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Dentifricio

di Alex De Brasi  ( Educatore, Ca’ del vento, Imola)

 

Dialoghi di lavoro.
– Alex venga che le devo chiedere una cosa… ho comprato un dentifricio Colgate che però quando lo uso uccide delle persone, come potrei chiamarlo? Gli ho già cambiato nome due volte
– ma non saprei, è sicura che uccide le persone?
– sì sì….potrei chiamarlo premiata forneria marconi….no quella è musica….premiata erboristeria…mmh no…cosa dice lei?
– premiata antica erboristeria?
– ecco sì, va bene.
Una corretta igiene orale è importante, la vita di molte persone potrebbe dipendere da voi, mi raccomando!

Lucia

di Alex De Brasi  (Educatore, Ca’ del vento, Imola)

 

Ciao Lucia
Mamma mia, a ripensarci quante litigate che abbiamo fatto, tra un voglio il gelato, voglio andare a mangiare dalle suore, i piatti rotti e un “vaffanculo”.
E la tua camera, un santuario inviolabile dove non facevi entrare nessuno, un altare pagano che metteva assieme Papa Wojtyla e Micheal Jackson, Edwige Fenech e la Madonna (non la cantante).
Un mosaico che diceva che la vita, in fondo, è sempre così, un misto di sacro e profano, che i matti sanno tenere così bene assieme e che la ragione invece divide; la ragione che tu non sentivi, testarda come una goccia d’acqua, che leviga il marmo.
Ogni tanto te ne uscivi con un “Ti do un pugno”, dicevi proprio così, perché quando non si capisce, tutto è una minaccia e se non sai come tenere assieme i pezzi, ti rimane poco da fare, se non dare un pugno, che però alla fine non davi mai…quasi mai và.
Ti ho vista mangiare l’impossibile e poi arrabbiarti perché avevi mal di pancia, ululare come un lupo per una cosa negata.
Le foto erano il massimo, volevi l’immagine di tutti, ma come quelle tribù che credono che una foto rubi una parte di noi, la tua non la volevi dare a nessuno.
Ma ti ho anche vista imitare Walker Texas Ranger o ridere con i film di Bud Spencer e Terence Hill, esaltarti per Gianni Morandi, Adriano Celentano e Raffaella Carrà.
Fare una carezza, chiedere un abbraccio.
Ogni tanto andavamo a mangiare la pizza, alla salsiccia per te, coca cola e profiteroles, era bello, perché mi raccontavi delle cose che di solito non dicevi.
Non conoscevi il tempo, non sapevi né leggere né scrivere…ma le emozioni, quelle si, quelle erano le tue montagne russe, una giostra che ti sballottava dove voleva lei.
È così difficile vivere di sole emozioni.
È per quello che avevi il cuore malandato, era gonfio di emozioni.
Si dice, il cuore non ha retto l’emozione.
Le emozioni sono l’aria di un palloncino a forma di cuore, se lo gonfi il giusto, vola, altrimenti scoppia.
Ogni tanto mi chiedevi se Gesù è buono.
Io non lo so se c’è e se è buono, ma se non ti porta dai cinesi a comprare qualcosa, vengo su e gli dico ” ti do un pugno”.
Ciao Lucia

Wilali e la nostalgia

di Rocco Canosa

(Psichiatra, Centro Medico “Stenone”  Caritas Firenze)

Nel momento in cui il senso di casa viene minato e perduto nel migrante,

si crea una sensazione di vuoto inspiegabile e tuttavia estremamente profondo

di mancanza di qualcosa di cui la persona non era nemmeno

consapevole di possederla

(Dellavalle Chiara)

 

Quando parlo con i migranti, non sono colpito solo dalle loro storie di violenza e di miseria, ma anche dal loro sentimento di nostalgia.

Oggi Wilali, tunisino, è venuto a parlare con noi. “L’operatore della casa di accoglienza in cui sto vivendo, mi ha inviato da voi, dicendo che sono depresso e devo curarmi per questo “– mi dice.

“Io non ho bisogno dello psichiatra, perché ciò che vivo non è una malattia. E’ la lontananza. Un dolore profondo, un misto di nostalgia e di tristezza”.

Non fa in tempo  a terminare la frase che scoppia in un pianto dirotto. “Ho lasciato la mia famiglia a Tunisi –continua- per venire in Italia per guadagnare un po’ di soldi, cercando di dare loro una vita decente. Mi trovo qui da 11 anni. Ho lavorato come facchino, spezzandomi la schiena. Poi ho perso il lavoro perché l’azienda ha chiuso. Così, per sopravvivere ho cominciato a spacciare droga e dopo, come spesso accade, a farne uso anch’io. Continuo a drogarmi pure adesso, anche se molto meno di prima: un tiro di cocaina mi tranquillizzo. A causa dello spaccio sono stato più volte in carcere. Ora sono davvero triste. La farei finita con la vita (quante volte ci ho pensato!), ma Allah me lo proibisce. Non riesco a chiudere occhio la notte, preoccupato come sono della mia famiglia. Ma non mi sento malato.

Già, la nostalgia: per le passeggiate in riva al mare a Tunisi, per l’odore di zenzero e curcuma della minestra di casa, per la fragranza del pane appena sfornato e comperato alle sei del mattino nel forno di mio zio, per le scorribande di noi ragazzi nei vicoli della città vecchia, per gli occhi di mia madre. No, dottore, non sono malato e non sto neanche tanto male a causa dei pochi soldi che ho in tasca. Sto male perché soffro della mancanza. E’ qualcosa che parte dallo stomaco, arriva alla gola, invade gli occhi fino a farli piangere.

Non mi dia medicine, dottore, la prego. Non servirebbero a nulla. Da molto tempo non parlo con nessuno. Il senso di solitudine ha conquistato il mio cuore. La solitudine l’ho scelta io, perché in questa condizione il mio pensiero si concentra meglio sulle cose e sulle persone che ho amato e continuo ad amare. Tutto il mondo intorno, con il suo chiasso, mi distrarrebbe. E’ come se il pensiero dolce –amaro della mia casa, della terra lontana colmasse un vuoto prima inspiegabile, di cui solo ra mi rendo conto. Per me la solitudine è come una piantina che va coltivata con attenzione e delicatezza, protetta da rumori e da scossoni. Allo stesso modo la mia anima vuole restare in pace, protetta e difesa da consigli, diagnosi e terapie. Lasciatemi vivere questo sentimento. Mi tiene in vita”.

E così facciamo, dando la disponibilità solo ad ascoltare Wilali, qualora abbia voglia di parlare con noi.

Mahamed che voleva morire

di Rocco Canosa*

Nel Centro Medico “Stenone” della Caritas di Firenze, che si occupa di migranti e senza fissa dimora per le problematiche sanitarie, ho incontrato Mahamed, che mi racconta la sua storia.

Il mio nome è Mahamed. Ho 38anni e sono nato ad Abeche, in Ciad. I miei genitori e mio fratello maggiore vivevano nella capitale N’Djamena, mentre io sono cresciuto con mia zia. Mia zia non poteva avere figli, così i miei genitori mi hanno lasciato con lei, la quale era molto povera e dipendeva economicamente dal lavoro di mio padre. Lui aveva un piccolo pezzo di terra dove coltivava gli ortaggi che poi vendeva al mercato. La zona di Abeche dove sono cresciuto è completamente abbandonata dallo Stato, poiché la Regione, con un alto numero di ribelli, è stata sempre in opposizione al Governo centrale. Non ci sono scuole ed io ho frequentato la scuola coranica per soli sei mesi. Lì ho appreso l’arabo e i fondamenti della regione islamica.

Nel 2006 sono stato incarcerato. Sono stato accusato di furto da un vicino di casa. Questi era stato derubato e, poiché ero molto povero e non potevo permettermi un avvocato , ha incolpato me.

Sono stato detenuto nella prigione di Abeche, famoso per la durezza del trattamento dei prigionieri, considerati tutti ribelli dal Governo.

Sono stato rinchiuso in una cella di otto metri quadrati con altre venti persone. Ci davano da mangiare due volte al giorno una piccola porzione di riso. E ci davano da bere pochissimo, attraverso un tubo di gomma che ci infilavano in bocca. Non mi sono lavato per un anno. Quelli per cui la famiglia poteva pagare, corrompendo le guardie, potevano uscire a lavarsi e rientrare. Io però, non potevo farlo, perché non c’era nessuno che poteva dar denaro per me. Alcuni carcerati sono morti davanti i miei occhi per le infezioni dovute ella sporcizia. Dopo quasi un anno di reclusione mi hanno rilasciato, perché non avevano alcuna prova a mio carico, a causa del furto di cui ingiustamente ero stato accusato.

Nel febbraio del 2008 i ribelli hanno preso N’Djamena e l’aviazione francese, alleata del presidente del Ciad, ha sferrato un attacco aereo, bombardando la capitale. Molti civili sono stati uccisi e tutta la mia famiglia è morta sotto le bombe che hanno distrutto la nostra casa. Siamo sopravvissuti solo io e mia zia. In preda al panico e sotto shock, sono fuggito dalla casa di mia zia, senza avvisarla e per questo mi sento in colpa ancora adesso.

Ho cominciato a vagare senza meta di villaggio in villaggio, dormendo all’aperto e chiedendo l’elemosina per mangiare. Volevo uscire dal paese e quando le frontiere sono state riaperte, ho deciso di tentare la sorte andando in Niger. A bordo di un camion, dopo quattro giorni di attraversamento del deserto, sono riuscito ad arrivare in Niger. Ma lì non ho trovato alcun lavoro e dopo alcuni mesi di vita da mendicante, ho deciso di partire per la Libia. Ho trovato un autista di camion, al quale ho offerto il mio aiuto in cambio del passaggio. Giunto in Libia, quest’uomo mi ha dato la possibilità di lavorare come pastore delle sue greggi di capre.

Ho fatto questo lavoro per tre anni a mezzo, nel deserto.

Nel 2015, quando in Libia è iniziata la guerra civile ho rivissuto la stessa paura che mi aveva spinto a lasciare il mio Paese. Al mio padrone ho detto che non volevo continuare a lavorare sotto l’incubo di continui attacchi militari. Dopo tutte le esperienze drammatiche vissute, mi sono ritrovato di nuovo nel mezzo di una guerra. Questo mi ha gettato in uno stato di profonda disperazione e dunque per me non aveva più senso vivere. Ho pensato così di suicidarmi, ma non potevo farlo, perché Allah non mi avrebbe perdonato. Allora mi è venuta l’idea di imbarcarmi verso l’Italia, con il solo scopo di morire in mare, sapendo che molti migranti che avevano tentato la traversata del Mediterraneo era annegati.  Avrei messo fine alla mia sofferenza, ma Allah mi avrebbe perdonato, poiché non mi sarei tolto la vita da me stesso.

Il mio padrone ha tentato prima di dissuadermi, poi, dietro le mie insistenze, mi ha aiutato a trovare un trafficante a cui ha dato 2500 dinari per il viaggio su un barcone.

Il viaggio in mare è durato tre giorni. Eravamo circa 300 persone ammassati nella stiva, dove c’era pochissima aria. Non avevamo acqua né cibo. Scene terribili: molti piangevano e picchiavano alla porta della stiva per poter uscire, poiché ormai l’aria per respirare era scarsissima. Tutti erano convinti di morire asfissiati. Recitavano la preghiera che i musulmani pronunciano nel momento della morte. Io ero lì tranquillo, pronto a morire, come desideravo.

