Incontro con Daniele Mencarelli

Incontro con Davide Mencarelli

La riapertura delle scuole al tempo del COVID (Enrico Nonnis)

Ad oggi, fine agosto, l’apertura dell’anno scolastico è ancora incerta nei tempi e nei modi. Certo si inizierà il 14 settembre, per poi richiudere in molte Regioni per via delle elezioni; Ma non si sa se per tutti gli alunni oppure solo per alcuni a giorni (o settimane) alterni.
Per i bambini più picccoli non si è deciso niente, i Comuni che gestiscono gli Asili Nido sono stati lasciato da soli, senza alcuna indicazione da parte del governo.
Sicuramente tutto ciò è in linea con il ‘paese del far finta’ che è diventata l’Italia: a parole tutti attenti e pronti a ribadire la necessità e l’importanza della scuola, ma nei fatti nessuno che si chieda come è stato ridotto il nostro sistema educativo.
Tanti segnali diretti ed indiretti ci segnalano come la scuola sia specchio della decadenza del paese.
C’è voluto il Covid per mettercelo davanti agli occhi e non è ancora finita; Infatti la scuola fin’ora è stata chiusa, ma con l’apertura si evidenzieranno tutte le manchevolezze non solo strutturali e logistiche degli edifici scolastici ma soprattutto la mancanza di un progetto educativo moderno, attivo ed adeguato ai tempi.
È come se la scuola vivesse per inerzia senza un disegno autorevole e propositivo; Il sistema educativo mostra solo un aspetto conservatore, vecchio, viene da dire quasi reazionario.
Ovviamente fatte le dovute eccezioni, che nello sfacello generalizzato, esistono e non sono poche e sono eccellenti, ma non bastano, nonostante l’impegno della maggior parte del corpo docente, spesso lasciato solo ad affrontare situazioni complesse senza strumenti adeguati.
Nel ‘paese del far finta’ le eccellenti leggi derivate da un impulso di idee alla fine degli anni ’70 si sono svilite nella loro applicazione ormai esclusivamente formale.
I più fragili fanno da cartina di tornasole all’inadeguatezza del nostro sistema educativo, lo vediamo con l’inclusione dei diasbili nelle scuole di ogni ordine e grado, vero orgoglio nazionale, unici al mondo ad avere normato la materia più di 40 anni fa: la L.517 è del 1977, un anno prima della L.180 che ha sancito la chiusura degli Ospedali Psichiatrici.
Cosa è accaduto in questi anni’? Abbiamo assistito ad una ‘escalation’ di richieste di cerificazioni per avere l’insegnante di sostegno, per avere l’educatore in classe.
In sintesi per poter affrontare reali problematiche di gestione educative che nulla hanno a che fare con il bisogno dell’alunno disabile ed hanno molto a che fare con le difficoltà del sistema scolastico che sembra aver perso la capacità di risolvere e gestire i problemi tramite gli strumenti della pedagogia; Strumenti che dovrebbero essere il pane quotidiano delle attività educative soprattutto nella scuola primaria quando è più arduo il compito della scolarizazione.
Tutto ciò porta ad una deriva, mi scuso per i brutti termini, ‘medicalizzante’ e ‘psicologizzante’, come se medici e psicologi potessero supplire ad una vera e propria abdicazione al ruolo educativo del sistema scolastico.
Come se tutto ciò non bastasse in questi ultimi anni si è aggiunta la questione dei Disturbi Specifici di Apprendimento.
Da quando è stata promulgata nel 2010 la legge n° 170 “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico” che riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia quali disturbi specifici dell’apprendimento, le segnalazioni da parte della scuola e le conseguenti diagnosi sono aumentate in maniera esponenziale; in alcune classi, soprattutto delle secondarie superiori vi sono 6-7 alunni diagnosticati; in pratica il 25 – 30 % della classe presenta il disturbo.
Se è vero che esiste il Disturbo di Apprendimento deve esistere anche il Disturbo di Insegnamento; ma nessuno si prende la briga di fare una diagnosi differenziale.
Insomma, c’è qualcosa che non va se le patologie aumentano in relazione alle leggi.
Il termine disturbo d’apprendimento è un termine ‘ombrello’ che comprende una enorme varietà di situazioni, la maggior parte delle quali dovrebbe essere affrontata con strumenti –pedagogici, educativi e didattici e non certo medici o psicologici, utili senz’altro solo in una minoranza di casi.
La Regione Lazio recentemente, in applicazione di una norma della L 170 del 2010, riconosce le valutazioni effettuate presso centri privati autorizzati quando il servizio pubblico non riesce in tempi utili ad effettuare le valutazioni richieste.
Naturalmente si guarda bene dal rinforzare i servizi, ormai totalmente depauperati di personale e sempre più oberati di richieste tra le più varie (tribunali, scuola, enti locali, ecc.).
Il risultato sarà che i centri privati autorizzati dopo un periodo di valutazioni effettuate a spese delle famiglie chiederanno l’accreditamento alla Regione o saranno le famiglie stesse a rivendicare un rimborso spese, visto che i disturbi d’apprendimento sono inseriti nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
Tutto ciò è indicativo della mancanza di una idea complessiva delle reali esigenze del mondo dell’infanzia e tale stato di povertà culturale e politica rischia di creare il circolo vizioso della deresponsabilizzazione: se c’è un problema è sempre qualcun altro che deve risolverlo e farsene carico.
Se la scuola ha difficoltà nel gestire e scolarizzare gli alunni è bene che se ne occupino i medici; se si individua un problema sociale è la scuola che dovrebbe risolverlo e così via.
I servizi sanitari stessi man mano perdono di vista lo scopo per cui sono stati creati e viene meno quella unità di intenti tra sistemi (Pedagogico, Sociale, Sanitario) che è l’unica maniera per risolvere veramente i problemi e creare i presupposti per una crescita responsabile dei nostri bambini ed adolescenti.

