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3001

di Alex De Brasi ( Educatore, Ca’ del vento, Imola)

Dialogo di lavoro:
– Alex sua madre quanti anni ha?
– 61
– allora è più giovane di me…io ne ho 255
– ah….è sicura?
– sì sì, il mio ex fidanzato mi ha detto che siamo nel 3001
– ….ah
– comunque preferirei andare a casa perché qua ci sono delle persone che mi fanno venire male al pancreas
– bè…se pensa di avere 255 anni qualche dolorino al pancreas ci sta
– (sorriso)

Luciana

di Alex De Brasi ( Educatore, Ca’ del vento, Imola)

Lunedì se n’è andata.
Luciana aveva sedici anni quando il manicomio ha aperto le porte per lei e quarant’ anni dopo, quando le porte si sono chiuse definitivamente, l’aspettavano altri vent’anni di comunità.
Luciana aveva lo sguardo fiero di un Apache, di quelli che si vedono nei film. Luciana era libera nonostante 58 anni rubati.
Luciana accudiva i gatti.
Luciana, quando entravi dalla porta, ti accoglieva con un “eeeehhh”, come per dire, guarda chi è arrivato.
Luciana telefonava col mouse del pc.
Luciana buttava il caffè sui muri esterni, sempre nello stesso punto, chissà perché.
Luciana quando meno te lo aspettavi ti dava un bacio.
Luciana si tingeva i capelli un po’ “a caso”, senza risciacquarli.
Luciana aveva 74 anni, ed è morta praticamente tra le mie braccia, in un attimo.
Scrivo perché vorrei cacciare quell’ ultima immagine di lei, so che non accadrà.
Ogni tanto mi dico che mi sono abituato alla morte, ma non è vero, faccio solo finta di essermi abituato.
La morte ci sorprende sempre, è fuori dalla nostra portata.
Lunedì se n’è andata.

Adele

(di Rosetta Papa, ginecologa e Direttore Tutela Salute Donna – ASL Napoli 1)

Adele aveva 12 anni.

Quando l’ho incontrata era già al 4^ mese di gravidanza.

Oggi siamo forse più abituati a pensare ad una dodicenne come ad una giovanissima donna, ma negli anni ’80 le ragazzine erano ancora ragazzine, nel pieno di quel guado fisico, psicologico, affettivo che caratterizza uno dei periodi di passaggio, secondo come complessità e inquietudine solo all’inizio della terza età. Adele dimostrava ed aveva esattamente 12 anni, non uno di più!
Piccola e paffuta, con gli occhi color nocciola, naturalmente sgomenti come di fronte ad un regalo inatteso, con due fossette che le bucavano le guance ogni volta che sorrideva;  nonostante tutto, lo faceva spesso.

«Perché, cosa è accaduto, è così giovane!»  chiesi alla madre con sincera apprensione.
Ma il mio dolore, per quanto sinceramente partecipato, era una sfumatura appena accennata se confrontato con quello della mamma di Adele. Non ricordo né la sua età, né la sua figura. Ma il colore dei suoi occhi indicava una vecchiaia anticipata, generata da una stanchezza e da un dolore primitivo, già antico.Gli anni avevano raggiunto la mamma di Adele prima ancora che invecchiasse. Il colore dei suoi occhi era come scolorito nel pianto per quella bambina trasformata in donna dal boss della zona, la luminosità era come impedita quanto la possibilità di denunciare e di ribellarsi, l’intensità era andata perduta nella sottomissione ad un potere spietato.
Adele era vittima dell’’amore’  di uno dei boss del quartiere, sposato e con una figlia della sua stessa età.

Quella di Adele mi apparve subito come una di quelle vite a cui in maniera crudele, addirittura immorale, viene sottratto il bene più prezioso, e cioè il tempo stesso della vita. Nelle aree disagiate infatti i tempi dell’infanzia e ancor più quelli della adolescenza subiscono una brutale accelerazione, il rispetto dei processi evolutivi, la costruzione progressiva, ma necessariamente lenta, della personalità non coincidono con la realtà che il quotidiano impone violentemente.
Bambini e bambine, ragazzi e ragazze vivono gli anni che separano l’ infanzia dalla adolescenza e quest’ultima dall’età adulta, attraversando riti di passaggio propri di altri tempi e di altre civiltà, o forse propri di tutti i tempi in quelle comunità in cui il diritto ad una vita dignitosa viene costantemente negato.

La violenza, il sopruso continuano a passare indisturbati attraverso i corpi delle donne, qualunque età abbiano. La sopraffazione sulle donne è un dato, ma in questo caso tutto era più dispotico, più truce, più spietato! Aver violentato una bambina di 12 anni era qualcosa di abietto, ma pretendere che avesse addirittura un figlio equivaleva a perpetrare l’abuso nel tempo, quasi a legalizzarlo nella costituzione di un nuovo, scellerato nucleo familiare.

Adele non avrebbe mai conosciuto l’amore sano, di e verso un coetaneo una volta raggiunta l’età per innamorarsi, non avrebbe mai distinto la sessualità dalla perversione, e non sarebbe mai più andata a scuola.

Prima di quell’incontro, il disagio per me equivaleva al degrado delle strade e alla povertà, alla violenza della droga e alla carenza di servizi, ma il disagio che mi era  davanti, aveva solo 12 anni, due occhi color nocciola, due fossette sulle guance che le imponevano un ostinato e ingiustificato sorriso, ma neanche un solo giorno che potesse chiamarsi domani. Disagio come infelicità ancor prima che come violenza. Ed ancora una volta mi assaliva quella sensazione di impotenza e di frustrazione.

La mamma, terrorizzata per le possibili conseguenze, vietò a me e a tutti gli altri operatori del Consultorio di intervenire in maniera istituzionale.

Adele partorì una bambina, con un parto spontaneo. durante il travaglio, mi confidò poi, fu attraversata da due paure: quella di morire e quella di vedersi portare via la bambina.