Poi la Guardia Costiera italiana ci ha soccorso. Siamo stati imbarcati sulla loro nave e dopo un giorno e mezzo, siamo giunti in Calabria. Di qui, insieme ad altri sono stato condotto in un Centro di Accoglienza per profughi a Firenze”.

Parla solo arabo e pur conoscendo il francese, si rifiuta di parlarlo, in quanto lo considera la lingua degli oppressori che gli hanno distrutto la famiglia. E’ molto parco di parole e triste perché non era riuscito a morire durante la traversata in mare verso l’Italia. In ogni caso pensa ancora al suicidio, ma nello stesso tempo rifiuta ogni forma di terapia farmacologica.

Abbiamo deciso insieme che, in ogni caso, ci saremmo visti spesso a cadenza ravvicinata, soltanto per conoscerci meglio. Dopo un mese circa Mahamed “si sente meglio” e incomincia a non pensare più che la morte sarebbe stata per lui la soluzione ottimale. Quando gli chiediamo quali potevano essere, secondo lui, le cause del suo miglioramento, visto che non assume alcun farmaco, ci risponde: ”Sto meglio perché ho trovato qualcuno che mi ha ascoltato, senza la pretesa di guarirmi”.

Mahamed ci ha aiutato a capire che il bisogno di queste persone non è solo il cibo o un tetto, ma la necessità che qualcuno accolga il loro dolore, possa riempire, anche in piccola parte, il vuoto immenso che hanno dentro di sé per aver abbandonato moglie, figli, madri, padri, rispetto ai quali si sentono anche in colpa per essere andati via. Hanno bisogno che qualcuno legga e comprenda la loro profonda nostalgia per i loro luoghi che non è affatto dolce e che anzi, come un tarlo, rode e fiacca le risorse interiori, fino alla rassegnazione rispetto ad un destino incerto.

Insomma di fronte a loro dobbiamo essere persone che incontrano persone, alla pari, semplicemente.

 

*Psichiatra, Centro Medico “Stenone” Caritas , Firenze
  roccan19@gmail.com

Principessa va al mare

di Emilio Lupo

dal volume Il mare bagna ancora Napoli

scrittori che amano la città

Prefazione di Donatella Trotta

Ed.  SELF

(a cura di Salvatore Testa)

 

Sembrava una Principessa. L’avevamo chiamata così dopo il primo incontro, quando, nell’aprile di quell’anno, venne accolta nella casa-famiglia, perché “rapita” dal nostro gruppo di operatori della Salute Mentale, a seguito di un blitz presso un Servizio di Diagnosi e Cura, dove era stata condotta, molti mesi addietro, e lì abbandonata come in un deposito bagagli. Scoprimmo in seguito che aveva frequentato le scuole di Stato per un periodo assai breve e già all’inizio degli anni ’60 aveva cominciato (dopo il matrimonio e le gravidanze) ad essere ospitata, più volte,  in manicomio e lì sottoposta a cicli di ipnoterapia ed elettroshock, che in seguito ritornavano insieme ad incubi e paure. Viveva in completo abbandono fino a quando il Dipartimento di Salute Mentale, dopo numerose visite domiciliari, ne aveva assunto la tutela. Giunta in casa famiglia era  dapprima diffidente e molto trascurata, ma con il passare dei giorni instaura un bel rapporto con l’infermiera Gemma che l’aiuta a recuperare la femminilità che le dure condizioni di vita le avevano sottratto. Dopo poco tempo, infatti, percepisce una quota per le sigarette e gli acquisti degli effetti  personali… spesso in ghingheri…. si reca dal parrucchiere… nonostante continui a ripeterci che questa testa non è la sua.  La ritrovata serenità o meglio questo sentirsi dentro un gruppo-famiglia, che rispetta i suoi tempi e i suoi spazi, favoriscono, in maniera lenta ma progressiva, le relazioni con la gente del quartiere. Pizzerie (ama particolarmente il ripieno fritto), ma anche mercerie e venditori ambulanti sono le mete preferite delle sue quotidiane passeggiate mattutine, perché di pomeriggio preferisce rimanere a casa.

Tutti al mare. Si chiamava così il progetto che avevamo realizzato come attività di integrazione ma anche perché più di un ospite ne aveva  dimenticato l’esistenza per i lunghissimi anni trascorsi in manicomio. In tutti al mare, il gruppo degli operatori aveva potuto esprimere il meglio di sè  per garantire – stante le scarsissime risorse dei singoli e quelli della giovanissima usl – un adeguato equipaggiamento ai bagnanti! Iniziarono così le prove costume (niente a che vedere con quelle cui siamo abituati oggi, per il peso forma da esibire in spiaggia) indumento recuperato nelle nostre case (nuovo, quasi nuovo e da passare in lavatrice) o presso negozianti amici, insieme alla ricerca spasmodica di colorati teli da spiaggia o di protezione solare, questi ultimi gentilmente donati da una parente farmacista, entusiasta dell’iniziativa e, probabilmente travolta piacevolmente dal furore organizzativo del variegato gruppo. Sì, le prove costume, avevano il loro fascino e provocavano proteste e ilarità (è troppo stretto, sembro una befana, non mi piace, mi invecchia oppure, bello questo colore, mi piace: staje troppo bella, pare n’attrice americana!) durante la vestizione. Ma anche quello fece gruppo. Dicevo delle scarse risorse che ci impedivano una regolarità nell’accesso al mare (nonostante qualche piccolo sconto che i nostri operatori più diplomatici, riuscivano ad ottenere dai proprietari dei lidi per ridurre il salasso alle nostre povere casse) cosa che non piaceva affatto alla nostra Principessa che reclamava una continuità dell’iniziativa: “me piace e piglià ‘o bagno quand’è ‘a stagione, no ogni morte e Papa. E accussì quando m’abbronzo? quando me faccio nera?”.

Una calda mattina di luglio. Il solleone invitava tutti a lasciare le quotidiane fatiche per cercare refrigerio altrove, la nostra Principessa, informò gli operatori di turno, tenendo sempre ben stretta tra le mani la borsa che l’accompagnava da sempre, che si sarebbe fatta il suo solito giretto nel quartiere rincasando alla solita ora. Dopo aver ricevuto le raccomandazioni di rito: “mi raccomando, Principè, mangiati una sola pizza, che oggi abbiamo preparato linguine alla puttanesca e pesce”,  guadagnò l’uscita. In casa, intanto, si organizzava la giornata, tra la barba che Franco si doveva accorciare con l’aiuto dell’operatore Marzio, Giovanna che doveva andare dal medico per una visita di controllo per il diabete, e Teresa che reclamava una mano per il bucato da stendere mentre Nicola, con l’aiuto di Gianni l’infermiere e dell’operatore Germano, doveva finire di sistemare l’aiuola nello spazio retrostante la casa. E infine Gemma che nella sua tipica posizione, mani nei fianchi e naso arricciato, si era insediata in cucina dando un occhio alla salsa ed uno alla lavatrice. E la nostra Principessa? Lei con incedere spedito, invece di imboccare la strada della friggitoria imboccò – dopo una breve sosta – la porta del pullman che l’avrebbe condotta, in compagnia della sua borsa, a …

Nella casa-famiglia la giornata filava liscia. Il quadro si presentava così: l’assaggio della salsa, la biancheria stesa ad asciugare al sole di luglio e i fiori sistemati dal trio di giardinieri, tra un bicchiere di limonata ed un caffè, tanto per recuperare energia in una giornata che faceva dire a Giovanna, in attesa di incontrare il diabetologo in compagnia dell’infermiera Mena…: “forse era meglio se andavamo al mare… oggi fa troppo caldo, nennè, così chiamava, vezzosamente, la sua infermiera preferita”. Embè è sott’mezzjuorne e a Principessa nun se vede, borbottava Gemma…: “chi sa che se sta mangiando, e po’ cca’ nun tene appettito!” E sì che la nostra più che mangiare pizze quella mattina – con sotto il vestito il suo bel costume che la faceva apparire “n’attrice americana” – si godeva il sole e l’acqua di Mappatella beach, meta che aveva raggiunto prima in pullman e poi in tram, percorso questo che non aveva dimenticato nonostante le deprivazioni, il manicomio e l’elettroshock. Con la tavola apparecchiata da Antonietta e  “comme ‘e muonaci” diceva Gemma sempre più stizzita dal ritardo di Principessa, uno alla volta, comparivano in cucina di ritorno dai loro impegni mattutini gli abitanti la casa, qualcuno tentava di inzuppare il pane nella salsa, a mò di aperitivo, contrastato in maniera decisa dalla attenta cuoca. Nel frattempo, Principessa aveva rispettato alla lettera la sua tabella di marcia: panino (rosetta, per la precisione) con fiordilatte di Agerola e prosciutto crudo acquistato dal salumiere di fiducia prima di salire nel pullman, caffè sorbito appena giunto sulla Caracciolo da un abusivo (e subito seguito da una doppietta di sigarette, americane ovviamente) e, quindi, bibita comperata (sempre dall’abusivo) soltanto intorno alle 12,00 poco prima di addentare il gustoso panino con fiordilatte e prosciutto crudo. Beninteso dopo un bagno ristoratore e un poco di sole (che fa bene alle ossa, d’inverno) insieme a due chiacchiere e un’altra sigaretta che le era stata offerta da una signora bionda che si prendeva il bagno con il marito e i due figli piccoli, sistemata a fianco della Principessa, su di una sedia a sdraio di legno, con tanto di occhiali da sole, foulard e doposole.

Venivano da Ponticelli. Così aveva detto a Principessa. Era bidella in una scuola elementare e i bambini erano terribili. La  bionda bidella, cordiale e con un sorriso stampato sul volto, le aveva fatto i complimenti, sia per i suoi begli occhioni neri, i capelli corvini e la pelle del viso liscia come una pupata ( motivo di scherzosa invidia anche di alcune infermiere) sia per il bel costume che Principessa indossava e per gli orecchini che erano intonati, disse, con una certa enfasi, a quanto indossava. La nostra si intrattiene a parlare della calura e di come era limpida l’acqua quella mattina, congedandosi poco dopo perché voleva fumare una sigaretta e non voleva farlo vicino e creature. E fu lì e in quella posizione, che il nostro infermiere Peppino, che era smontato dalla notte e che era lì con moglie, figlia e genero, la riconobbe. Disse poi che l’avrebbe riconosciuta tra mille, da come teneva la sigaretta tra le labbra. La chiamò ma Principessa non rispose: non aveva sentito per il vociare intenso che c’era sul lido mappatella oppure aveva finto di non sentire? Questo non lo sapremo mai. Sta di fatto che la raggiunse chiedendole con chi stava e dove fossero  gli operatori e come mai erano andati lì, quella mattina e non al lido dove si recavano solitamente. Principessa non rispose continuando a fumare ed a scrutare l’orizzonte.