Mi raccomando, non sia troppo basagliano (Ernesto Venturini) – l’esperienza antimanicomiale di Gorizia

“Mi raccomando: non sia troppo basagliano” è l’esortazione che l’assessore alla sanità della Provincia di Gorizia rivolge a Casagrande, nuovo direttore dell’ospedale psichiatrico, invitandolo a scrivere il programma annuale delle attività. Siamo nel 1972; Casagrande è succeduto a Basaglia e a Pirella nella guida del famoso ospedale aperto di Gorizia. È un momento particolarmente difficile per le sorti dell’esperimento basagliano.

L’esperienza mostra di sé stessa, come un Giano bifronte, due immagini contraddittorie: da un lato, la legittimazione di un progetto “rivoluzionario”, attraverso il successo di un libro – “L’Istituzione negata” – compendio rappresentativo del cambiamento attuato – e, dall’altro lato, il suo più bruciante insuccesso – l’uxoricidio perpetrato da un paziente – che sembra rimettere in discussione la proclamata non pericolosità del folle. Sono molti a pensare, in quel momento, che l’esperienza, nata sull’onda delle “utopie” del 68, sia ormai definitivamente finita. Ma la risposta di Casagrande, non solo non sconfessa l’indirizzo percorso fino allora, ma lo radicalizza. Si tratta di un vero coup de théâtre, che pone, di nuovo, Gorizia al centro dell’attenzione scientifica e politica, sia in campo nazionale che internazionale. I medici dell’Ospedale psichiatrico denunciano la responsabilità degli amministratori e dei politici, che impediscono l’apertura dei servizi territoriali, necessari per l’integrazione sociale dei pazienti. Per questi motivi avanzano la richiesta di una dimissione “in blocco” dei ricoverati e presentano, contemporaneamente, le proprie dimissioni. È una notizia sensazionale, che riaccende, dopo quattro anni di silenzio, l’interesse dell’opinione pubblica su quell’ospedale. Il mondo scientifico e quello politico si dividono. Per alcuni è solo una provocazione, per altri è una coraggiosa denuncia contro lo stato di arretratezza in cui versa l’assistenza psichiatrica in Italia. Per circa due mesi l’argomento tiene banco sulla stampa locale e su quella nazionale. Vanno in onda servizi televisivi, radiofonici. Si svolgono numerosi dibattiti, in un clima di forti polemiche. C’è chi critica quella scelta, ritenendola eccessivamente mediatica e chi, invece, si schiera pubblicamente a favore della necessità di urgenti riforme. È un momento cruciale nel percorso di superamento degli ospedali psichiatrici.

