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Recensione del presidente Antonello D’Elia al libro “Le scarpe di Anna”

Un libro per imparare cosa vuol dire Salute Mentale

 

Rocco Canosa. Le scarpe di Anna. Vite sospese, passi erranti. Casa Editrice Persiani, Bologna 2026.

 

Le scarpe di Anna è un libro di storie, di incontri, di sofferenze e cadute ma anche di guarigioni e restituzioni alla vita. A quella vita ‘sospesa’ che è di tutti ma che spesso appare attributo solo di alcuni, i più sfortunati, marginali, quelli che si chiamavano un tempo ‘poveri cristi’. A fare da legame tra le storie un’altra storia, quella di Rocco Canosa, autore, o meglio, narratore di vicende personali e professionali di uno psichiatra che è stato anche amministratore, docente e, per molti anni, presidente di Psichiatria Democratica.

È abbastanza comune che chi ha a lungo lavorato con le persone in sofferenza, che ha prodotto scritti teorici e clinici, che ha accompagnato la propria attività non rinunciando mai a una riflessione critica su quanto avveniva intorno e quanto veniva facendo, ad un certo punto della vita si senta così tanto riempito di ricordi, di incontri, di luoghi e fatti, che avverta il bisogno di fissarli, di raccontare, di farli entrare in una dimensione narrativa che dia un senso, articoli secondo un asse temporale quanto registrato nella memoria. Non sono pochi i libri che negli ultimi anni hanno popolato i banchi delle librerie, accomunati da questa esigenza degli autori. Anche chi scrive ha fatto parte di questa non sparuta schiera. Quello che viene messo su carta risponde ad esigenze spesso differenti. Si va da una memorialistica, più o meno malinconica, che rievoca tempi andati e avventurosi, alla giustificazione di pratiche di cui una certa psichiatria, mai sopita e tuttora in ottima salute, si è sempre avvalsa; dal paternalismo condiscendente all’estetizzazione della contenzione e/o della violenza, presentata come male minore  necessario; dall’aneddotica eroicizzata che rievoca azioni di rottura rispetto all’establishment psichiatrico coevo, alla rievocazione di fatti e personaggi del passato. Il registro retorico fa capolino, spesso, tra le pagine.

Il libro di Rocco Canosa segue un’altra strada. I fatti rievocati, la sua vicenda umana e professionale di psichiatra, gli incontri avuti e gli sforzi compiuti per assicurare un’esistenza più degna a chi era stata negata, per difendere i diritti negati e violati di persone a cui la vita e le istituzioni non avevano fatto nulla per assicurarli, tutto questo patrimonio, insomma, nelle storie che l’autore racconta hanno un fine preciso: quello di usare la testimonianza come trasmissione. Mai pedagogico e sempre vivace nel resoconto affettivo ed emotivo di tante vicende umane Le scarpe di Anna costruisce una lezione di restituzione di giustizia sociale prima ancora che di buona psichiatria. A Rocco, come a tutta Psichiatria Democratica, che non ha caso si è dotata di uno strumento ufficiale di formazione diventando provider ECM, è ben presente la necessità di tramettere, di trasferire nel presente, arricchendolo, quanto sperimentato in passato. Si tratta di ridare vita a quel sapere pratico che un tempo era appreso per contatto, attraverso l’affiancamento professionale e generazionale, con l’appartenenza a una comune impresa, disciplinare, sociale e politica, e ora langue in un contesto in cui la psichiatria accademica è, come sempre, in schiacciante prevalenza asfittica, conservatrice e presuntuosamente paludata di un linguaggio pseudoscientifico, mentre la psichiatria dei servizi pubblici è afflitta da carenza di personale, idee e progetti evolutivi. Ecco allora che i luoghi e le persone rievocate da Rocco Canosa diventano riferimento ed insegnamento per chi legge con l’occhio e la mente delle nuove generazioni di professionisti della salute mentale, medici, psicologi, infermieri, assistenti sociali, operatori della riabilitazione. Ma anche familiari e pazienti, persone che in qualche momento della loro vita hanno incontrato o potranno incontrare insieme alle difficoltà, i servizi pensati per aiutarle ad affrontarle. Giovanni, Anna, Mohamed, Iboy, Milena e tanti altri diventano i docenti che Rocco Canosa ha convocato per raccontare, con grazia e intensità, cosa vuol dire misurarsi con un mondo violento e ingiusto e quale valore ha incontrare chi crede che con il proprio operare possa ancora provare a porre rimedio a quelle ingiustizie.

Antonello D’Elia, Roma

In libreria il volume di Rocco Canosa: “LE SCARPE DI ANNA”, storie di vite sospese.

Per una uscita breve dal manicomio le avevano dato, a caso, un paio di scarpe. Ma Anna non ce la faceva a camminare, erano troppo strette. Poi, fortunosamente, è riuscita a trovarne un paio nuovo: che felicità! adesso poteva muoversi liberamente. Il piacere della libertà è stato precluso ai protagonisti di queste storie: malati mentali rinchiusi nei manicomi, migranti torturati nelle carceri, gente senza dimora, ragazze violentate in famiglia, bambini arruolati da criminali o costretti a fare i soldati, ladri per necessità, operai impazziti, giovani e anziani poveri. Tutte e tutti hanno patito storie di violenta costrizione della libertà e, per giunta, gli è stata negata la possibilità di curarsi. Scarti resi invisibili dall’indifferenza e dal pregiudizio. Una umanità dolente conosciuta negli ambulatori, negli ospedali, nei bar, in strada, in fabbrica, nei quartieri degradati delle città, in Italia e in altre parti del mondo. Accogliere la loro sofferenza senza etichette diagnostiche, battersi per i loro diritti è stato fondamentale nella costruzione dei nuovi servizi di salute mentale, dove – nel solco del magistero di Franco Basaglia – soggetto curante e soggetto in cura potessero incontrarsi e forse trovare insieme un nuovo paio di scarpe. Nuove, comode, giuste. “Mi avvicino due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve allora l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”. (Eduardo Galeano, Parole in cammino, 1998)