La libertà è sempre terapeutica. Intanto nella casa-famiglia cresceva la disputa tra coloro che si lamentavano della troppa libertà che veniva concessa agli ospiti e quelli che quella libertà ritenevano fosse l’obiettivo da perseguire, sempre. Chi sosteneva che Principessa non era in grado di orientarsi e chi, di contro, era fortemente convinto che era tutt’altro che una sprovveduta, essendo sopravvissuta al manicomio. E, nel cuore della discussione, Marzio aggiunse:  Principessa conosce bene la città, tant’è che durante una uscita (così chiamavamo le escursioni o le passeggiate) era stata proprio lei a indicare la strada più breve agli operatori, per fare ritorno al pullmino che li avrebbe riportati in casa-famiglia. I favorevoli alla sortita confermarono, con ampi gesti del capo o riferendo alcuni dettagli dell’uscita, quanto aveva detto Marzio, i contrari tacevano.

In riva al mare. Dall’altra parte della città, Principessa si intratteneva con la moglie e la figlia dell’infermiere Peppino, ribadendo la purezza dell’acqua, il caldo opprimente e ricevendo, ancora una volta i complimenti per la mise. Nel frattempo Peppino aveva attraversato la strada e raggiunta la cabina telefonica aveva chiamato in casa-famiglia: state tranquilli, Principessa è qui, al mare, alla Caracciolo ed ora sta parlando con mia moglie e mia figlia. L’accompagno io a casa, tra un poco. La telefonata che pure aveva riportato serenità nella fazione dei preoccupati non aveva sedato la disputa, nel mentre Gemma che in un primo momento aveva detto:”ben gli sta, mo’ la pasta se la mangia fredda” era ritornata ai fornelli e riempita d’acqua la pentola per la pasta. Aveva messo da parte un po’ di sugo. Non si sa mai, aveva pensato.

Principessa che ormai gestiva le chiacchiere con moglie e figlia di Peppino (il genero si manteneva da parte, erano cose da donne, disse poi) ottenne di prendere un altro caffè che volle dividere con le sue nuove compagne e fumarsi l’ultima sigaretta, in riva al mare, con i piedi nell’acqua, prima di sedersi in macchina, dove in cinque, un po’ stretti, avrebbero fatto ritorno a casa. Dove l’aspettavano e dove Gemma e gli altri le avrebbero chiesto il perché aveva nascosto loro quella gita solitaria. E già rimuginava nella sua mente la risposta: “me piace e piglià ‘o bagno quand’è ‘a stagione, no ogni morte e Papa. E accussì quando m’abbronzo? quando me faccio nera? ”.

Un soggiorno a Procida

Alici, alici, mò lascio l’alici e me ne vaco a faticà!*

di Bruno Romano**

Dalla Sanità a Procida

Ok, si parte. Il gruppo è formato da sei utenti e due operatori. Andiamo in un campeggio, prendiamo in fitto due bungalow al camping “Punta Serra”, il più antico dell’isola di Procida, che sorge in una natura incontaminata, nell’omonima località Punta Serra dalla quale prende il nome.

Punta Serra è un costone di roccia tufaceo che si estende in mare per circa 200/300 metri e separa la Baia del Pozzo Vecchio dalla baia di Ciraccio e Ciracciello.
Il campeggio dista 200 metri dalla spiaggia del Pozzo Vecchio, da qualche anno denominata la spiaggia de “Il Postino”, luogo magico dove l’attore Massimo Troisi ha girato il suo ultimo film; esso si trova 700/800 metri dal centro geografico e commerciale del paese. Antistante il cancello d’ingresso è posizionata la fermata dell’autobus, linea C1, una circolare che parte dal porto di Marina Grande, attraversa il paese e ritorna al porto.
Il campeggio è popolato da alberi di alto fusto (querce, acacie, eucaliptus), dispone di piazzole su cui è possibile collocare camper, tende o roulotte e dispone di bungalow (casette prefabbricate) da 4/6 posti letto, con ambienti separati e antistanti terrazzini coperti dotati di sedie, tavolo e sdraio, piccolo angolo cottura e servizio igienico autonomo con doccia.
Il campeggio dispone inoltre di un bellissimo belvedere che affaccia direttamente sul mare, dal quale si può vedere: Ciraccio, Ciracciello, la Chiaiolella, l’isolotto di Vivara e la vicina isola d’Ischia che quasi la si tocca con mano. Dal Belvedere, vista la posizione geografica sulla quale si trova (lato di ponente), sull’imbrunire è possibile ammirare un incantevole tramonto.
C’è anche un attrezzatobarad uso esclusivo dei suoi ospiti, con spazio antistante, fornito di ombrelloni, tavolini e sedie.

Perché abbiamo scelto di andare in un campeggio? e perché abbiamo scelto Punta Serra? La voglia di fare un’esperienza “comunitaria”, condividere spazi, partecipare alla costruzione della giornata, fare nuovi incontri, mangiare, dormire, cucinare insieme in un luogo accogliente, ideale per vivere un soggiorno diverso da situazioni di tipo “alberghiero” oppure dal “tutti insieme, noi della salute mentale” pratica diffusa che vuole inglobare più centri diurni, inoltre tale soggiorno, vuole essere un riconoscimento ai protagonisti che hanno partecipato al progetto “Matti per la birra” i cui proventi hanno permesso di autofinanziare il soggiorno, così come è nello spirito del gruppo di lavoro che, per scelta, non ha mai utilizzato fondi pubblici per tali iniziative.

Sveglia alle 9,00, colazione insieme alle 9,30.Organizzazione della giornata, oggi panini e stasera cena, chi cucina, chi fa la spesa, chi provvede al riassetto del bungalow, ci dividiamo i compiti.

Stasera andiamo a cena alla Coricella? Certo. Contorni di mare e uno spaghetto “psichedelico” alici e limone, così buono da diventare il refrain dell’estate, così come “L’estate di John Wayne” canzone tormentone dell’estate 2016. Ci fa visita un piccolo gruppo di amici che vengono da Napoli, dal Lido Pola, centro autogestito restituito alla città e al quartiere di Bagnoli con il quale abbiamo organizzato diverse iniziative a favore del Centro Diurno e a sostegno del progetto “Matti per la birra”, Sara, Fiorella e Kevin, quest’ultimo è venuto provvisto di tammorra e castagnette, insieme ad Enzo, operatore e musicista, la sera del 30 agosto, dopo aver cenato insieme ai nostri amici si balla e si canta. Tutti insieme, anche gli ospiti del Punta Serra. Il clima è quello giusto. A pensare che tre utenti su sei vengono dall’attività relativa agli interventi domiciliari rivolti ad utenti con difficoltà ad uscire da casa, quasi in un ritiro sociale, la costanza, la gradualità, il lavoro in equipe svolto con le famiglie ripaga. Tutti.

Qualche souvenir, qualche regalo ai familiari e la famosa “lingua di bue” con crema pasticcera o con crema di limone saluta l’isola di Procida, speriamo di rivederci.

Ci sembra utile una riflessione: come l’istituzione viene ad essere rappresentata nella mente dell’ utente? quali sono gli aspetti che egli coglie affettivamente? In relazione al tipo di investimento affettivo che il paziente realizza nei confronti dell’istituzione, quest’ultima può funzionare come rinforzo e sostegno o come minaccia e ostacolo a una determinata esperienza di gruppo, che si svolge al suo interno. La mediazione, (che troppo spesso sia l’istituzione, sia il privato sociale non riesce a realizzare) e i suoi oggetti si situano all’incontro tra realtà esterna e mondo psichico interno dell’ utente. Il valore degli operatori ponte non dipende tanto dalla loro semplice esistenza, quanto dalla modalità operativa. La possibilità mediativain questi gruppi non è legata alla presenza o meno di oggetti diversi e vari o di tecniche più o meno sofisticate o rigide, bensì alla utilizzazione che può esserne fatta, a partire da quella qualità specifica che è la flessibilità, strumento che permette la creatività, l’innovazione e la rottura di schemi precostituiti. L’operatore serve da interprete, da trasformatore, da trasmettitore, da simbolizzatore tra realtà psichica e realtà esterna, tra attività terapeutico riabilitative e clima affettivo. Come recuperare una visione dell’utente come fonte attiva di messaggi affettivi e di stimolo, come riconoscergli il carattere di responsabile della propria comunicazione e della propria esistenza? Il clima affettivo che si instaura nella relazione tra utente e operatore è il principale fattore terapeutico che consente all’utente di investire proprie “risorse psichiche” per cercare di ricostruire un adeguato rapporto con la realtà, attenuando il ricorso a meccanismi di difesa patologici e comportamenti disfunzionali. Per quanto riguarda la dimensione della “relazione in gruppo”, un clima affettivo adeguato consente all’utente di sviluppare una qualità dei legami interpersonali che mobilizza emozioni, identificazioni e processi associativi. In questo senso assume importanza il ruolo e la funzione dell’equipe di lavoro nella gestione dell’attività terapeutica riabilitativa. Il clima terapeutico è un qualcosa che spesso sfugge ad una concettualizzazione tecnica se lo si considera svincolato dalla dimensione relazionale presente nel gruppo, nella quale anche tutta l’equipe è coinvolta. Il fattore, per così dire tecnico, può essere compreso solo nel contesto relazionale in cui viene applicato. Il clima affettivo e il processo terapeutico sono l’esito di una serie di aspetti insiti nella struttura della relazione interpersonale. Si tratta quindi di guardare agli elementi, sentimenti, pensieri e comportamenti che caratterizzano la relazione. La capacità di gestire le emozioni percepite nei confronti dell’utente; il proprio modo di partecipare alla relazione; gli interventi tecnici e il rapporto su come li utilizza. Questa consapevolezza richiede all’operatore la capacità di non essere continuamente attivo nella relazione con l’utente, ma anche di mettersi nella posizione di imparare, di contribuire alla nascita del sé creativo dell’altro. Aiutare gli utenti a esprimere in parole le loro emozioni vuol dire anche offrire una possibilità di condivisione e di costruzione di una propria storia personale. E’ importante che l’operatore eviti di formulare interpretazioni ma fornisca sostegno ai processi espressivi, elaborativi di confronto e riflessione. La sospensione del giudizio serve a stabilire delle connessioni all’interno delle comunicazioni dell’utente. E’ fondamentale cioè che ci si disponga verso l’utente con l’intento di cucire insieme le idee, gli affetti, i personaggi, passati e presenti, che emergono dal suo racconto. L’empatia potrebbe essere definita come la capacità di cogliere lo stato affettivo globale dell’altro, di intuire i sentimenti che vive l’altra persona. E’ fondamentale che ciascun operatoreriesca a condividere con gli altri colleghi impressioni e sensazioni riguardo ad un utente o ad una vicenda particolare che lo riguarda contrastando la rigidità, l’unilateralità, la fissità delle psicosi e cercando di creare connessioni e ponti tra funzioni diverse. Il valore del percorso di cura è dato dalla condivisione di esperienze emozionali e umane rese possibili grazie alla cultura specifica che il gruppo ha coltivato, fino a diventare patrimonio condiviso che resterà come ricordo così da poterne fare riferimento per l’accesso ad esperienze nuove, come viatico al cambiamento.

Gli utenti cercheranno il benessere e la salute; i familiari potranno essere sollevati dal gravoso carico che comporta assistere un congiunto che soffre di un grave disturbo psichico; i clinici la remissione dei sintomi e dei disturbi; i dirigenti e gli amministratori delle aziende sanitarie e del privato sociale rivolgeranno la loro attenzione all’efficacia e al contenimento della spesa e dei costi; la società e l’opinione pubblica nell’ essere rassicurata e l’operatore ponte potrà finalmente levare il grido: *“Alici,alici, mò lascio l’alici e me ne vaco a faticà!”

