Interventi di Salvatore di Fede e Antonello D’Elia al congresso di MD

Salvatore Di Fede

Davvero con grande piacere abbiamo accettato il vostro invito a partecipare a questo XXV Congresso di Magistratura Democratica, e ho l’onore oggi di rappresentare l’organizzazione di Psichiatria Democratica al massimo della sua Dirigenza, con i colleghi, e compagni, Presidente D’Elia e la Tesoriera Carmen Pellecchia.

Sono giorni cruciali per la democrazia e la difesa della Costituzione italiana e non potevamo non portare a Voi, che oggi siete in prima linea in questa battaglia referendaria, il segno di un impegno della nostra Associazione per la difesa dello Stato di Diritto e per la sopravvivenza dei diritti civili e sociali che dalla Costituzione discendono. E per un NO deciso a difesa dell’autonomia della Magistratura da ogni condizionamento e per ribadire con questo NO il diritto a vivere in un paese libero così come è stato conquistato dalla lotta di resistenza al totalitarismo.

Ma come Voi sappiamo che la democrazia è co-costruzione continua, e che una volta raggiunti gli obiettivi questi vanno di volta in volta sempre consolidati con pratiche coerenti e talvolta con una difesa strenua della loro esigibilità, attraverso diritti e garanzie universalmente riconosciute.

E noto come anche la Legge di Riforma Psichiatrica, la 180, venga continuamente attaccata con proposte parlamentari tese a riproporre la semplificazione dell’internamento di fronte alla complessità che ogni caso di disaggio impone, per la sua cura e per la soluzione. Come è nota ai Magistrati di Sorveglianza l’attuale contraddizione tra le esigenze di percorsi alternativi al carcere e ReMS, per pazienti autori di reato con misure di sicurezza, e i percorsi di riabilitazione psichiatrica tesi all’inclusione sociale. In particolare si sottolinea che a tutt’oggi, pur dopo il comune impegno per l’approvazione del vostro C.S.M.,  risulta sostanzialmente inosservato l’indirizzo del 2017 sui Protocolli Operativi Vincolanti, sia da parte dei Dipartimenti di S.M. che dalla Magistratura inquirente.

Da questo inevitabilmente ne viene che il Magistrato di Sorveglianza finisca a trovarsi solo a decidere un inserimento comunitario, che avverrà tipo “random” e spesso a-progettuale; che resti a decidere nella sua responsabilità di giurista delle attività di prassi riabilitativa, per le sue necessarie autorizzazioni per prescrizioni poco personalizzate; a deliberare non tanto sulla dimissione quanto e solo la scarcerazione.  necessità di cura attendano la cessazione della pericolosità sociale. E spesso gli operatori e i Dipartimenti di S.M. restano solo a “guardare” (“sorvegliando e punendo”) abdicando così alla funzione di cura e di presa in carico. Riassumendo per sé la funzione di controllo, tra il carcerario e il manicomiale.

Credo che per sollecitare tuti noi a una maggiore coerenza nelle opportunità di cura sperimentate come soluzioni possibili, che sono tuttavia in atto in molte Comunità terapeutiche, sia utile attivarsi in un gruppo di lavoro congiunto, tra magistratura e operatori del settore psichiatrico (M.D. e P.D.)  per affrontare i nodi delle contraddizioni aperte con la chiusura degli OPG. Contraddizioni che non superando ancora la logica della sorveglianza attiva, rischiano di trasformare le Comunità terapeutiche, o gli altri luoghi per la salute mentale, in mera appendice delle carceri, bloccate come sono nella loro finalità solo detentiva, anziché promuoverne la mission di interlocutori sociali tesi alla inclusione e al superamento dell’esclusione del disagio mentale dalla vita sociale, dove possibile e necessario.

Grazie a tutti e buon Congresso.

Salvatore Di Fede, Segretario Naz. Di Psichiatria Democratica

 

Antonello D’Elia

Viviamo tempi duri per il diritto, tempi della dissoluzione dei principì di regolazione delle controversie tra stati, di quelle tra poteri dello stato, dell’indebolimento dei diritti civili nelle carceri o di quelli connessi alla salute, fino alla negazione dei diritti fondamentali per le persone che migrano.

Di fronte alla prevalenza della forza che si manifesta con la violenza politica e istituzionale nel nostro paese non esiste altra soluzione che rimanere caparbiamente nello schema democratico in cui ci riconosciamo.

Una di queste rimane quella più volte citata in questa sala: limitare i deragliamenti del potere aumentando la vigilanza ed utilizzando gli strumenti delle nostre professioni per arginarne gli abusi e le prevaricazioni e ribadendo la centralità dei diritti, la difesa dei più deboli (meglio difendere che proteggere, direi, perché evita involontari rischi di paternalismo), la preservazione dei principì di giustizia sociale e di solidarietà. Limitare le degenerazioni di chi i confini non li ha e li vuole anzi abbattere. E sappiamo che il concetto di limite non è solo quello del diritto e delle sue declinazioni nel sociale ma è anche condizione per la salute individuale.

Vi sono ambiti in cui Magistratura Democratica e Psichiatria Democratica convergono storicamente: quelli in cui giustizia e sofferenza rischiano di degenerare in ingiustizia e violenza.

E questo avviene anche in salute mentale. Per i cittadini italiani in condizioni di debolezza e anche, drammaticamente, per le persone migranti. In tema di giustizia e di dispositivi di controllo la linea governativa segue quella della separazione, del confinamento, dell’esclusione: rinchiudere e nascondere alla vista, nei nuovi luoghi dell’internamento psichiatrico, nelle carceri, nelle REMS, nei CPR.

Sarà necessario attrezzarsi per il costante allargamento dell’area delle esclusioni. L’impoverimento delle risorse umane e culturali ha conseguenze operative, e questo vale in sanità e nella giustizia come sappiamo.

Per quanto riguarda la prima non è fantasticheria allarmarsi per il revanscismo neomanicomiale più o meno mascherato che traspare dagli atti governativi. Si parla di smaterializzazione dei processi ma ricordo che esiste anche la smaterializazione delle cure, sempre più affidate a protocolli e linee guida, sempre più improntate all’evitamento del contagio con la follia e i suoi turbamenti, affidate a soluzioni preformate connesse in modo sistematico al confinamento in luoghi separati, dagli ospedali alle strutture residenziali.

Con attenzione, con determinazione e con pazienza, la nostra azione comune va unita alla sorveglianza critica da esercitarsi come magistrati e come operatori della salute mentale. Solo praticando la capacità di porre limiti i diritti concreti mantengono la loro consistenza materiale e non diventano semplici astrazioni.

 

Antonello D’Elia

Presidente di Psichiatria Democratica