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La cura come rischio necessario: la salute mentale come pratica di cittadinanza

La cura come rischio necessario non è un libro di psichiatria in senso stretto. È, piuttosto, un libro di politica della salute mentale, nel significato più alto e non partitico del termine: politica come costruzione della polis, come assunzione di responsabilità collettiva verso i diritti, i legami e le possibilità di vita delle persone.
Il suo valore più profondo risiede proprio qui: nel mostrare, senza retorica, che la cura non è un atto neutro né meramente tecnico, ma una scelta culturale, etica e istituzionale.

Il volume racconta l’esperienza concreta di un Servizio di Salute Mentale che decide di non arretrare di fronte alla complessità sociale, di non rifugiarsi nella standardizzazione delle risposte, di non accettare la delega impropria alla psichiatria di funzioni di controllo sociale. È una scelta controcorrente, ma pienamente coerente con l’impianto e gli obiettivi del Piano di Azione Nazionale Salute Mentale (PANSM) 2025–2030, che richiama con forza la centralità del territorio, l’integrazione sociosanitaria, la partecipazione attiva di utenti e comunità e il contrasto alle derive custodialistiche e securitarie.

La cura non è neutra: è una presa di posizione

Uno dei fili conduttori più forti del libro è l’affermazione, chiara e mai ideologica, che la cura è sempre una presa di posizione. Ogni pratica clinica incorpora una visione della persona, del potere e della società. In queste pagine la cura sceglie esplicitamente di stare dalla parte dei diritti di cittadinanza, della dignità, della libertà possibile anche nella fragilità.

impostazione si colloca pienamente nella tradizione basagliana e nelle elaborazioni di Psichiatria Democratica, che da sempre mettono in guardia contro la riduzione del soggetto a diagnosi, del servizio a dispensatore di prestazioni, dell’operatore a semplice esecutore di protocolli. Il libro non elude il conflitto tra cura e controllo, tra emancipazione e normalizzazione: lo assume come terreno inevitabile del lavoro quotidiano e come spazio di responsabilità professionale.

Polis, cittadinanza, salute mentale

Il contributo più rilevante dell’opera risiede nell’idea – concreta, praticata, mai astratta – che il Centro di Salute Mentale sia un nodo politico della comunità. Politico non in senso partitico, ma perché capace di incidere sulle condizioni materiali dell’esistenza: casa, lavoro, relazioni, accesso ai diritti, rapporto con la giustizia.

In questa prospettiva, la polis non è uno sfondo, ma il vero dispositivo terapeutico. La cittadinanza non è un esito eventuale della cura, bensì parte integrante del processo terapeutico stesso. Curare significa restituire parola, possibilità di scelta, partecipazione alla vita sociale. È una visione pienamente coerente con il PANSM 2025–2030, che individua nella promozione di empowerment, inclusione e recovery uno degli assi strutturali delle politiche pubbliche di salute mentale.

Il rischio come indicatore di qualità

Il “rischio” evocato nel titolo non rimanda all’improvvisazione, ma all’assunzione di responsabilità. Rischio di stare nella relazione, di non espellere la crisi, di non rispondere alla complessità con scorciatoie difensive come la contenzione clinica o istituzionale.
In un contesto sempre più segnato dalla medicina difensiva e dalla paura dell’errore, il libro propone un ribaltamento radicale del paradigma: un servizio che non rischia non cura.

Questa posizione si traduce in pratiche concrete: uso residuale del TSO come indicatore di qualità della presa in carico, lavoro di rete, centralità del tempo e dell’ascolto, riconoscimento del conflitto come parte integrante del processo terapeutico. È una visione che restituisce dignità non solo agli utenti, ma anche agli operatori, chiamati a pensare, scegliere e rispondere del proprio mandato pubblico.

Sanità pubblica come asse, privato come alleato

Un ulteriore elemento di forte valore politico del libro è la rivendicazione netta della centralità della sanità pubblica come luogo irrinunciabile della tutela dei diritti di cittadinanza in salute mentale.
Il modello descritto non è pensabile all’interno di un sistema fondato sulla frammentazione privatistica delle risposte, sulla logica prestazionale o sulla selezione della domanda. La presa in carico complessa – quella che tiene insieme dimensione clinica, sociale, abitativa, lavorativa e relazionale – può esistere solo dentro un servizio pubblico forte, universalistico, radicato nel territorio e responsabile verso l’intera popolazione, in particolare verso le persone più fragili.

Questo non significa una contrapposizione ideologica al privato. Al contrario, il libro indica una direzione chiara e matura: il privato e il terzo settore devono collaborare, ma non sostituire. Cooperative, associazioni, volontariato e privato sociale trovano senso e legittimità solo se inseriti in una regia pubblica forte, capace di orientare, integrare e garantire coerenza ai percorsi di cura.
Il rischio, altrimenti, è quello di una esternalizzazione della complessità, in cui il pubblico arretra e il privato diventa surrogato, senza mandato politico né responsabilità di sistema.

In questo senso, La cura come rischio necessario anticipa e incarna uno dei nodi centrali del PANSM 2025–2030: il rilancio del Dipartimento di Salute Mentale come perno del sistema, luogo di governo clinico e sociale, capace di costruire alleanze senza rinunciare alla propria funzione pubblica.

Un libro necessario

Questo libro è necessario perché mostra che l’eccellenza in salute mentale non coincide con l’efficienza, ma con la capacità di tenere insieme diritti, complessità e responsabilità pubblica. Non propone modelli da replicare meccanicamente, ma pratiche da discutere e da adattare. Non rassicura, ma orienta. Non semplifica, ma rende abitabile la complessità.

In un tempo in cui la salute mentale rischia di essere ridotta a consumo di prestazioni o a dispositivo di sicurezza, La cura come rischio necessario riafferma una verità scomoda e preziosa: la salute mentale è un bene comune e un indicatore della qualità democratica di una società.

Difenderla, praticarla e innovarla dentro la sanità pubblica significa difendere la cittadinanza stessa.