La pagina goriziana anticipa la legge di riforma (la legge180), che sarà promulgata pochi anni dopo. Ma come si è arrivati a queste clamorose posizioni? Qual era, propriamente, la posta in palio dietro a questo scontro tra i medici e l’Amministrazione Provinciale? Il libro cerca di dare una risposta a questi interrogativi, attraverso documenti inediti, testimonianze, racconti autobiografici, riflessioni a tutto campo sui valori e limiti dell’esperienza goriziana.

Il libro narra il passato, ma lo sguardo è rivolto al presente, all’attualità dei dibattiti sui diritti civili delle minoranze, degli anziani e dei migranti. Il manicomio per legge non esiste più, ma la logica manicomiale è ancor presente in tante istituzioni sanitarie e d’assistenza. E se, oggi, i temi e gli obiettivi possono sembrare diversi, l’impegno e le strategie di lotta mantengono, ancora, la loro bruciante attualità. Può forse essere utile ricordare, allora, proprio lo “spirito” degli anni 70, quando l’Italia, attraverso conflitti, dibattiti, esperienze coraggiose, riuscì a raggiungere importanti risultati, fino a poco prima, del tutto impensabili: la legge del divorzio, quella della maternità assistita, le riforme della Sanità e dell’Università. In questo libro ci riferiremo, in particolare, ai movimenti sociali e politici che portarono alla promulgazione della legge di riforma della psichiatria. Una legge, che rimane nel panorama internazionale uno dei più importanti prodotti del “made in Italy”. D’altronde è lo stesso Norberto Bobbio che ci ricorda come “la 180” sia stata l’unica, vera riforma realizzata in Italia nel dopo guerra. La vicenda goriziana mostra che un processo di emancipazione, anche quando sembra prossimo a una sconfitta, può sempre rovesciarsi in una vittoria: occorrono coerenza e una tenace fiducia nelle possibilità del cambiamento. Quegli avvenimenti comprovano, come ha detto Basaglia, che” l’impossibile può diventare possibile”.

Il libro è diviso in quattro capitoli: “La storia”, “Frammenti autobiografici”, “Opinioni”, “Riflessioni conclusive”. Una breve prefazione informa il lettore sugli avvenimenti che hanno preceduto quelli raccontati in questo scritto. Si entra, poi, nel vivo del racconto descrivendo il momento di massima tensione mediatica. Gli interrogativi, i dubbi sorti da quell’evento spingono a ricercarne le ragioni, andando a ritroso nel tempo. Tutti gli avvenimenti dell’Ospedale aperto di Gorizia sono contestualizzati nel panorama, più ampio, di quanto, in quegli anni, stava accadendo, sia in campo nazionale, che in quello internazionale. Alla descrizione “oggettiva” degli accadimenti si affianca il punto di vista “soggettivo” degli autori, che è raccontato, con uno stile informale e colloquiale. Gli aneddoti, i ricordi personali aiutano, spesso, nella ricostruzione di una vicenda, quanto possono farlo i documenti ufficiali. Nel terzo capitolo, intitolato “Opinioni”, sono inseriti tre punti di vista, diversi da quelli degli autori. Il primo di questi “sguardi” è quello degli infermieri dell’ospedale goriziano che espongono le loro considerazioni e valutazioni. Viene dato spazio, poi, al pensiero critico di un famoso giornalista – Sergio Zavoli. L’ultimo sguardo è, infine, quello di una professoressa di un’università straniera: la sua approfondita conoscenza di questa materia si accompagna a un’opportuna distanza spazio-temporale, che può rendere maggiormente oggettiva l’analisi degli avvenimenti.

Le riflessioni conclusive, riportate nel quarto capitolo, cercano di riannodare i nodi della storia, offrono nuovi approfondimenti, riaffermano il potere dell’utopia contro chi vorrebbe far dimenticare il valore del pensiero basagliano.

Omaggio a Sergio Zavoli

Un anno fa, circa, sono andato a trovare Zavoli nella sua casa di Bracciano. Desideravo discutere con lui il libro che, insieme con Domenico Casagrande e Paolo Serra, stavo scrivendo sull’esperienza dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, coraggiosamente aperto da Franco Basaglia negli anni ’60. Mi accompagnavano, per l’appunto Paolo Serra e Massimo Salvucci, che stava curando la promozione dell’iniziativa.