 

 

* “Alici, alici, adesso non venderò più le alici e sarò costretto alla fatica!”

Questo è il grido di Peppino,di cui io sono affezionato amico e cliente, pescivendolo di Pozzuoli che, felice del lavoro che svolge considera lo stesso una cosa bella e che è un lavoro e non una fatica!”

**L’Autore è Tecnico della Riabilitazione psichiatrica e psicosociale- Napoli

Nota: Il Centro Diurno (CDR) “Lavori in Corso” diretto dalla Dott.ssa Marina Rossano è una delle articolazioni della Unità Operativa di Salute Mentale della ASL Na1 Ds 29, la U.O.S.M. diretta per lunghi anni dall’attuale Segretario di Psichiatria Democratica, Dott. Emilio Lupo ,dal quale il nostro gruppo ha ereditato il rigore, la passione e l’impegno per lo sviluppo di una Salute Mentale di comunità, è allocato nello storico Rione Sanità, nel centro storico di Napoli. Il CDR insiste su di un territorio vasto e densamente abitato ed il nome “Lavori in Corso” nasce dall’idea di considerarlo come un cantiere in un continuo divenire, in cui ogni elemento è legato al precedente e al successivo, in un movimento circolare dal dentro al fuori. Protagonisti attivi di questo cantiere sono gli utenti che frequentano il C.D.R. e l’equipe di lavoro formata da operatori della Riabilitazione Psichiatrica della Cooperativa Sociale ERA, il gruppo, nel suo insieme considera il C.D.R. come luogo di attraversamento al fine di ridurre la dipendenza dall’istituzione e la disparità nelle relazioni, uno spazio in cui offrire opportunità di scambio, di movimento, di socializzazione e di ri-attivazione di risorse personali nell’ottica di un esperienza di cambiamento. Quella che raccontiamo oggi, è la breve cronaca di un soggiorno, sull’isola di Procida, cui hanno partecipato sei utenti e due operatori

Un piano organico per i senza fissa dimora

la Repubblica – 16 febbraio 2012 — pagina 9 sezione: NAPOLI

Emilio LUPO

 

Mi rivolgo all’ assessore comunale Sergio D’Angelo e vado subito al dunque: un piano organico per i cittadini senza fissa dimora. Voglio dire anche di riporre fiducia in D’Angelo anche se, per il passato, la fiducia, davvero ingenua, in chi lo ha preceduto mi ha riservato delusioni. Amare. Mi riferisco a progetti – che avevamo prodotto con la collaborazione e l’ assunzione di responsabilità dirette di più associazioni – poi fatti propri, a chiacchiere, dalle precedenti amministrazioni cittadine napoletane e che nella pratica hanno prodotto, per quanti sono costretti a vivere per strada, risultati pari a zero. Anzi no, non sarei veritiero se non dicessi che qualcosa è stato fatto.

È stato trasformato il centro di coordinamento di via Pavia (struttura sequestrata, che fu adibita allo scopo anche grazie all’ impegno di quelle condivisioni e dell’allora assessore De Masi) da luogo per l’analisi dei bisogni reali delle persone in difficoltà e, soprattutto, di coordinamento generale e di sostegno – per le azioni fattive e volontarie espresse da quelle mille realtà anonime che suppliscono alle carenze del pubblico – in un opificio burocratico, dal quale, peraltro, il componente di Psichiatria democratica, Salvatore di Fede, si dimise denunciandone da subito lo snaturamento. Come altri e con altri abbiamo rilevato come l’ ondata straordinaria di gelo abbia fatto emergere in tutta la sua drammaticità quanto c’è da fare per affrontare alla radice il problema e per restituire organicità all’intervento. Mettendo insieme tutte le forze disponibili e stanando quelle che si defilano o che volgono lo sguardo altrove. Chi scrive, conosce le difficoltà di bilancio e per convinzione culturale profonda persegue l’obiettivo di mettere in rete quanto già esiste. Se pur così riemerge tutta la mia ingenuità, ribadisco quanto insieme ad altri abbiamo avuto modo di proporre: a) che in tempi assai brevi si provveda a fare l’ analisi reale dei bisogni di quanti sono costretti a vivere all’ addiaccio, anche alla luce dei dati recentemente pubblicati relativamente alla presenza di molti immigrati e di un crescente numero di napoletani che sempre di più sono in strada; b) la fotografia (si dice così?) di tutte le risposte finora fornite dal servizio pubblico e da quello privato, con particolare attenzione a valutare e sostenere le esperienze che partono dal basso e che in silenzio svolgono il loro preziosissimo lavoro di sostegno; c) il rilancio del centro di coordinamento di via Pavia 129, restituendo al coordinamento il suo ruolo originario. Tra i compiti del centro di coordinamento vogliamo anche suggerire: la presenza di avvocati di strada che, in giorni prestabiliti, si facciano carico dei mille problemi dell’utenza; l’attivazione, d’intesa con la Asl Napoli 1, di una corsia preferenziale in grado di garantire l’effettuazione di prestazioni sanitarie in tempi rapidi; d) l’individuazione di strutture differenziate (a cominciare dall’Albergo dei Poveri) e sparse su tutto il territorio cittadino, in grado di rispondere, in ogni periodo dell’ anno, ai diversificati bisogni dei cittadini senza fissa dimora e organizzate a diversi livelli d’interazione con le reali necessità delle persone costrette per strada. Insomma un piano che non aspetta l’urgenza, ma che sarebbe organicamente in grado di fare fronte a qualsivoglia evenienza anche nel tentativo progettuale di sostenere l’uscita dalla marginalità delle persone che sopravvivono senza risorse, lavorando e impedendo la cronica stabilizzazione di un’ emergenza sociale. Mi viene da dire: «Se non ora quando?». Se non ora, quando potremmo perseguire l’obiettivo – da Palazzo San Giacomo a via Verdi fino alle Municipalità, ai condomini, ai vicoli- che il livello di civiltà di una comunità stia nell’ aumentare sempre più l’ attenzione e le prassi nei confronti delle persone in difficoltà di vivere, fino a rimuovere tutti gli ostacoli che producono stigma e isolamento? La mia maledetta ingenuità mi fa dire che è ancora possibile scrivere una bella pagina napoletana.

Diventare protagonisti di una storia di cura

Elisabetta Rossi Gallani Infermiera – SSM AUSL Reggio-Emilia Servizio di Salute Mentale – Castelnovo nè Monti

Rivista di freniatria volume cxxxi num 3/2007 “

Politiche di salute mentale in Italia e in Europa”

Caso deriva dal latino casus, caduto, qualcosa che compie un tragitto, cade e resta immobile, e in quanto tale si offre come oggetto di conoscenza. Il caso, inoltre, accade pur non volendolo, in modo accidentale, fortuito, mostrandoci così la nostra finitezza. È segno del destino che  non tiene conto dei nostri desideri, progetti di vita, decisioni, e proprio per questo ci distacca dolorosamente dalle nostre certezze. Ogni caso clinico è manifestazione del dolore e del destino. Il dolore si colloca fra desiderio e destino, come necessità ineludibile. È diffuso nell’esistenza psicotica, non dolore nel corpo – spesso chi soffre nella mente si disinteressa del corpo e non se ne cura -, dolore che assorbe e significa tutta la sfera dell’io. Dal dolore può nascere un nuovo modo di esistere e così può nascere la follia. Il delirio è la forma psicotica di governo dell’angoscia, come difesa estrema dall’angoscia di morte. È un tentativo di difesa dal nulla, mentre la relazione è il nostro aiuto. Noi che curiamo entriamo in gioco qui, nella relazione la cura sta nel prendersi cura del delirio, nel mostrarne la sensatezza. ”La relazione cura nel momento in cui si pone come creazione. In altre parole si pone come produzione di spazi intrinsecamente paradossali, non prevedibili, né immaginabili, di senso e di non senso”[1]. Ogni relazione umana che apre spazi paradossali è, al tempo stesso, cura e creazione, in quanto si apre al senso e ne scopre orizzonti infiniti, al di là di ogni logica ricorrente.

Una strada senza via d’uscita

Il caso di Serena, più di altri, mi ha aiutato a comprendere quanto l’esistenza psicotica sia devastata dalla sofferenza e quanto l’incontro sia luogo privilegiato della cura, sua condizione irrinunciabile. Parole, silenzio, gesti, sguardi che intercorrono tra chi cura e chi è curato sono i veri strumenti della cura.

I gesti, le parole, i silenzi di Serena raccontano il dolore che turba senza posa la sua anima e nutre in lei l’angoscia della morte e del nulla. Il suo originale linguaggio illumina quella sofferenza, svelandone il senso con lampi improvvisi di espressioni e gesti inattesi. L’uso di lingue straniere, assonanze e neologismi mostra che la psicosi è anche esperienza creativa, che si esprime in modo inedito, autentico, geniale, fuori dei moduli correnti e prevedibili del linguaggio comune.

Serena è ricoverata presso la nostra struttura residenziale dal 1992.

Compì i suoi studi a Reggio Emilia, diplomandosi come segretaria d’azienda e lavorò prima in una ditta che produceva prosciutti, poi anche presso il municipio, sempre a Reggio. All’età di 21 anni si manifestarono, per la prima volta, i segni della sofferenza psicotica e fu ricoverata nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Rimase incinta a 27 anni e non rivelò mai chi fosse il padre del bambino. Tornò, quindi, alla casa paterna, ragazza madre, in un piccolo paese della montagna, esposta a ciò che di peggio riservava vivere quella condizione, in quegli anni e in quei posti. Lì trent’anni fa (oggi forse un po’ meno) si viveva in casa propria e in quella degli altri, in una sorta di gruppo familiare allargato, dove ognuno conosceva tutto di tutti. Le situazioni come quelle di Serena facevano scandalo ed esponevano alla vergogna più pesante la persona che le viveva e la sua famiglia. Serena rimase con i genitori e con il figlio. Era legata soprattutto a suo padre, che le voleva bene e la proteggeva. Lei lo adorava (lo ricorda sempre nelle sue preghiere).

Il bambino fu cresciuto da lei e dai suoi genitori fino all’età di otto anni, poi dalla sorella in città, che ne divenne la mamma a tutti gli effetti. I familiari decisero di allontanarla dal figlio, perché dopo che era divenuta la ragazza madre del paese, agli occhi degli altri poco seria, sedotta, abbandonata, matta, sentendosi schiacciata dalla vergogna, dalla colpa e dalla maternità,  naufragò nell’angoscia e riprese a delirare, dapprima confusamente, poi con maggior chiarezza. I ricoveri presso l’Ospedale Psichiatrico divennero frequenti e i periodi in cui tornava al paese, “normale”, erano sempre più brevi. Serena fu presa in cura dal nostro servizio  nel 1980 e seguita a domicilio fino al 1989, anno in cui fu ricoverata in trattamento sanitario obbligatorio. In seguito rimase per un anno presso una casa di cura privata. L’infermiera che allora la seguiva, alla quale ho chiesto notizie per ricostruire la storia, insiste molto sul fatto che l’allontanamento dal figlio fu un trauma gravissimo, mai superato, il “colpo di grazia”. Andava a prenderla periodicamente in clinica e l’accompagnava a casa per farle trascorrere qualche ora con i familiari e con il figlio, in modo che potesse continuare a vederlo, a sentirne la presenza.  Serena continuò a peggiorare, non si curò più della propria persona, regredì al punto da farsi tutto addosso. In clinica “disegnava i muri con le feci”, quasi rappresentando la sua condizione di vita.