Tratto da “La Ragazza con il Piercing al Naso” Donne a Sud della Salute, pag 19

Ed Albatros 2012

Dentifricio

di Alex De Brasi  ( Educatore, Ca’ del vento, Imola)

 

Dialoghi di lavoro.
– Alex venga che le devo chiedere una cosa… ho comprato un dentifricio Colgate che però quando lo uso uccide delle persone, come potrei chiamarlo? Gli ho già cambiato nome due volte
– ma non saprei, è sicura che uccide le persone?
– sì sì….potrei chiamarlo premiata forneria marconi….no quella è musica….premiata erboristeria…mmh no…cosa dice lei?
– premiata antica erboristeria?
– ecco sì, va bene.
Una corretta igiene orale è importante, la vita di molte persone potrebbe dipendere da voi, mi raccomando!

Lucia

di Alex De Brasi  (Educatore, Ca’ del vento, Imola)

 

Ciao Lucia
Mamma mia, a ripensarci quante litigate che abbiamo fatto, tra un voglio il gelato, voglio andare a mangiare dalle suore, i piatti rotti e un “vaffanculo”.
E la tua camera, un santuario inviolabile dove non facevi entrare nessuno, un altare pagano che metteva assieme Papa Wojtyla e Micheal Jackson, Edwige Fenech e la Madonna (non la cantante).
Un mosaico che diceva che la vita, in fondo, è sempre così, un misto di sacro e profano, che i matti sanno tenere così bene assieme e che la ragione invece divide; la ragione che tu non sentivi, testarda come una goccia d’acqua, che leviga il marmo.
Ogni tanto te ne uscivi con un “Ti do un pugno”, dicevi proprio così, perché quando non si capisce, tutto è una minaccia e se non sai come tenere assieme i pezzi, ti rimane poco da fare, se non dare un pugno, che però alla fine non davi mai…quasi mai và.
Ti ho vista mangiare l’impossibile e poi arrabbiarti perché avevi mal di pancia, ululare come un lupo per una cosa negata.
Le foto erano il massimo, volevi l’immagine di tutti, ma come quelle tribù che credono che una foto rubi una parte di noi, la tua non la volevi dare a nessuno.
Ma ti ho anche vista imitare Walker Texas Ranger o ridere con i film di Bud Spencer e Terence Hill, esaltarti per Gianni Morandi, Adriano Celentano e Raffaella Carrà.
Fare una carezza, chiedere un abbraccio.
Ogni tanto andavamo a mangiare la pizza, alla salsiccia per te, coca cola e profiteroles, era bello, perché mi raccontavi delle cose che di solito non dicevi.
Non conoscevi il tempo, non sapevi né leggere né scrivere…ma le emozioni, quelle si, quelle erano le tue montagne russe, una giostra che ti sballottava dove voleva lei.
È così difficile vivere di sole emozioni.
È per quello che avevi il cuore malandato, era gonfio di emozioni.
Si dice, il cuore non ha retto l’emozione.
Le emozioni sono l’aria di un palloncino a forma di cuore, se lo gonfi il giusto, vola, altrimenti scoppia.
Ogni tanto mi chiedevi se Gesù è buono.
Io non lo so se c’è e se è buono, ma se non ti porta dai cinesi a comprare qualcosa, vengo su e gli dico ” ti do un pugno”.
Ciao Lucia

Wilali e la nostalgia

di Rocco Canosa

(Psichiatra, Centro Medico “Stenone”  Caritas Firenze)

Nel momento in cui il senso di casa viene minato e perduto nel migrante,

si crea una sensazione di vuoto inspiegabile e tuttavia estremamente profondo

di mancanza di qualcosa di cui la persona non era nemmeno

consapevole di possederla

(Dellavalle Chiara)

 

Quando parlo con i migranti, non sono colpito solo dalle loro storie di violenza e di miseria, ma anche dal loro sentimento di nostalgia.

Oggi Wilali, tunisino, è venuto a parlare con noi. “L’operatore della casa di accoglienza in cui sto vivendo, mi ha inviato da voi, dicendo che sono depresso e devo curarmi per questo “– mi dice.

“Io non ho bisogno dello psichiatra, perché ciò che vivo non è una malattia. E’ la lontananza. Un dolore profondo, un misto di nostalgia e di tristezza”.

Non fa in tempo  a terminare la frase che scoppia in un pianto dirotto. “Ho lasciato la mia famiglia a Tunisi –continua- per venire in Italia per guadagnare un po’ di soldi, cercando di dare loro una vita decente. Mi trovo qui da 11 anni. Ho lavorato come facchino, spezzandomi la schiena. Poi ho perso il lavoro perché l’azienda ha chiuso. Così, per sopravvivere ho cominciato a spacciare droga e dopo, come spesso accade, a farne uso anch’io. Continuo a drogarmi pure adesso, anche se molto meno di prima: un tiro di cocaina mi tranquillizzo. A causa dello spaccio sono stato più volte in carcere. Ora sono davvero triste. La farei finita con la vita (quante volte ci ho pensato!), ma Allah me lo proibisce. Non riesco a chiudere occhio la notte, preoccupato come sono della mia famiglia. Ma non mi sento malato.

Già, la nostalgia: per le passeggiate in riva al mare a Tunisi, per l’odore di zenzero e curcuma della minestra di casa, per la fragranza del pane appena sfornato e comperato alle sei del mattino nel forno di mio zio, per le scorribande di noi ragazzi nei vicoli della città vecchia, per gli occhi di mia madre. No, dottore, non sono malato e non sto neanche tanto male a causa dei pochi soldi che ho in tasca. Sto male perché soffro della mancanza. E’ qualcosa che parte dallo stomaco, arriva alla gola, invade gli occhi fino a farli piangere.

