volontà mostrata da Simona e da Teresa, che lo hanno accompagnato e sostenuto amorevolmente in questa lunga e pesante malattia.

Siamo qui per commemorare un vero rivoluzionario, che aveva una sua particolare eccellenza: quella di essere un rivoluzionario allegro e gentile!

Noi sapevamo sempre che ci potevamo fidare di Nico: lui era generoso, un vero amico, lui era un vero compagno.

Lui era, veramente, una persona buona.

Ora che ha raggiunto la sua Itaca, a noi rimane il privilegio essergli stati vicini; a noi rimane il compito di ricordare e promuovere la sua eredità!

Ernesto Venturini

 

 

CORRIEREDELVENETO – 10 settembre2023

 

IL GAZZETTINO VENEZIA MESTRE – 10 settembre 2023

 

 

 

LA NUOVA DI VENEZIA E MESTRE  / 10 settembre 2023

Psichiatria Democratica è in lutto per la scomparsa di uno dei suoi fondatori: il dott. Nico Casagrande

Protagonista determinato e tenace, sin dalla prima storica esperienza di Gorizia della lotta antistituzionale, che diede il via alla rivoluzione psichiatrica italiana. Psichiatria Democratica nell’esprimere stretta vicinanza alla famiglia, lo ricorda per il contributo che ha dato, fino alla fine, a tutte le battaglie del movimento per la riforma psichiatrica ma anche per la sua grande umanità e quel sorriso aperto che colpiva tutti.

I funerali si terranno mercoledì 13 settembre alle ore 12 a Venezia presso la sala del Commiato all’isola di San Michele.