La conobbi nel 1991, appena arrivata a lavorare al servizio, dove veniva per i colloqui con il medico. Era una signora fine, ricercata nel vestire e aggraziata nei modi. La prima volta che la vidi, ricordo che indossava un vestitino rosso, leggero, di ottimo taglio e una borsetta in tinta. Sembrava si stesse recando a una cerimonia, era sempre educata e gentile. Durante l’attesa fumava una sigaretta dopo l’altra. Dava l’impressione di dover sfogare un’ansia insopportabile, e più il tempo passava, meno riusciva a mantenere quell’atteggiamento signorile che amava molto mostrare.

Un anno prima era stata trasferita dalla clinica alla nostra struttura e vi era rimasta qualche mese. Aveva smesso di delirare, quindi era stata dimessa per tornare al paese, a casa dei genitori. Riuscì a reggere, in quel contesto, per oltre un anno, quindi entrò di nuovo in struttura e da allora non è più stata dimessa.

Più il tempo passava e più Serena si ritirava in un mondo tutto suo, nella sua stanza, divenuta il luogo del suo lavoro di “segretaria del SIMAP”, non volendo più uscire nemmeno per brevi passeggiate. Si isolò a tal punto che oggi per lei è una tragedia rimanere fuori dalla sua stanza mentre si fanno le pulizie. Rimane seduta sulla seggiola, in mezzo alle porte, angosciata e spaventata, assicurandosi che noi non ci allontaniamo. La dobbiamo accompagnare a far la doccia, a lavarsi i denti, a pettinarsi. Ci dobbiamo prendere cura di lei costantemente, in ogni azione della vita quotidiana. Durante la doccia, la nostra vicinanza deve essere tale che non possiamo evitare di inzupparci d’acqua, altrimenti il panico dilaga, si diffonde in lei e da lei in noi, le sue urla echeggiano nella struttura. Credo che l’angoscia d’abbandono sia divenuta, da quei tempi, inarrestabile. Da quando “lui” l’abbandonò, da quando la si allontanò da suo figlio, da quando le sue attese la abbandonarono, lasciandola senza via d’uscita con i suoi disperati desideri come unica realtà.

 

Il case management: una nuova prospettiva per l’operatore e il paziente

Da alcuni mesi abbiamo concordato in équipe di lavorare con Serena applicando la metodologia del  case management. Si tratta di elaborare ed attuare un programma di cura, gestito e coordinato da un operatore formato a svolgere una funzione di coordinamento (quella che già trent’anni fa Piro definiva direzione di trattamento[ ]). Il case manager ha la responsabilità di attuare il programma, di realizzare con pazienti psicotici relazioni che siano luogo di cura, perché rifuggono da ogni reificazione e oggettivazione. La ricerca e la donazione di senso, la ricerca e la soddisfazione dei bisogni  diventano così fattori di trasformazione e di inclusione. La cura viene organizzata in interventi polifocali, concordati con i pazienti e fondati su una lettura ampia dei loro bisogni (Piro).

Il progetto di Serena prevede un lavoro di rete con operatori interni al servizio (assistente sociale, educatore, medico ed infermiera referente territoriali, infermiera referente della residenza), con la famiglia e con il Comune, per realizzare un percorso graduale di deistituzionalizzazione. La metodologia del case management ha permesso di riprendere il percorso da dove si era interrotto, dal “non c’è più niente da fare”. Dopo anni si è tornati a discutere insieme di lei, si è concordato sulla necessità di dimetterla, e si è riusciti a condividere questa prospettiva con i familiari. Abbiamo osservato con loro che, trattenendo Serena in residenza, non si potrà più andare oltre, e solo tracciando i percorsi verso una realtà esterna, non dimenticandola mai come meta, sarà possibile ottenere cambiamenti significativi. Anzi il vero cambiamento sarà la condivisione con Serena di un tale percorso e il compierlo insieme. Si tratterà della deistituzionalizzazione sia di Serena, sia dell’équipe.

 Non ho mai perso la speranza che Serena potesse migliorare e potesse prospettarsi, per lei, un futuro “fuori”, seppur assistito e protetto. Perché questo avvenga, bisogna “agire criticando continuamente se stessi” (come diceva spesso Basaglia ai suoi operatori [2]). Dal momento in cui mi sono sentita responsabile del progetto di Serena, in qualche modo responsabile  della sua vita, ho iniziato a interrogarmi sul senso del suo delirio e a pormi l’obiettivo della sua decodifica, senza la quale non avrei potuto elaborare un progetto che rispondesse coerentemente ai suoi bisogni.

 

 

Il senso del delirio

La sua stanza è il suo rifugio. Ci sono le fotografie del figlio e della nuora, del nipotino, del papà che è morto. Sul comodino tiene, in fila, i regalini che i familiari le fanno e sulla scrivania pupazzetti e  carte da gioco, che muove continuamente, mentre svolge il suo lavoro di segretaria nell’AUSL”.

“Sono la moglie del dott. Zeta, lavoro al “S.I.M.A.P.” come segretaria e non sono malata”. Queste parole le ripete ogni giorno, e chiede rassicurazioni continue sul fatto che i suoi familiari stiano bene, che nessuno sia morto, che il dott. Zeta non l’abbandoni e che nessun altro uomo, per nessun motivo, entri nella sua stanza. In passato, durante i primi anni del ricovero, fu ritenuto opportuno che Serena rimanesse in stanza da sola, poi si decise in équipe di cambiare questa abitudine, che l’aiutava a isolarsi. Iniziare a farle dividere la stanza con un’altra ospite fu un’impresa non facile, ma le consentì di  parlare con qualcuno, anche se solo per “brontolare”, invece di rivolgersi solamente ai suoi pupazzi. Fino a quando il letto accanto al suo è stato vuoto, lei vi stendeva il suo pigiama e quello era suo marito, il dott. Zeta. Guai a chi si avvicinava a quel letto! Lei si sdraiava accanto e se entrando le chiedevamo cosa stesse facendo, ci rispondeva che stava facendo l’amore con suo marito, invitandoci ad uscire. Lo stesso faceva quando saliva in macchina. Accanto a lei c’era sempre suo marito e guai a chi si sedeva sul sedile vuoto, ma, per lei, occupato dal dott. Zeta. Essere la moglie del dottore riscattava la vergogna sua e dei  suoi familiari. Tenta, in questo modo, di rimuovere la realtà tanto dolorosa di donna usata, poi abbandonata, forse abusata. Il dott. Zeta inoltre è colui che andò a “toglierla” di persona dalla casa di cura. Serena ne parla come di suo marito, che ama solo lei e non la lascerà mai, ma, quando viene a salutarla, lo chiama dott. Zeta e gli chiede come sta il figlio. In sua presenza il delirio lascia spazio ad una diversa dimensione relazionale, di comunicazione con l’altro, in cui Serena appare consapevole che il dott. Zeta non è suo marito.

Sembra che in lei perduri uno stato d’animo delirante (Wahnstimmung), che non è ancora del tutto delirio ed esita nella “rivelazione” del delirio in modo fluttuante, allorché eventi della realtà esterna vengono percepiti con angoscia e innescano una “frammentazione”. Serena ha bisogno di delirare per restare in vita, ma sullo sfondo rimane sempre la realtà, la variegata conoscibilità delle cose, seppur silenziosa, delle quali lei non parla, anzi si arrabbia ferocemente se qualcuno vi fa riferimento, come ad esempio se si accenna al tipo di relazione che intercorre fra lei e il dott. Zeta. L’angoscia e l’inquietudine raramente si attenuano e il “buio”, nella sua anima, poche volte sembra lasciare spazio ad un raggio di sole. Nei suoi occhi si scorge uno spiraglio di luce quando vede il dott. Zeta o il figlio. Il matrimonio del figlio è stato per lei il culmine della felicità, perché il suo “Do” (“d’oro”) non sarebbe più stato della sorella.

In Serena il mondo “diverso” convive con il reale e l’angoscia non se ne va perché la realtà rimane sullo sfondo e non libera totalmente lo spazio al delirio. Non rimpiange diperò,so che non tornerebbe indietro se le si dicesse  essere mamma, a costo della sofferenza che le ha riempito la vita non rinuncerebbe al suo “Do”. Nell’atelier, mentre disegna un fiore, con straordinaria dolcezza aggiunge, “i fiori sbocciano nell’immaturità umana”, lei l’immatura e il figlio, il fiore. Non riesco a immaginare quanto Serena abbia sofferto per non essere stata aiutata a difendersi dalla vergogna e dal giudizio, per essersi sentita addosso gli occhi di tutto il paese, e poi il biasimo per non aver potuto crescere il suo bambino. Oggi il ragazzo è padre di un maschietto e ogni tanto viene a trovarla. Per tutto il tempo che trascorrono insieme, Serena gli chiede di continuo se le vuole bene, ripetendogli che lei è la sua mamma, che lui deve fare il bravo, volere bene a suo figlio, a sua moglie e non lasciarla mai.

Serena piange spesso, chiede aiuto e dice di sentirsi morire, chiama di continuo per assicurarsi di non essere lasciata sola.

Nella sua stanza è riuscita a rompere un cassetto dell’armadio, dove stavano riposte le scarpe che non indossa mai. Ora le tiene tutte allineate sul pavimento, davanti a quello spazio aperto e guai se si prova a riporle in modo che rimangano all’interno. Si infuria, si dispera e le riporta fuori, appena ci allontaniamo dalla stanza. Chiudere le scarpe che non indossa da anni, anche se non vuole uscire, sarebbe come chiudere la possibilità di una vita diversa, fuori dalla struttura, magari con il figlio, che è l’unica persona con la quale dice di volere vivere, quando “andrà in pensione dall’AUSL”. Credo che tenerle tutte pronte, come se le servissero continuamente, sia come tenere viva la speranza di poter partire, quando il figlio verrà a prenderla per portarla con sé.

Ad ogni pasto rovescia l’acqua contenuta nel bicchiere, capovolgendolo sul vassoio. L’acqua è linfa vitale e lei ne beve qualche sorso, lo stretto necessario, poi la getta, dicendoci così che la sua non è vita, ma sopravvivenza.

A volte Serena si concede uno slancio di apparente contentezza, lasciandosi andare a una risatina, quando pensa al figlio e al nipotino, ripetendo quanto sia bello e difficile essere madre. Ma la gioia è labile, passa in un soffio e se si prova a cogliere l’occasione per parlare con lei, fugge. Si sente il suo riso, la sua gioia d’essere mamma, ma i suoi occhi sono sempre velati di tristezza.

“Quando gli uomini dalla profonda tristezza sono felici, si tradiscono: hanno un modo di afferrare la gioia come se volessero schiacciarla e soffocarla per gelosia. Ah! Sanno fin troppo bene che da loro via se ne fugge” (Nietzsche [3]).