Non mi dia medicine, dottore, la prego. Non servirebbero a nulla. Da molto tempo non parlo con nessuno. Il senso di solitudine ha conquistato il mio cuore. La solitudine l’ho scelta io, perché in questa condizione il mio pensiero si concentra meglio sulle cose e sulle persone che ho amato e continuo ad amare. Tutto il mondo intorno, con il suo chiasso, mi distrarrebbe. E’ come se il pensiero dolce –amaro della mia casa, della terra lontana colmasse un vuoto prima inspiegabile, di cui solo ra mi rendo conto. Per me la solitudine è come una piantina che va coltivata con attenzione e delicatezza, protetta da rumori e da scossoni. Allo stesso modo la mia anima vuole restare in pace, protetta e difesa da consigli, diagnosi e terapie. Lasciatemi vivere questo sentimento. Mi tiene in vita”.

E così facciamo, dando la disponibilità solo ad ascoltare Wilali, qualora abbia voglia di parlare con noi.

Mahamed che voleva morire

di Rocco Canosa*

Nel Centro Medico “Stenone” della Caritas di Firenze, che si occupa di migranti e senza fissa dimora per le problematiche sanitarie, ho incontrato Mahamed, che mi racconta la sua storia.

Il mio nome è Mahamed. Ho 38anni e sono nato ad Abeche, in Ciad. I miei genitori e mio fratello maggiore vivevano nella capitale N’Djamena, mentre io sono cresciuto con mia zia. Mia zia non poteva avere figli, così i miei genitori mi hanno lasciato con lei, la quale era molto povera e dipendeva economicamente dal lavoro di mio padre. Lui aveva un piccolo pezzo di terra dove coltivava gli ortaggi che poi vendeva al mercato. La zona di Abeche dove sono cresciuto è completamente abbandonata dallo Stato, poiché la Regione, con un alto numero di ribelli, è stata sempre in opposizione al Governo centrale. Non ci sono scuole ed io ho frequentato la scuola coranica per soli sei mesi. Lì ho appreso l’arabo e i fondamenti della regione islamica.

Nel 2006 sono stato incarcerato. Sono stato accusato di furto da un vicino di casa. Questi era stato derubato e, poiché ero molto povero e non potevo permettermi un avvocato , ha incolpato me.

Sono stato detenuto nella prigione di Abeche, famoso per la durezza del trattamento dei prigionieri, considerati tutti ribelli dal Governo.

Sono stato rinchiuso in una cella di otto metri quadrati con altre venti persone. Ci davano da mangiare due volte al giorno una piccola porzione di riso. E ci davano da bere pochissimo, attraverso un tubo di gomma che ci infilavano in bocca. Non mi sono lavato per un anno. Quelli per cui la famiglia poteva pagare, corrompendo le guardie, potevano uscire a lavarsi e rientrare. Io però, non potevo farlo, perché non c’era nessuno che poteva dar denaro per me. Alcuni carcerati sono morti davanti i miei occhi per le infezioni dovute ella sporcizia. Dopo quasi un anno di reclusione mi hanno rilasciato, perché non avevano alcuna prova a mio carico, a causa del furto di cui ingiustamente ero stato accusato.

Nel febbraio del 2008 i ribelli hanno preso N’Djamena e l’aviazione francese, alleata del presidente del Ciad, ha sferrato un attacco aereo, bombardando la capitale. Molti civili sono stati uccisi e tutta la mia famiglia è morta sotto le bombe che hanno distrutto la nostra casa. Siamo sopravvissuti solo io e mia zia. In preda al panico e sotto shock, sono fuggito dalla casa di mia zia, senza avvisarla e per questo mi sento in colpa ancora adesso.

Ho cominciato a vagare senza meta di villaggio in villaggio, dormendo all’aperto e chiedendo l’elemosina per mangiare. Volevo uscire dal paese e quando le frontiere sono state riaperte, ho deciso di tentare la sorte andando in Niger. A bordo di un camion, dopo quattro giorni di attraversamento del deserto, sono riuscito ad arrivare in Niger. Ma lì non ho trovato alcun lavoro e dopo alcuni mesi di vita da mendicante, ho deciso di partire per la Libia. Ho trovato un autista di camion, al quale ho offerto il mio aiuto in cambio del passaggio. Giunto in Libia, quest’uomo mi ha dato la possibilità di lavorare come pastore delle sue greggi di capre.

Ho fatto questo lavoro per tre anni a mezzo, nel deserto.

Nel 2015, quando in Libia è iniziata la guerra civile ho rivissuto la stessa paura che mi aveva spinto a lasciare il mio Paese. Al mio padrone ho detto che non volevo continuare a lavorare sotto l’incubo di continui attacchi militari. Dopo tutte le esperienze drammatiche vissute, mi sono ritrovato di nuovo nel mezzo di una guerra. Questo mi ha gettato in uno stato di profonda disperazione e dunque per me non aveva più senso vivere. Ho pensato così di suicidarmi, ma non potevo farlo, perché Allah non mi avrebbe perdonato. Allora mi è venuta l’idea di imbarcarmi verso l’Italia, con il solo scopo di morire in mare, sapendo che molti migranti che avevano tentato la traversata del Mediterraneo era annegati.  Avrei messo fine alla mia sofferenza, ma Allah mi avrebbe perdonato, poiché non mi sarei tolto la vita da me stesso.

Il mio padrone ha tentato prima di dissuadermi, poi, dietro le mie insistenze, mi ha aiutato a trovare un trafficante a cui ha dato 2500 dinari per il viaggio su un barcone.

Il viaggio in mare è durato tre giorni. Eravamo circa 300 persone ammassati nella stiva, dove c’era pochissima aria. Non avevamo acqua né cibo. Scene terribili: molti piangevano e picchiavano alla porta della stiva per poter uscire, poiché ormai l’aria per respirare era scarsissima. Tutti erano convinti di morire asfissiati. Recitavano la preghiera che i musulmani pronunciano nel momento della morte. Io ero lì tranquillo, pronto a morire, come desideravo.