Zavoli, come appare in questo libro, pubblicato dall’editore Armando Armando con il titolo “Mi raccomando: non sia troppo basagliano”, aveva svolto un ruolo importante nel promuovere quell’esperienza. Il suo servizio giornalistico su TV7, intitolato “I giardini di Abele”, aveva fatto conoscere al grande pubblico quell’esperienza innovatrice ed era stato un grande successo di auditing.

In quel giorno di agosto volevamo rendere omaggio al giornalista, scrittore, uomo politico, ma volevamo conoscere anche la sua opinione sul libro e avviare una riflessione critica su quel lontano passato e sul nostro presente così complesso. Zavoli ci aveva accolto con grande cordialità e il colloquio aveva assunto toni di grande intensità. Il suo ricordo di Franco e Franca Ongaro Basaglia era improntato a una grande riconoscenza e amicizia. Zavoli poneva l’accento sul valore e sull’attualità dell’esperienza goriziana e descriveva il suo costante impegno sui temi della salute mentale. Un impegno che era continuato nel sostenere l’iniziativa della senatrice Basaglia in Parlamento: Franca Ongaro Basaglia era riuscita, infatti, a promuovere il primo Progetto Obiettivo Salute Mentale, che colmava, con ritardo, le omissioni della legge di Riforma della Psichiatria.

Quell’incontro di agosto era diventato, alla fine, un’intervista che avrei inserito nel libro, con l’approvazione dello stesso Zavoli: una delle sue ultime interviste, se non, forse, l’ultima.

Zavoli si era mostrato estremamente lucido, soddisfatto per poter riflettere su quegli eventi così importanti della sua storia personale. Aveva, poi, sottolineato la sua disponibilità ad accompagnare il “lancio” del libro.

Il tempo passava, ma era diventato difficile per noi e anche per lui, come aveva dichiarato, dover interrompere quell’incontro. Solo a sera inoltrata c’eravamo lasciati, ripromettendoci altri incontri e scambi d’idee.

Ernesto Venturini

Su Monitor continua il dibattito sulla psichiatria pubblica in Campania

su Monitor:

nuovo contributo al dibattito sulla psichiatria pubblica in Campania: 

intervento del dr. Emilio Lupo, responsabile dell’organizzazione di Psichiatria Democratica (link)

Intervista a Salvatore di Fede, segretario di Psichiatria Democratica

Conferenza nazionale per la salute mentale

Comunicato stampa

Agostino Pirella : l’esperienza di Arezzo a quarant’anni dalla legge 180

E’ appena uscito il volume “Agostino Pirella : l’esperienza di Arezzo a quarant’anni dalla legge 180”, con il contributo di Psichiatria Democratica e del Centro Franco Basaglia di Arezzo.

Il volume – curato da Cesare Bondioli- contiene gli atti del Convegno tenutosi presso il Campus del Pionta nel giugno del 2018. Numerose e interessanti le relazioni sulla straordinaria esperienza aretina nel campo della Salute Mentale europea, e sul ruolo svolto dal prof. Agostino Pirella, che, insieme ai suoi collaboratori, scrisse pagine importanti di riscatto e liberazione dal manicomio di migliaia di uomini e donne, tracciando la via per lo sviluppo sempre maggiore di una Salute mentale comunitaria.

Il volume contiene anche una presentazione del lavoro di studio avviato dall’Università sull’ archivio dell’Ospedale Neuro-Psichiatrico di Arezzo e sull’ “Archivio Pirella” recentemente acquisito grazie alla donazione di Martino Pirella.

 A corredare l’interessante volume, le foto di molti tra i protagonisti ed i sostenitori di uno dei maggiori punti di riferimento culturali e scientifici della rivoluzione psichiatrica quale è ancora oggi il prof. Pirella.

Psichiatria Democratica torna a chiedere la convocazione del Tavolo Tecnico Salute Mentale del Ministero della Salute e critica l’istituzione del numero verde di ascolto per l’emergenza COVID-19

Lettera al Tavolo Tecnico Salute Mentale

Istituzione del numero verde