Serena si rinchiude nel suo mondo e sembra che non ascolti nessuno, difficilmente parla o risponde. A volte, però, quando le si chiede qualcosa con insistenza, le parole arrivano fulminee, giuste, anche se  pronunciate fuggendo, come a scappare da un contatto forzato e per lei troppo doloroso con la realtà. Nel suo apparente ritiro, tale che a volte si rischia di dimenticarsi di lei, non le sfugge nulla, in particolare i nostri stati d’animo. Ci lancia frecciatine quando siamo nervose, o pensierose, del tipo, “Ma ha per caso litigato con suo marito?”, oppure, “ Ma lei ha forse dei rimorsetti, che è così pensierosa?”, e ancora, “ Ma lei è proprio innamorata: sta con la testa fra le nuvole!”. Quando capita, invece, che qualcuno di noi abbia un momento di malessere, lei se ne accorge e, preoccupata, chiede se non ci sentiamo bene, poi ci invita a riposare.

Otto anni fa Serena iniziò a parlare una lingua strana, con qualche sprazzo d’inglese (“Good morning, yes”) e di francese, (“ Bonjour. Oui. Madame et Monsieur”), per il resto inventata. Lì per lì ci faceva sorridere, ma riflettendoci credo fosse il suo modo creativo per dirci “basta!”. Con noi e con il mondo aveva chiuso, da allora in avanti avrebbe parlato un’altra lingua. La parola tornò, poi, ad uscire dalle sue labbra in italiano, ma il linguaggio con il quale si rapportava con noi rimase profondamente segnato da questa universale chiusura.

Oggi raccontiamo a noi stessi di fare per Serena cose che le fanno bene: la doccia due volte la settimana, apparecchiare, sparecchiare e guai se non lo fa, perché farlo le fa bene, così come lavare i piatti e i pavimenti, le fa bene, anche se piange e si dispera. Perché piange e scalpita, quando le si impone di fare questi lavori? Forse, il dolore nel doversi cimentare nei lavori che una donna e madre fa tutti i giorni è troppo forte. La vita le ha tolto la possibilità e il piacere di farli, nella sua famiglia, con suo marito e con suo figlio.

Alcuni anni fa la si sollecitò a partecipare ad una gita al mare, sempre perché le avrebbe fatto bene. Fu una giornata terribile. Serena trascorse tutto il tempo avvinghiata alle braccia del medico, o degli operatori, tanto da lasciare i lividi, piangeva disperata e chiedeva aiuto, supplicando che la si riportasse “al SIMAP”. Non si staccò dalle nostre braccia nemmeno per andare in bagno. Al ritorno le chiesero cosa avesse mangiato di buono, rispose, “Ho mangiato rosbifo, morfico, porfico e ragù spento”. Serena, anche in questo caso, fu non solo creativa, ma soprattutto molto chiara, “rosbifo”, “morfico” e “porfico” sono cibi inesistenti, mostri per assonanza. Di fatto lei non mangiò, assaggiò soltanto un po’ di pasta su nostra insistenza, ma non ce la faceva, si sentiva morire. Il ragù lo assaggiò, ma era “spento”, perché l’unico sapore che Serena riusciva a sentire in quel momento era quello dell’angoscia. Ripensai spesso a quelle parole, che potevano sembrare una simpatica sortita di una  schizofrenica,  mentre invece, “la frase è per essenza normale. Essa porta la normalità in sé, vale a dire il senso… Qualunque sia lo stato, la salute o la follia di colui che la proferisce” (Derrida [4 ]). L’errore che si è compiuto è stato pensare la metamorfosi di Serena verso l’isolamento totale, e la metamorfosi dei significati,come espressioni cliniche e non come mutamento del suo modo di essere nel mondo.

 

Il desiderio di cambiamento

Serena è ricoverata dal 1992. Accade che si avverta, “a pelle”, quando è il momento di dimettere un paziente, e che se non si fa, per lui è finita. È una percezione comune a tutti gli operatori che lavorano in residenza. Accade qualcosa per cui tutti si è convinti che “ora o mai più”, un’intuizione di gruppo che inganna di rado.

Questo accade ogni volta che un ricovero si protrae oltre un certo limite. Non so perché si “sente” quando è il momento di staccare da noi i pazienti. Forse dipende dal fatto che ventiquattro ore su ventiquattro mangiamo con loro, giochiamo, cuciniamo, leggiamo, disegniamo, ci arrabbiamo, ridiamo, guardiamo la televisione, facciamo feste, rifacciamo i letti, spazziamo, laviamo piatti… Serena non fu dimessa, per le forti resistenze dei familiari, e peggiorò.

Non dobbiamo dimenticare che “se le strutture residenziali diventano statiche, se si richiudono in se stesse, come anni fa il manicomio, se non sono zone di passaggio, trampolini di lancio verso il fuori,  verso la società, se non c’è un’intensa opera di riabilitazione, prima nel senso di discussione, dibattito, poi soprattutto di rimando, per i più giovani verso il lavoro e per i più anziani verso un luogo per loro idoneo, significa che abbiamo ricostruito ancora un manicomio. Il manicomio, tenete conto, ce l’abbiamo noi nella testa, cioè nella società, nelle cose che facciamo. Se noi chiudiamo i nostri pazienti in una casa con quindici posti letto, è più scomoda di un manicomio, dove almeno, ci sono spazi verdi ” ( Piro [5])

Da anni, i familiari temono il rientro di Serena a casa, anche solo per mezza giornata, come avveniva, invece, nei primi tempi. Spiegano che diventa aggressiva ed ingestibile. In vista dei fine settimana a casa, Serena iniziava due o tre giorni prima a chiedere quando sarebbe andata “in ferie”,  iniziava a fare il conto alla rovescia, e, prossima al momento di partire, si agitava molto, aspettando con ansia che venissero a prenderla. Una volta a casa, scalpitava per ritornare “al S.I.M.A.P.” e diceva ai familiari di non voler restare lì. Avvertiva la loro difficoltà, ritornava in un mondo di giudizi e di vergogna e preferiva, quindi, farsi riportare indietro? Una volta si defenestrò dalla sua camera. L’attesa, in lei, comunque, c’era sempre: Il momento di tornare a casa era tanto desiderato quanto sofferto. Al ritorno spesso piangeva disperata, rifiutava il cibo e diceva, “La mamma è anziana,  non ce la fa più, le voglio tanto bene”.

Ultimamente Serena è in crisi, perché sa di non tornare più a casa, di conseguenza, il suo progetto di “andare in pensione dal SIMAP”  e trascorrere il resto dei suoi anni con il figlio non è realizzabile, si lascia andare a momenti di pianto disperato, ripetendo che lei non ha mai fatto male a nessuno, nemmeno alla sorella e al cognato, non ha mai fatto la “puttana”, ha sempre lavorato seriamente e se ci fosse ancora suo padre, lui non avrebbe permesso a nessuno di trattarla così. Ci chiede come ci venga in mente l’ipotesi di farla accompagnare a casa da un’infermiera, perché lei ormai è anziana e non ha più voglia di mettersi in viaggio. Verranno i suoi a trovarla. La sua difesa è nel ricordarci che lei dal “S.I.M.A.P” non si muoverà finché non andrà in pensione, finché ci sarà il dott. Zeta e “finché morte non ci separi”.

La  restituzione al “fuori” è faticosa, ma cerchiamo di non rinunciare anche quando tutte le strade sembrano chiuse.

 

Il nulla come progetto

Serena ha esperienza del nulla, cioè di morte patita vivendo, dapprima nella vergogna, poi nell’allontanamento dal figlio, quindi nel delirio. E’ morta ancora quando è diventata un oggetto psichiatrico, ricoverata tra una clinica e un’altra. Ha continuato a morire quando il ricovero si è prolungato contro ogni sua speranza, tanto che ha dovuto trasformare la struttura nel suo luogo di vita e di lavoro.

A supporto di questa interpretazione, a partire dall’affermazione di Nietzsche, che “la volontà piuttosto di non volere vuole il nulla”, riprendo il pensiero di Italo Valent [6]. La volontà si pone come l’intero nella misura in cui rifiuta l’esistenza del suo opposto, cioè il non volere. Poiché la negazione è essenziale alla volontà, alla manifestazione della sua onnipotenza, la negazione della volontà è interpretata non più come il suo opposto, ma come suo oggetto: il nulla. La volontà, per essere fino in fondo se stessa, cioè forza onnipotente e misura dell’intero, deve mostrarsi capace della negazione totale ed è per questo che “inventa” il nulla, cioè un oggetto totalmente negativo su cui esercitare la sua potenza. Il paradosso è che, il nulla, dovendo essere all’altezza di soddisfare la brama della volontà deve, nel contempo, essere voluto come oggetto dotato di pari forza, onnipotente. Il nulla, in realtà, non solo è l’oggetto della volontà, ma anche il suo nemico. In primo luogo, perché il nulla deve essere voluto in quanto oggetto della volontà di potenza, in secondo luogo, perché il nulla deve essere “annullato” in quanto minaccia pericolosa per la volontà di potenza, in terzo luogo, perché il nulla deve essere di nuovo “rivoluto”, proprio come mezzo di distruzione del nulla stesso. Il risultato è che quanto più il nulla è oggetto della volontà, tanto più la volontà ne dipende, quanto più la volontà utilizza il nulla, tanto più ne è utilizzata, ne è vittima e quanto più ne è vittima, tanto più ne ha bisogno. La volontà vuole, senza saperlo, il suo logorio ed il suo esaurimento nel nulla, vuole proprio ciò che rifiutava come principio, cioè di non volere.

Questo concetto è di estrema importanza per comprendere che la follia può essere concepita come lo squarciarsi nella mente di questa verità. L’esistenza concepita e voluta come volontà di potenza è un’esistenza che, esperendo il nulla, come nel caso di Serena, esperisce anche il nulla di se stessa. Siamo nella contraddizione assoluta. Il delirio è il dolore estremo e, allo stesso tempo, il rifugio totale da tale contraddizione. Qui la volontà si costringe a volere altro, anzi ad essere voluta da altro. Il rapporto con il nulla si traduce nel rapporto con una realissima irrealtà. Il delirio è l’ultima possibilità, in questa vita, per resistere dall’interno alla trappola del nulla.

 

 

L’impatto della diagnosi e dei farmaci

La condizione di Serena, definita cronica, si fa dinnanzi a noi come situazione senza speranza. Come operatori ci siamo sentiti frustrati, perché in tanti anni Serena non era migliorata, perché i familiari non l’hanno voluta a casa, perché è rimasta ricoverata, perché non si investiva più su di lei. Mancava spesso il confronto, la discussione e il dibattito, di lei si parlava per dire che forse non c’era più niente da fare.

E’ mancata una riflessione sul perché nel momento in cui si è formulata una diagnosi, la si è classificata come psicotica cronica, abbiamo smesso di interrogarci e di chiederci come relazionarci con lei, cosa dirle, come cercare di alleviare la sua angoscia, come ascoltarla, quando  parlare e tacere, quando starle lontani o vicini, senza che si sentisse abbandonata o invasa. Insomma, l’abbiamo data per persa.