Poi la Guardia Costiera italiana ci ha soccorso. Siamo stati imbarcati sulla loro nave e dopo un giorno e mezzo, siamo giunti in Calabria. Di qui, insieme ad altri sono stato condotto in un Centro di Accoglienza per profughi a Firenze”.

Parla solo arabo e pur conoscendo il francese, si rifiuta di parlarlo, in quanto lo considera la lingua degli oppressori che gli hanno distrutto la famiglia. E’ molto parco di parole e triste perché non era riuscito a morire durante la traversata in mare verso l’Italia. In ogni caso pensa ancora al suicidio, ma nello stesso tempo rifiuta ogni forma di terapia farmacologica.

Abbiamo deciso insieme che, in ogni caso, ci saremmo visti spesso a cadenza ravvicinata, soltanto per conoscerci meglio. Dopo un mese circa Mahamed “si sente meglio” e incomincia a non pensare più che la morte sarebbe stata per lui la soluzione ottimale. Quando gli chiediamo quali potevano essere, secondo lui, le cause del suo miglioramento, visto che non assume alcun farmaco, ci risponde: ”Sto meglio perché ho trovato qualcuno che mi ha ascoltato, senza la pretesa di guarirmi”.

Mahamed ci ha aiutato a capire che il bisogno di queste persone non è solo il cibo o un tetto, ma la necessità che qualcuno accolga il loro dolore, possa riempire, anche in piccola parte, il vuoto immenso che hanno dentro di sé per aver abbandonato moglie, figli, madri, padri, rispetto ai quali si sentono anche in colpa per essere andati via. Hanno bisogno che qualcuno legga e comprenda la loro profonda nostalgia per i loro luoghi che non è affatto dolce e che anzi, come un tarlo, rode e fiacca le risorse interiori, fino alla rassegnazione rispetto ad un destino incerto.

Insomma di fronte a loro dobbiamo essere persone che incontrano persone, alla pari, semplicemente.

 

*Psichiatra, Centro Medico “Stenone” Caritas , Firenze
  roccan19@gmail.com

Principessa va al mare

di Emilio Lupo

dal volume Il mare bagna ancora Napoli

scrittori che amano la città

Prefazione di Donatella Trotta

Ed.  SELF

(a cura di Salvatore Testa)

 

Sembrava una Principessa. L’avevamo chiamata così dopo il primo incontro, quando, nell’aprile di quell’anno, venne accolta nella casa-famiglia, perché “rapita” dal nostro gruppo di operatori della Salute Mentale, a seguito di un blitz presso un Servizio di Diagnosi e Cura, dove era stata condotta, molti mesi addietro, e lì abbandonata come in un deposito bagagli. Scoprimmo in seguito che aveva frequentato le scuole di Stato per un periodo assai breve e già all’inizio degli anni ’60 aveva cominciato (dopo il matrimonio e le gravidanze) ad essere ospitata, più volte,  in manicomio e lì sottoposta a cicli di ipnoterapia ed elettroshock, che in seguito ritornavano insieme ad incubi e paure. Viveva in completo abbandono fino a quando il Dipartimento di Salute Mentale, dopo numerose visite domiciliari, ne aveva assunto la tutela. Giunta in casa famiglia era  dapprima diffidente e molto trascurata, ma con il passare dei giorni instaura un bel rapporto con l’infermiera Gemma che l’aiuta a recuperare la femminilità che le dure condizioni di vita le avevano sottratto. Dopo poco tempo, infatti, percepisce una quota per le sigarette e gli acquisti degli effetti  personali… spesso in ghingheri…. si reca dal parrucchiere… nonostante continui a ripeterci che questa testa non è la sua.  La ritrovata serenità o meglio questo sentirsi dentro un gruppo-famiglia, che rispetta i suoi tempi e i suoi spazi, favoriscono, in maniera lenta ma progressiva, le relazioni con la gente del quartiere. Pizzerie (ama particolarmente il ripieno fritto), ma anche mercerie e venditori ambulanti sono le mete preferite delle sue quotidiane passeggiate mattutine, perché di pomeriggio preferisce rimanere a casa.

Tutti al mare. Si chiamava così il progetto che avevamo realizzato come attività di integrazione ma anche perché più di un ospite ne aveva  dimenticato l’esistenza per i lunghissimi anni trascorsi in manicomio. In tutti al mare, il gruppo degli operatori aveva potuto esprimere il meglio di sè  per garantire – stante le scarsissime risorse dei singoli e quelli della giovanissima usl – un adeguato equipaggiamento ai bagnanti! Iniziarono così le prove costume (niente a che vedere con quelle cui siamo abituati oggi, per il peso forma da esibire in spiaggia) indumento recuperato nelle nostre case (nuovo, quasi nuovo e da passare in lavatrice) o presso negozianti amici, insieme alla ricerca spasmodica di colorati teli da spiaggia o di protezione solare, questi ultimi gentilmente donati da una parente farmacista, entusiasta dell’iniziativa e, probabilmente travolta piacevolmente dal furore organizzativo del variegato gruppo. Sì, le prove costume, avevano il loro fascino e provocavano proteste e ilarità (è troppo stretto, sembro una befana, non mi piace, mi invecchia oppure, bello questo colore, mi piace: staje troppo bella, pare n’attrice americana!) durante la vestizione. Ma anche quello fece gruppo. Dicevo delle scarse risorse che ci impedivano una regolarità nell’accesso al mare (nonostante qualche piccolo sconto che i nostri operatori più diplomatici, riuscivano ad ottenere dai proprietari dei lidi per ridurre il salasso alle nostre povere casse) cosa che non piaceva affatto alla nostra Principessa che reclamava una continuità dell’iniziativa: “me piace e piglià ‘o bagno quand’è ‘a stagione, no ogni morte e Papa. E accussì quando m’abbronzo? quando me faccio nera?”.

Una calda mattina di luglio. Il solleone invitava tutti a lasciare le quotidiane fatiche per cercare refrigerio altrove, la nostra Principessa, informò gli operatori di turno, tenendo sempre ben stretta tra le mani la borsa che l’accompagnava da sempre, che si sarebbe fatta il suo solito giretto nel quartiere rincasando alla solita ora. Dopo aver ricevuto le raccomandazioni di rito: “mi raccomando, Principè, mangiati una sola pizza, che oggi abbiamo preparato linguine alla puttanesca e pesce”,  guadagnò l’uscita. In casa, intanto, si organizzava la giornata, tra la barba che Franco si doveva accorciare con l’aiuto dell’operatore Marzio, Giovanna che doveva andare dal medico per una visita di controllo per il diabete, e Teresa che reclamava una mano per il bucato da stendere mentre Nicola, con l’aiuto di Gianni l’infermiere e dell’operatore Germano, doveva finire di sistemare l’aiuola nello spazio retrostante la casa. E infine Gemma che nella sua tipica posizione, mani nei fianchi e naso arricciato, si era insediata in cucina dando un occhio alla salsa ed uno alla lavatrice. E la nostra Principessa? Lei con incedere spedito, invece di imboccare la strada della friggitoria imboccò – dopo una breve sosta – la porta del pullman che l’avrebbe condotta, in compagnia della sua borsa, a …

Nella casa-famiglia la giornata filava liscia. Il quadro si presentava così: l’assaggio della salsa, la biancheria stesa ad asciugare al sole di luglio e i fiori sistemati dal trio di giardinieri, tra un bicchiere di limonata ed un caffè, tanto per recuperare energia in una giornata che faceva dire a Giovanna, in attesa di incontrare il diabetologo in compagnia dell’infermiera Mena…: “forse era meglio se andavamo al mare… oggi fa troppo caldo, nennè, così chiamava, vezzosamente, la sua infermiera preferita”. Embè è sott’mezzjuorne e a Principessa nun se vede, borbottava Gemma…: “chi sa che se sta mangiando, e po’ cca’ nun tene appettito!” E sì che la nostra più che mangiare pizze quella mattina – con sotto il vestito il suo bel costume che la faceva apparire “n’attrice americana” – si godeva il sole e l’acqua di Mappatella beach, meta che aveva raggiunto prima in pullman e poi in tram, percorso questo che non aveva dimenticato nonostante le deprivazioni, il manicomio e l’elettroshock. Con la tavola apparecchiata da Antonietta e  “comme ‘e muonaci” diceva Gemma sempre più stizzita dal ritardo di Principessa, uno alla volta, comparivano in cucina di ritorno dai loro impegni mattutini gli abitanti la casa, qualcuno tentava di inzuppare il pane nella salsa, a mò di aperitivo, contrastato in maniera decisa dalla attenta cuoca. Nel frattempo, Principessa aveva rispettato alla lettera la sua tabella di marcia: panino (rosetta, per la precisione) con fiordilatte di Agerola e prosciutto crudo acquistato dal salumiere di fiducia prima di salire nel pullman, caffè sorbito appena giunto sulla Caracciolo da un abusivo (e subito seguito da una doppietta di sigarette, americane ovviamente) e, quindi, bibita comperata (sempre dall’abusivo) soltanto intorno alle 12,00 poco prima di addentare il gustoso panino con fiordilatte e prosciutto crudo. Beninteso dopo un bagno ristoratore e un poco di sole (che fa bene alle ossa, d’inverno) insieme a due chiacchiere e un’altra sigaretta che le era stata offerta da una signora bionda che si prendeva il bagno con il marito e i due figli piccoli, sistemata a fianco della Principessa, su di una sedia a sdraio di legno, con tanto di occhiali da sole, foulard e doposole.

Venivano da Ponticelli. Così aveva detto a Principessa. Era bidella in una scuola elementare e i bambini erano terribili. La  bionda bidella, cordiale e con un sorriso stampato sul volto, le aveva fatto i complimenti, sia per i suoi begli occhioni neri, i capelli corvini e la pelle del viso liscia come una pupata ( motivo di scherzosa invidia anche di alcune infermiere) sia per il bel costume che Principessa indossava e per gli orecchini che erano intonati, disse, con una certa enfasi, a quanto indossava. La nostra si intrattiene a parlare della calura e di come era limpida l’acqua quella mattina, congedandosi poco dopo perché voleva fumare una sigaretta e non voleva farlo vicino e creature. E fu lì e in quella posizione, che il nostro infermiere Peppino, che era smontato dalla notte e che era lì con moglie, figlia e genero, la riconobbe. Disse poi che l’avrebbe riconosciuta tra mille, da come teneva la sigaretta tra le labbra. La chiamò ma Principessa non rispose: non aveva sentito per il vociare intenso che c’era sul lido mappatella oppure aveva finto di non sentire? Questo non lo sapremo mai. Sta di fatto che la raggiunse chiedendole con chi stava e dove fossero  gli operatori e come mai erano andati lì, quella mattina e non al lido dove si recavano solitamente. Principessa non rispose continuando a fumare ed a scrutare l’orizzonte.

La libertà è sempre terapeutica. Intanto nella casa-famiglia cresceva la disputa tra coloro che si lamentavano della troppa libertà che veniva concessa agli ospiti e quelli che quella libertà ritenevano fosse l’obiettivo da perseguire, sempre. Chi sosteneva che Principessa non era in grado di orientarsi e chi, di contro, era fortemente convinto che era tutt’altro che una sprovveduta, essendo sopravvissuta al manicomio. E, nel cuore della discussione, Marzio aggiunse:  Principessa conosce bene la città, tant’è che durante una uscita (così chiamavamo le escursioni o le passeggiate) era stata proprio lei a indicare la strada più breve agli operatori, per fare ritorno al pullmino che li avrebbe riportati in casa-famiglia. I favorevoli alla sortita confermarono, con ampi gesti del capo o riferendo alcuni dettagli dell’uscita, quanto aveva detto Marzio, i contrari tacevano.