Abbiamo, per anni, cercato i colpevoli del fallimento terapeutico, ma non ci siamo mai guardati allo specchio. Abbiamo cercato la panacea nel farmaco e di fronte al fallimento abbiamo preferito mollare, altrimenti la frustrazione diventava insopportabile. Da anni identifichiamo la cura nel farmaco, trascurando l’importanza del contesto interpersonale, della relazione dialogica, non solo duale fra lei e il suo psicoterapeuta, ma anche fra lei e noi, in quanto purtroppo la nostra relazione non è stata, per parecchio tempo, ricerca d’incontro, della quale fanno parte anche il confronto in équipe, lo scambio di riflessioni, di critiche ed autocritiche e la ricerca di senso. A un certo punto si è aperto uno spiraglio: inquadrare Serena in un progetto di case management. La responsabilità del programma di cura ed il suo coordinamento sono diventati miei, ho sentito Serena “nelle mie mani”, “nelle mani” dell’équipe che, con entusiasmo, si è impegnata a portare avanti il progetto di vita.

 

 

Diventare soggetti

Serena è divenuta protagonista nel momento in cui noi operatori ci siamo sentiti coinvolti in prima persona, responsabili, capaci. Abbiamo compreso l’importanza del confronto con l’esperienza psicotica, siamo divenuti consapevoli che ogni gesto, ogni parola e ogni silenzio sono portatori di senso. Heidegger [7] ci insegna come la follia non sia il non pensare, ma il prendere un’altra direzione. Follia in tedesco è “Wahnsinn”, deriva da “wana”, senza, e da “sinn”, da “sinnent”, viaggiare via. Follia è viaggiare verso altri luoghi, prendere un’altra direzione, che rimane destinata al senso, in cui le persone, nel loro viaggiare, si trovano e si sentono sole, hanno nostalgia di una presenza che accompagna ed ascolta.

Quali sono gli altri luoghi verso i quali il paziente s’incammina? Sono quelli dell’alterità, dell’inquietudine e della solitudine. I luoghi di Serena. La sua vita si è trasformata in una vita non vissuta, dove la morte è sempre imminente. Non tanto la sua morte, quanto quella dei suoi cari che rappresentano l’unico punto di riferimento quando “andrà in pensione”. Una forte speranza – che richiede però impegno per vederla – sopravvive in lei, tiene in moto la sua vita. Là dove non arriva il delirio, là dove c’è ancora consapevolezza, emerge il desiderio.

E’ la tristezza rilkiana, la “tristezza maligna”, che ha trasformato la vita di Serena sospendendo i suoi sentimenti, paralizzando ogni protensione verso l’altro da sé, penetrando nel cuore e dal cuore nel sangue. E’ la tristezza di cui si può morire, non solo metaforicamente, ma anche concretamente, quando scompare ogni speranza. E’ proprio qui che Serena è protagonista. Abbiamo mantenuto la motivazione per non arrenderci, per non mollare tutto. Il cuore di Serena palpita tuttora di desiderio e speranza.

A volte mi capita di sentire qualche collega che dice che in psichiatria non si è infermieri. Il nostro lavoro appare inutile. Sono, invece, i nostri pazienti che ci insegnano che anche noi curiamo. Abbiamo delle ferite da curare, quelle del cuore, delle emozioni, che non sono facili a rimarginare, perché sanguinano, più o meno intensamente, ma sanguinano. Serena non si è mai espressa in questi termini, ma nel suo prendere commiato dal mondo lo ricerca incessantemente. E’ alla continua ricerca d’aiuto per lenire la sua sofferenza, per curare le sue ferite. Chiede aiuto con il pianto disperato, sbattendo le porte tanto da scardinarle dal muro, con lo “sciopero” della parola quando i modi consueti e ripetitivi non bastano ad attirare l’attenzione. Così va avanti giorno per giorno chiusa  nella nostalgia del passato che le toglie speranza, futuro, storia.

Come possiamo non lasciarci prendere dalla demotivazione? Non smettendo di “esserci” nel dialogo, nell’incontro, nella continua messa indiscussione del nostro fare e del nostro pensare. Tocca a noi decifrare il “rebus”. “Nella Wahnstimmung (stato d’animo predelirante) tutti i segni sembrano semanticamente sospesi: l’intenzione di significato non si compie più e il linguaggio appare astratto (ma comprensibile), emotivamente disperso e stilisticamente peculiare. Nel delirio, che successivamente irrompe, il compimento di significato si realizza in modo distorto, con angoscia viva, percezioni deliranti, sentimenti (Erlebnisse) schizofrenici di derealizzazione ed estraneamento, mutamento pauroso di sé e del mondo.” ( Piro[8])

Ogni volta che ricoveriamo, è opportuno mantenere la consapevolezza che i pazienti sono i protagonisti della loro cura e che c’è un fuori che li attende. Il nostro compito èridonare la luce, non le ombre della malattia e dei muri della psichiatria.

Serena è sempre stata la protagonista della sua storia con l’équipe, nel senso che ha provocato in noi una successione di crisi affermando il proprio mondo di dolore, rimedi e desideri. Si è posta a fronte di una realtà (famiglia, paese) che l’avrebbe voluta segregata e ridotta all’insensato. Fra lei e questa realtà ci siamo stati noi, schiacciati, più volte in crisi. Serena non ha mai attenuato la pressione. Ci ha prima distratti, poi confusi, poi frustrati, finché infine abbiamo compreso. Prima abbiamo cercato di “normalizzarla”. C’è stato un momento in cui il tentativo sembrava riuscito. In realtà Serena ha opposto i suoi giudizi, le sue paure, e la dimissione non è avvenuta. È fuggito l’attimo, la speranza è svanita e il nichilismo ha preso il sopravvento. Serena era solo ammalata e tutto è stato rinviato al farmaco. Però ha continuato a parlare, ad alternare espressioni geniali, modi inattesi e giudizi  sorprendenti, in cui risuona il dolore, ma soprattutto la sua vitalità e creatività. Allora penetrano nell’équipe il disagio, il dubbio, il fastidio di un senso d’insufficienza, fino al momento in cui abbiamo ricominciato a interrogarci, a cercare il senso delle sue parole e dei suoi gesti, tentando di interpretare il suo delirio partendo dalla sua storia. Così si  è aperto il varco sul dolore, abbiamo individuato il rimedio, che sta nel delirio stesso, riconosciuto il desiderio e ritrovato la speranza. Ora lavoriamo per consentire a Serena di andare finalmente in pensione, come chiede da tempo, “dopo tanti anni di lavoro al SIMAP”, come dottoressa la pensione le spetta!  In tanti anni di “lavoro”, ha sempre svolto il suo dovere, mantenuto il suo impegno, non ha mai smesso di ripetere, spiegare alla sua équipe affinché finalmente capisse. Abbiamo imparato, ora può prendere la sua strada, soggetto delle sue scelte e protagonista fino alla fine.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

[1] Marzi V. Per una teoria della pratica della follia in Cura e salvezza. Bergamo : Moretti e Vitali; 2000. p. 57-73

[2]Basaglia F. Scritti II 1968-1980. Dall’apertura del manicomio alla nuova legge sull’assistenza psichiatrica. Torino : Einaudi; 1982.

[3 ] Nietzsche F. La gaia scienza. Milano: Adelphi; 1965. p.11

[4 ] Derrida J. Cogito e storia della follia in La scrittura e la differenza. Torino :Einaudi;1971. p.39-79

[5] Piro S. Intervista. Corriere della Sera 19 maggio 1999.

[6] Valent I.  Dire di no,  Filosofia linguaggio follia.Castrovillari :Teda; 1995. Valent I. Tra il caso e il destino in: Il caso e le sue voci.Bergamo : Moretti e Vitali; 2002.

[7] Heidegger M. In cammino verso il linguaggio. Milano :Mursia. Trad. A. Caracciolo. 1973.

[8 ] Piro S. Parole di Follia. Milano: Francoangeli;1992. p. 49.

Ringraziamenti: un particolare ringraziamento a Serena e a tutti i pazienti che in questi anni di lavoro mi hanno insegnato infiniti valori umani, che ho scoperto nell’indicibile, nell’inverosimile, nei loro deliri impregnati di sofferenza, ma anche di creatività e di senso, senza fine.

Grazie ad Augusto Gentili e a Stefano Crosato per il loro contributo, a Yvonne Bonner per il suo sostegno, a Raffaele Galluccio per l’ascolto e l’insegnamento continuo.

“Non sono solo, perché sono un internazionale”

Come uscire dalla cronicità. Il processo di restauro del delirio

Elisabetta Rossi Gallani

Infermiera – SSM AUSL Reggio-Emilia

Servizio di Salute Mentale – Castelnovo nè Monti

Animazione sociale Gruppo Abele n°1 anno 2009

 

Una storia come tante altre

Novembre di cinque anni fa: Riccardo fu ricoverato in struttura residenziale. Fu la prima personache, in via sperimentale, scelsi di seguire, al termine di una formazione in case management, al fine di programmare, attuare e coordinare un programma di cura personalizzato.

L’operatore, in primo luogo, elabora il programma di cura, lo discute, lo condivide con l’equipe, con il paziente, se possibile (in questo caso, data la gravità psicopatologica di Riccardo, non mi fu possibile una condivisione con lui), con i familiari; in secondo luogo, come un regista, mette in campo e coordina tutti gli attori della rete, coinvolti nella cura della persona..

In breve: Riccardo è divorziato; prima del divorzio lavorava in una grande città come responsabile di un’importante boutique; era anche paracadutista. Dopo il divorzio egli tornò al paese natale e la moglie rimase a vivere in città, con la loro figlia. Riccardo andò a vivere insieme alla madre.

Dopo alcuni anni iniziò ad accusare disturbi psichici e ad avere bisogno, sia di cure a domicilio, che di ricoveri. Cinque anni fa, la madre, anziana, fu ricoverata presso una casa di riposo e la tutela di Riccardo fu affidata ad un cugino; la situazione psicologica peggiorò,  per cui Riccardo fu ricoverato di nuovo, ma questa volta non parevano esserci alternative all’accoglienza in struttura, che, di fatto, divenne  il suo nuovo luogo di vita.

Da qui, la prima cosa che mi venne in mente per aiutarlo, fu pensare alla dimissione dalla residenza. Ma come? Prima di tutto, Riccardo doveva arrivare a stare meglio: delirava solamente. Non accettai, così come non accetto tuttora,  sentir dire: “Non c’è più nulla da fare… Più di così non si può fare, perché è troppo grave”. Questa frase segna la morte civile di una persona: non è più un essere umano, ma solo uno schizofrenico delirante, cronico, e chi più ne ha, più ne metta.  L’identità sua:  persa di vista!

Progettare una dimissione di una persona ricoverata da anni, è un atto di cura, teso a liberare la persona dall’istituzione e dalla cronicità. Lavorare a che non si protraggano i ricoveri, elaborare e condividere progetti di dimissione, significa pensare, per prima cosa, alla soggettività della persona. Nei servizi di salute mentale esiste il rischio di considerare un disturbo mentale come qualcosa che sfugge ad ogni possibilità di cambiamento: Il destino appare l’unico protagonista. Se lasciamo scivolare un’esperienza psicotica nell’autismo, allora la fatica di vivere quell’esperienza diventa estrema, muore il desiderio e la vita perde il suo senso. Ciò successe a  Riccardo, come succede a molti altri pazienti. Dobbiamo soffermarci a riflettere su questo processo.