In riva al mare. Dall’altra parte della città, Principessa si intratteneva con la moglie e la figlia dell’infermiere Peppino, ribadendo la purezza dell’acqua, il caldo opprimente e ricevendo, ancora una volta i complimenti per la mise. Nel frattempo Peppino aveva attraversato la strada e raggiunta la cabina telefonica aveva chiamato in casa-famiglia: state tranquilli, Principessa è qui, al mare, alla Caracciolo ed ora sta parlando con mia moglie e mia figlia. L’accompagno io a casa, tra un poco. La telefonata che pure aveva riportato serenità nella fazione dei preoccupati non aveva sedato la disputa, nel mentre Gemma che in un primo momento aveva detto:”ben gli sta, mo’ la pasta se la mangia fredda” era ritornata ai fornelli e riempita d’acqua la pentola per la pasta. Aveva messo da parte un po’ di sugo. Non si sa mai, aveva pensato.

Principessa che ormai gestiva le chiacchiere con moglie e figlia di Peppino (il genero si manteneva da parte, erano cose da donne, disse poi) ottenne di prendere un altro caffè che volle dividere con le sue nuove compagne e fumarsi l’ultima sigaretta, in riva al mare, con i piedi nell’acqua, prima di sedersi in macchina, dove in cinque, un po’ stretti, avrebbero fatto ritorno a casa. Dove l’aspettavano e dove Gemma e gli altri le avrebbero chiesto il perché aveva nascosto loro quella gita solitaria. E già rimuginava nella sua mente la risposta: “me piace e piglià ‘o bagno quand’è ‘a stagione, no ogni morte e Papa. E accussì quando m’abbronzo? quando me faccio nera? ”.

Un soggiorno a Procida

Alici, alici, mò lascio l’alici e me ne vaco a faticà!*

di Bruno Romano**

Dalla Sanità a Procida

Ok, si parte. Il gruppo è formato da sei utenti e due operatori. Andiamo in un campeggio, prendiamo in fitto due bungalow al camping “Punta Serra”, il più antico dell’isola di Procida, che sorge in una natura incontaminata, nell’omonima località Punta Serra dalla quale prende il nome.

Punta Serra è un costone di roccia tufaceo che si estende in mare per circa 200/300 metri e separa la Baia del Pozzo Vecchio dalla baia di Ciraccio e Ciracciello.
Il campeggio dista 200 metri dalla spiaggia del Pozzo Vecchio, da qualche anno denominata la spiaggia de “Il Postino”, luogo magico dove l’attore Massimo Troisi ha girato il suo ultimo film; esso si trova 700/800 metri dal centro geografico e commerciale del paese. Antistante il cancello d’ingresso è posizionata la fermata dell’autobus, linea C1, una circolare che parte dal porto di Marina Grande, attraversa il paese e ritorna al porto.
Il campeggio è popolato da alberi di alto fusto (querce, acacie, eucaliptus), dispone di piazzole su cui è possibile collocare camper, tende o roulotte e dispone di bungalow (casette prefabbricate) da 4/6 posti letto, con ambienti separati e antistanti terrazzini coperti dotati di sedie, tavolo e sdraio, piccolo angolo cottura e servizio igienico autonomo con doccia.
Il campeggio dispone inoltre di un bellissimo belvedere che affaccia direttamente sul mare, dal quale si può vedere: Ciraccio, Ciracciello, la Chiaiolella, l’isolotto di Vivara e la vicina isola d’Ischia che quasi la si tocca con mano. Dal Belvedere, vista la posizione geografica sulla quale si trova (lato di ponente), sull’imbrunire è possibile ammirare un incantevole tramonto.
C’è anche un attrezzatobarad uso esclusivo dei suoi ospiti, con spazio antistante, fornito di ombrelloni, tavolini e sedie.

Perché abbiamo scelto di andare in un campeggio? e perché abbiamo scelto Punta Serra? La voglia di fare un’esperienza “comunitaria”, condividere spazi, partecipare alla costruzione della giornata, fare nuovi incontri, mangiare, dormire, cucinare insieme in un luogo accogliente, ideale per vivere un soggiorno diverso da situazioni di tipo “alberghiero” oppure dal “tutti insieme, noi della salute mentale” pratica diffusa che vuole inglobare più centri diurni, inoltre tale soggiorno, vuole essere un riconoscimento ai protagonisti che hanno partecipato al progetto “Matti per la birra” i cui proventi hanno permesso di autofinanziare il soggiorno, così come è nello spirito del gruppo di lavoro che, per scelta, non ha mai utilizzato fondi pubblici per tali iniziative.

Sveglia alle 9,00, colazione insieme alle 9,30.Organizzazione della giornata, oggi panini e stasera cena, chi cucina, chi fa la spesa, chi provvede al riassetto del bungalow, ci dividiamo i compiti.

Stasera andiamo a cena alla Coricella? Certo. Contorni di mare e uno spaghetto “psichedelico” alici e limone, così buono da diventare il refrain dell’estate, così come “L’estate di John Wayne” canzone tormentone dell’estate 2016. Ci fa visita un piccolo gruppo di amici che vengono da Napoli, dal Lido Pola, centro autogestito restituito alla città e al quartiere di Bagnoli con il quale abbiamo organizzato diverse iniziative a favore del Centro Diurno e a sostegno del progetto “Matti per la birra”, Sara, Fiorella e Kevin, quest’ultimo è venuto provvisto di tammorra e castagnette, insieme ad Enzo, operatore e musicista, la sera del 30 agosto, dopo aver cenato insieme ai nostri amici si balla e si canta. Tutti insieme, anche gli ospiti del Punta Serra. Il clima è quello giusto. A pensare che tre utenti su sei vengono dall’attività relativa agli interventi domiciliari rivolti ad utenti con difficoltà ad uscire da casa, quasi in un ritiro sociale, la costanza, la gradualità, il lavoro in equipe svolto con le famiglie ripaga. Tutti.

Qualche souvenir, qualche regalo ai familiari e la famosa “lingua di bue” con crema pasticcera o con crema di limone saluta l’isola di Procida, speriamo di rivederci.

Ci sembra utile una riflessione: come l’istituzione viene ad essere rappresentata nella mente dell’ utente? quali sono gli aspetti che egli coglie affettivamente? In relazione al tipo di investimento affettivo che il paziente realizza nei confronti dell’istituzione, quest’ultima può funzionare come rinforzo e sostegno o come minaccia e ostacolo a una determinata esperienza di gruppo, che si svolge al suo interno. La mediazione, (che troppo spesso sia l’istituzione, sia il privato sociale non riesce a realizzare) e i suoi oggetti si situano all’incontro tra realtà esterna e mondo psichico interno dell’ utente. Il valore degli operatori ponte non dipende tanto dalla loro semplice esistenza, quanto dalla modalità operativa. La possibilità mediativain questi gruppi non è legata alla presenza o meno di oggetti diversi e vari o di tecniche più o meno sofisticate o rigide, bensì alla utilizzazione che può esserne fatta, a partire da quella qualità specifica che è la flessibilità, strumento che permette la creatività, l’innovazione e la rottura di schemi precostituiti. L’operatore serve da interprete, da trasformatore, da trasmettitore, da simbolizzatore tra realtà psichica e realtà esterna, tra attività terapeutico riabilitative e clima affettivo. Come recuperare una visione dell’utente come fonte attiva di messaggi affettivi e di stimolo, come riconoscergli il carattere di responsabile della propria comunicazione e della propria esistenza? Il clima affettivo che si instaura nella relazione tra utente e operatore è il principale fattore terapeutico che consente all’utente di investire proprie “risorse psichiche” per cercare di ricostruire un adeguato rapporto con la realtà, attenuando il ricorso a meccanismi di difesa patologici e comportamenti disfunzionali. Per quanto riguarda la dimensione della “relazione in gruppo”, un clima affettivo adeguato consente all’utente di sviluppare una qualità dei legami interpersonali che mobilizza emozioni, identificazioni e processi associativi. In questo senso assume importanza il ruolo e la funzione dell’equipe di lavoro nella gestione dell’attività terapeutica riabilitativa. Il clima terapeutico è un qualcosa che spesso sfugge ad una concettualizzazione tecnica se lo si considera svincolato dalla dimensione relazionale presente nel gruppo, nella quale anche tutta l’equipe è coinvolta. Il fattore, per così dire tecnico, può essere compreso solo nel contesto relazionale in cui viene applicato. Il clima affettivo e il processo terapeutico sono l’esito di una serie di aspetti insiti nella struttura della relazione interpersonale. Si tratta quindi di guardare agli elementi, sentimenti, pensieri e comportamenti che caratterizzano la relazione. La capacità di gestire le emozioni percepite nei confronti dell’utente; il proprio modo di partecipare alla relazione; gli interventi tecnici e il rapporto su come li utilizza. Questa consapevolezza richiede all’operatore la capacità di non essere continuamente attivo nella relazione con l’utente, ma anche di mettersi nella posizione di imparare, di contribuire alla nascita del sé creativo dell’altro. Aiutare gli utenti a esprimere in parole le loro emozioni vuol dire anche offrire una possibilità di condivisione e di costruzione di una propria storia personale. E’ importante che l’operatore eviti di formulare interpretazioni ma fornisca sostegno ai processi espressivi, elaborativi di confronto e riflessione. La sospensione del giudizio serve a stabilire delle connessioni all’interno delle comunicazioni dell’utente. E’ fondamentale cioè che ci si disponga verso l’utente con l’intento di cucire insieme le idee, gli affetti, i personaggi, passati e presenti, che emergono dal suo racconto. L’empatia potrebbe essere definita come la capacità di cogliere lo stato affettivo globale dell’altro, di intuire i sentimenti che vive l’altra persona. E’ fondamentale che ciascun operatoreriesca a condividere con gli altri colleghi impressioni e sensazioni riguardo ad un utente o ad una vicenda particolare che lo riguarda contrastando la rigidità, l’unilateralità, la fissità delle psicosi e cercando di creare connessioni e ponti tra funzioni diverse. Il valore del percorso di cura è dato dalla condivisione di esperienze emozionali e umane rese possibili grazie alla cultura specifica che il gruppo ha coltivato, fino a diventare patrimonio condiviso che resterà come ricordo così da poterne fare riferimento per l’accesso ad esperienze nuove, come viatico al cambiamento.

Gli utenti cercheranno il benessere e la salute; i familiari potranno essere sollevati dal gravoso carico che comporta assistere un congiunto che soffre di un grave disturbo psichico; i clinici la remissione dei sintomi e dei disturbi; i dirigenti e gli amministratori delle aziende sanitarie e del privato sociale rivolgeranno la loro attenzione all’efficacia e al contenimento della spesa e dei costi; la società e l’opinione pubblica nell’ essere rassicurata e l’operatore ponte potrà finalmente levare il grido: *“Alici,alici, mò lascio l’alici e me ne vaco a faticà!”

 

 

* “Alici, alici, adesso non venderò più le alici e sarò costretto alla fatica!”

Questo è il grido di Peppino,di cui io sono affezionato amico e cliente, pescivendolo di Pozzuoli che, felice del lavoro che svolge considera lo stesso una cosa bella e che è un lavoro e non una fatica!”