Dare alla persona sofferente qualche scintilla di speranza, significa curarla; risolvere la situazione con la somministrazione di farmaci è una scelta sicuramente rassicurante, ma se la malattia è nutrita da sofferenza e solitudine, i farmaci non bastano.

I fenomeni psichici, hanno in sé la trascendenza, l’intenzionalità e gli sguardi, che, come dice Proust, sono le voci degli occhi e non possono essere ricondotti a manifestazioni unicamente biologiche, togliendo tutta la ricchezza e la vitalità dell’esistenza umana.

 

Un progetto “diverso”

Queste riflessioni guidarono l’elaborazione del progetto. E’ proprio il delirio di Riccardo che indicò il percorso di cura da seguire; come? Ricercandone il senso, il significato, anche se appariva sfuggente. E’ fondamentale, nella relazione con la persona delirante, dare peso a ciò che ella dice, pur se le sue parole suonano assurde, senza senso. Il delirio condiviso, si trasforma in messaggio e, al delirio, va riconosciuta la sua verità, senso, che si fa strada uscendo dal seminato. (de – lirare: uscire fuori dalla lira, dal seminato).

Insieme al delirio, è fondamentale la raccolta della biografia: solo così riusciamo ad afferrare perché la persona delira. Delirare è difendersi da un’angoscia insopportabile ed è proprio nel percorso di vita, che si annidano le cause di tale angoscia.

Come prima cosa, quindi, raccolsi la biografia di Riccardo e trascrissi il suo delirio, ed in tal modo, gradualmente, le connessioni si fecero più chiare, fino a formare un puzzle; l’incastro tra linguaggio delirante e biografia, formò un “disegno”, chiaro, nitido.

Si trattava, ovviamente, di una mia costruzione interpretativa, di una mia intuizione, ma questo mi permise di entrare in relazione con lui, su una lunghezza d’onda differente da come era avvenuto fino ad ora. Convocai, poi, la figlia e le espressi il mio desiderio di aiutare suo padre e le dissi che, per fare questo, avrei avuto bisogno soprattutto di lei; con grande piacere accettò, pur non sapendo come fare, perché, disse, “mio papà non mi vuole vedere e quando vengo a trovarlo mi manda via”. Le spiegai che il papà faceva così, non perché non le volesse bene, ma perché gliene voleva troppo e troppa era l’angoscia di saperla lontana e di vederla andare via, o, addirittura, di vedersi rifiutato da lei.  Alessandra (la figlia) si mise a piangere e mi disse che queste parole la rendevano felice e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutare suo papà a tornare a casa.

Elaborai il progetto a novembre dell’anno successivo e da lì a sette mesi, Riccardo fu dimesso.

 

Il restauro del delirio

Il lavoro predominante, a mio avviso, senza il quale nessuna altro lavoro avrebbe trovato fondamento, fu il “restauro del delirio”: presi i temi principali del delirio di Riccardo e, alla luce della sua biografia, cercai di dare un senso; di conseguenza, programmai un lavoro tutto incentrato sul suo delirio. Le principali tematiche deliranti erano essenzialmente incentrate su vissuti di rovina:

“L’umanità è tutta in rovina, causa il fallimento della banca di Roma e le dimissioni di Fazio, quindi, non resta che morire”.

Dalla ricostruzione della biografia risulta cheRiccardogiocava in borsa e perdeva; ciò causò la fine del suo matrimonio, per cui la moglie lo lasciò, tenendo con sé la figlia di otto anni.

Riccardo peggiorò molto con il passare degli anni e, la madre, anziana, fu ricoverata in casa di riposo;  la famiglia nominò un tutore (il cugino), il quale gli incuteva timore e soggezione; lo picchiava quando non otteneva ciò che voleva.

Riccardo, dunque, perse denaro, moglie e figlia, poi  la mamma ed, infine, la libertà.

Si ritrovò, quindi,  deprivato di ogni bene.

Il delirio di rovina assorbe l’umanità, tale è smisurata l’angoscia: insopportabile per un solo essere umano. Aspettare la morte è l’unica cosa che rimane da fare.

Alla luce di questa “lettura”, di questa interpretazione, insieme alla figlia e all’educatore professionale (coinvolto nel progetto, come parte attiva di tutta la fase riabilitativa e dell’inserimento a domicilio), feci un lavoro di ripresa di contatto con tutto ciò che era ancora suo e che, mai, gli era stato tolto: Riccardo fu accompagnato in banca, poi all’anagrafe e al catasto, dove egli ebbe la possibilità di verificare quali proprietà erano intestate a suo nome.; non bastò andare una volta sola, ma, grazie alla disponibilità del direttore della banca, dell’assistente sociale e di un funzionario comunale, si andò più volte, fino a che, Riccardo, senza che nessuno gli chiedesse nulla, condusse l’educatore a vedere i suoi possedimenti, uno ad uno e, durante questo giro, gli chiese di accompagnarlo a salutare vecchi amici; chiese, inoltre, notizie della sua automobile: “Non sono ancora maturo per guidare, ma forse riprenderò”.

 

“Tutti gli uomini sono destinati a diventare di ferro”:

Da quando la mamma fu ricoverata in casa di riposo, Riccardo fu “sballottato” fra la struttura residenziale e casa sua. In questo periodo, l’unica persona che andava a trovarlo era il suo cugino che non sembrava avere un gran feeling verso di lui. Riccardo si sentiva come un burattino, una cosa senza anima. Anche in questo caso, l’idea delirante fu generalizzata, racchiudeva tutti gli uomini, riguardava tutte le persone ricoverate: oggetti in balia delle istituzioni.

Si trattò, dunque, di rassicurare Riccardo, per cui, con il consenso della figlia, la tutela passò dal cugino a lei, inoltre si decise di introdurre una certa distanza tra i due;

in secondo luogo, si coinvolse Riccardo nelle decisioni inerenti a lavori di sistemazione della sua casa, per concretizzare il suo ritorno a domicilio.

Questa frase non fu più pronunciata, così come la frase successiva:

“Le case sono fredde e non si riscaldano mai”

Precisava: “Non voglio tornare a casa, perché le case sono fredde”. Dopo mesi di permanenza in residenza, Riccardo perse la speranza di tornare a casa. Questo pensiero lo spaventava: la casa era vuota, senza moglie e figlia, ed ora senza madre, che nel frattempo era morta.

Egli sapeva che i termosifoni erano nuovi, ma ogni tentativo di convincerlo rimase vano. Il riscaldamento non c’entrava, ovviamente! La sua casa non poteva essere riscaldata.

Con il nuovo progetto, Riccardo iniziò a frequentare di nuovo casa sua, insieme ai volontari e alla badante e con il passare del tempo, egli riconobbe che le case potevano riscaldarsi, grazie alla presenza della gente.

 

“Non sono solo perché sono un internazionale”.

Riccardo rimase completamente solo nella sua vita: una solitudine insopportabile, che gli tolse ogni speranza di una vita diversa dal ricovero nel servizio psichiatrico. Riccardo, nel delirio, generalizzava, come abbiamo già visto: spandeva quindi la sofferenza all’intera umanità, poiché soffrendo da solo, non avrebbe potuto reggere il dolore.

Riccardo non era solo perché era un internazionale: si difendeva, così, dall’angoscia di morte, dal nulla. La sua solitudine era come quella di tutta l’umanità, né più, né meno: la sofferenza diventava più accettabile se era sofferenza del mondo intero.

Con l’aumento dei permessi a casa, egli riconobbe di essere solo e prese coscienza della sua paura della solitudine, per cui cercò sempre di più sua figlia: le chiedeva, ogni volta, quando intendeva tornare e non avrebbe mai voluto che ripartisse per la città in cui viveva.

Oggi, egli afferma: “Io sono di C. (il suo paese)”. Non è più un internazionale.

“Non voglio avere niente a che fare con mia figlia, perché lei è progressista ed io conservatore, per cui non potremo mai andare d’accordo”.

Al momento della separazione dalla moglie, la figlia di Riccardo aveva otto anni; quando fu ricoverato “definitivamente” ne aveva venti. Viveva in una città lontana dal padre e, di conseguenza, lo vedeva di rado. Quando veniva a visitarlo, peraltro, Riccardo manifestava un atteggiamento apparentemente anaffettivo: la invitava ad andarsene dopo pochi minuti. Aveva troppa paura che il suo solo desiderio di incontrarla potesse generare un rifiuto in lei e, allo stesso tempo, la figlia era convinta che suo padre non desiderasse vederla.

Nel nuovo progetto, le visite vennero fissate ogni quindici giorni e si organizzarono incontri con una psicologa, finalizzati ad il riavvicinamento tra padre e figlia. Nel corso dei mesi la relazione si è ricostruita.

Riuscii a fare ottenere a Riccardo l’assegno di accompagnamento per mantenerlo a casa con l’aiuto di una badante.

Dopo alcuni mesi dalla dimissione, la badante dovette tornare a casa e si trattò, quindi, di cambiare e ricominciare: cambiamenti non facili per Riccardo.

 

La fine di una storia di cronicità.

Di recente, la figlia mi scrisse questa lettera che riassume il suo percorso, la sua visione della nostra collaborazione e degli esiti del nostro progetto.

“Cara Betty,

Sto attraversando un momento della mia vita molto importante e difficile: ammetto di avere paura per la partenza di B. (badante), ma io e papà ci siamo ripromessi di superare questo momento insieme!!! Lunedì scorso sono venuta a casa per salutare B., per dirle di persona grazie per avere fatto insieme a tutti noi questo percorso, per papà importantissimo.  E’ stato difficile mantenere il controllo davanti a lui, ma ha capito bene la situazione.

Abbiamo parlato tanto del cambiamento che ci sarebbe stato; ho cercato di renderlo il meno doloroso possibile per tutti e due ed ho cercato di fargli capire che lo tenevo per mano e che avremmo camminato sempre insieme verso questa nuova avventura, che la vita ci ha messo davanti…… ma ammetto di avere ancora tanta paura…..

Ma ricordo sempre di avere al mio fianco persone come te, C. (educatore) e tutto il gruppo, che siete e sarete sempre, fondamentali nel mio e nel percorso di vita di papà.

Grazie, Betty, per tutto, per avermi dato la forza e la costanza di continuare, per avermi affiancato in questa lunga strada, per avermi consigliato, ma, soprattutto, per averci creduto, come ho fatto io.

Sappi sempre che in qualsiasi posto andrai, io e papà saremo sempre con te… ti meriti felicità, amore, soddisfazione e tanta serenità per te e per la tua famiglia.

Pensa che ieri sera era papà a rassicurare me, a dirmi che andava tutto bene e che non dovevo preoccuparmi!!

Credo che la mia storia, come tante altre, debba dare la forza a tutte quelle famiglie che, nella mia stessa situazione, non riescono a trovare uno spiraglio di luce.

Io la luce l’ho trovata, grazie a te ed è questa luce che mi accompagna quotidianamente nel cammino con mio padre!!!

E’ e sarà sempre il mio maestro di vita.

Grazie di cuore,  Alessandra.”

Riccardo vive in casa sua, è sereno, nonostante il cambio di un’altra badante.

Alessandra è andata a vivere all’estero, ma  torna ogni mese per vederlo. Gli è vicina.

Dopo la dimissione, il servizio ha affidato all’educatore la responsabilità della continuità terapeutica.

Riccardo, da tre anni, vive la sua vita senza l’incubo dei ricoveri.