**L’Autore è Tecnico della Riabilitazione psichiatrica e psicosociale- Napoli

Nota: Il Centro Diurno (CDR) “Lavori in Corso” diretto dalla Dott.ssa Marina Rossano è una delle articolazioni della Unità Operativa di Salute Mentale della ASL Na1 Ds 29, la U.O.S.M. diretta per lunghi anni dall’attuale Segretario di Psichiatria Democratica, Dott. Emilio Lupo ,dal quale il nostro gruppo ha ereditato il rigore, la passione e l’impegno per lo sviluppo di una Salute Mentale di comunità, è allocato nello storico Rione Sanità, nel centro storico di Napoli. Il CDR insiste su di un territorio vasto e densamente abitato ed il nome “Lavori in Corso” nasce dall’idea di considerarlo come un cantiere in un continuo divenire, in cui ogni elemento è legato al precedente e al successivo, in un movimento circolare dal dentro al fuori. Protagonisti attivi di questo cantiere sono gli utenti che frequentano il C.D.R. e l’equipe di lavoro formata da operatori della Riabilitazione Psichiatrica della Cooperativa Sociale ERA, il gruppo, nel suo insieme considera il C.D.R. come luogo di attraversamento al fine di ridurre la dipendenza dall’istituzione e la disparità nelle relazioni, uno spazio in cui offrire opportunità di scambio, di movimento, di socializzazione e di ri-attivazione di risorse personali nell’ottica di un esperienza di cambiamento. Quella che raccontiamo oggi, è la breve cronaca di un soggiorno, sull’isola di Procida, cui hanno partecipato sei utenti e due operatori

Un piano organico per i senza fissa dimora

la Repubblica – 16 febbraio 2012 — pagina 9 sezione: NAPOLI

Emilio LUPO

 

Mi rivolgo all’ assessore comunale Sergio D’Angelo e vado subito al dunque: un piano organico per i cittadini senza fissa dimora. Voglio dire anche di riporre fiducia in D’Angelo anche se, per il passato, la fiducia, davvero ingenua, in chi lo ha preceduto mi ha riservato delusioni. Amare. Mi riferisco a progetti – che avevamo prodotto con la collaborazione e l’ assunzione di responsabilità dirette di più associazioni – poi fatti propri, a chiacchiere, dalle precedenti amministrazioni cittadine napoletane e che nella pratica hanno prodotto, per quanti sono costretti a vivere per strada, risultati pari a zero. Anzi no, non sarei veritiero se non dicessi che qualcosa è stato fatto.

È stato trasformato il centro di coordinamento di via Pavia (struttura sequestrata, che fu adibita allo scopo anche grazie all’ impegno di quelle condivisioni e dell’allora assessore De Masi) da luogo per l’analisi dei bisogni reali delle persone in difficoltà e, soprattutto, di coordinamento generale e di sostegno – per le azioni fattive e volontarie espresse da quelle mille realtà anonime che suppliscono alle carenze del pubblico – in un opificio burocratico, dal quale, peraltro, il componente di Psichiatria democratica, Salvatore di Fede, si dimise denunciandone da subito lo snaturamento. Come altri e con altri abbiamo rilevato come l’ ondata straordinaria di gelo abbia fatto emergere in tutta la sua drammaticità quanto c’è da fare per affrontare alla radice il problema e per restituire organicità all’intervento. Mettendo insieme tutte le forze disponibili e stanando quelle che si defilano o che volgono lo sguardo altrove. Chi scrive, conosce le difficoltà di bilancio e per convinzione culturale profonda persegue l’obiettivo di mettere in rete quanto già esiste. Se pur così riemerge tutta la mia ingenuità, ribadisco quanto insieme ad altri abbiamo avuto modo di proporre: a) che in tempi assai brevi si provveda a fare l’ analisi reale dei bisogni di quanti sono costretti a vivere all’ addiaccio, anche alla luce dei dati recentemente pubblicati relativamente alla presenza di molti immigrati e di un crescente numero di napoletani che sempre di più sono in strada; b) la fotografia (si dice così?) di tutte le risposte finora fornite dal servizio pubblico e da quello privato, con particolare attenzione a valutare e sostenere le esperienze che partono dal basso e che in silenzio svolgono il loro preziosissimo lavoro di sostegno; c) il rilancio del centro di coordinamento di via Pavia 129, restituendo al coordinamento il suo ruolo originario. Tra i compiti del centro di coordinamento vogliamo anche suggerire: la presenza di avvocati di strada che, in giorni prestabiliti, si facciano carico dei mille problemi dell’utenza; l’attivazione, d’intesa con la Asl Napoli 1, di una corsia preferenziale in grado di garantire l’effettuazione di prestazioni sanitarie in tempi rapidi; d) l’individuazione di strutture differenziate (a cominciare dall’Albergo dei Poveri) e sparse su tutto il territorio cittadino, in grado di rispondere, in ogni periodo dell’ anno, ai diversificati bisogni dei cittadini senza fissa dimora e organizzate a diversi livelli d’interazione con le reali necessità delle persone costrette per strada. Insomma un piano che non aspetta l’urgenza, ma che sarebbe organicamente in grado di fare fronte a qualsivoglia evenienza anche nel tentativo progettuale di sostenere l’uscita dalla marginalità delle persone che sopravvivono senza risorse, lavorando e impedendo la cronica stabilizzazione di un’ emergenza sociale. Mi viene da dire: «Se non ora quando?». Se non ora, quando potremmo perseguire l’obiettivo – da Palazzo San Giacomo a via Verdi fino alle Municipalità, ai condomini, ai vicoli- che il livello di civiltà di una comunità stia nell’ aumentare sempre più l’ attenzione e le prassi nei confronti delle persone in difficoltà di vivere, fino a rimuovere tutti gli ostacoli che producono stigma e isolamento? La mia maledetta ingenuità mi fa dire che è ancora possibile scrivere una bella pagina napoletana.