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Psichiatria Democratica torna a chiedere la convocazione del Tavolo Tecnico Salute Mentale del Ministero della Salute e critica l’istituzione del numero verde di ascolto per l’emergenza COVID-19

Lettera al Tavolo Tecnico Salute Mentale

Istituzione del numero verde

… un link : la morte degli anziani e la catena delle responsabilità

segnaliamo il link a un articolo presente su un altro blog

La morte degli anziani e la catena delle responsabilità

Uno sguardo al futuro (Antonello D’Elia)

E se ci fossimo tutti sbagliati? E se ad aggredirci non fosse solo un virus ma i numeri? Si i numeri, quelli che contati, sottratti, moltiplicati hanno un potenziale contaminante straordinario, che si potrebbe rivelare tossico, endemico, ancor più che pandemico? Quanti morti abbiamo oggi? E contagiati, e guariti? Saturi di cifre le interroghiamo come gli aruspici facevano con il volo degli uccelli, poi ci rimane solo lo sgomento, la paura, il sospetto: tossine per i nostri pensieri e le nostre vite. E se ci fossimo trovati pronti, senza saperlo, senza volerlo, a uno scompenso collettivo? Indeboliti dallo smarrimento di esistenze fragili spostate al di fuori di se stesse, private di difese mature, ubriache di cose, oggetti, denaro posseduto o vagheggiato, preda di pulsioni irriflesse, attraversate da pensieri altrove e da altri pensati. Se, ignari, fossimo tutti stati dominati da un’anarchia interiore e solitaria di fronte a una complessità sempre più complicata, una globalità impersonale e immateriale insinuatasi dentro ciascuno, annidatasi come un microorganismo latente che aspettava solo le giuste condizioni ambientali per emergere, per scoppiare, esplodere oltre ogni confine? La pelle psichica è delicata, più ancora di quella che ricopre i nostri corpi.

Viene da pensare all’herpes, responsabile di numerose affezioni, una famiglia, che sotto lo stesso nome, accomuna virus che hanno un unico comportamento: le sue manifestazioni si vedono sulla cute mentre lui si annida lungo le terminazioni nervose e si risveglia quando le difese immunitarie si indeboliscono. Potrebbe essere un buon modello per provare a raccontare il livello di intossicazione generale raggiunto dagli umani, da quella parte di umani che vivono nel mondo più ricco, quello che ha portato ad allontanarsi dalle cose, dalle relazioni, ad astrarre, a dematerializzare tutto, sentimenti e denaro inclusi. E ora cosa faremo? Attendiamo tutti qualcosa sapendo che non sarà come prima ma senza sapere come sarà. Il tempo ha rallentato, gli orologi mentono e ogni minuto che segnano è un inganno. Sapremo rimetterli in moto? Sapremo ricordare o dimenticheremo tutto e in fretta? Forse se prima per qualcuno eravamo antichi, aggrappati a vecchi arnesi come l’umanità, l’ascolto rispettoso degli altri, l’accettazione di diversità mai troppo lontane da noi, la fiducia negli umani tutti, quando questo sonnambulismo forzato svanirà a poco a poco, troveremo altri compagni sulla nostra strada, saremo meno soli. Avremo dimostrato che senza cedere si può ancora cambiare. Che il futuro non è già scritto. “Si può fare”: così ci avevano insegnato a pensare, così sapremo mostrare a chi viene dopo.

 

Antonello d’Elia- Roma

Io sto con gli ultimi (Gianfranco Carbone)

Spiacente ma non me la sento di accodarmi al coro dei disperati!

Io sto con gli ultimi, ma la pandemia ha scoperchiato il vaso di pandora.

Perché ha il grande merito di aver smascherato l’ipocrisia di cui ci siamo ammantati pensando che tutto ci era dato, tutto era possibile.

Il Virus ci ha fatto scoprire che le discariche in cui abbandonavamo i nostri cari,  non più produttivi erano lager. Perché strutture in cui sono stipati mille anziani non possono che essere lager.

Il virus ci ha dimostrato che:

– le scelte scellerate che hanno smantellato ogni possibilità di intervento sanitario nel territorio, a partire dalle condotte mediche, hanno avuto conseguenze disastrose sulla nostra salute;

– la logica ospedalocentrica che ha concentrato nei Pronto Soccorso i politraumatizzati, gli infartuati, i dispnoici per polmoniti e i portatori di unghia incarnita, di crisi alcolemica e  qualsiasi altro accidente, ha esposto la collettività ad evenienze non gestibili;

–  lo smantellamento di centinaia di presidi ospedalieri senza compensazioni con servizi sul territorio ha favorito  enormi speculazioni sulla salute,  ancora definita diritto costituzionale;

– la privatizzazione selvaggia di ogni intervento in favore delle fasce deboli della società: anziani, poveri, disabili, ha prodotto enormi investimenti pubblici che hanno arricchito i soliti noti comunque camuffati;

–  una organizzazione sanitaria medicocentrica o clinicocentrica ha mostrato tutta la sua debolezza in ogni settore della salute;

–   il personale non medico nella sanità è insufficiente e malpagato e non gode di alcuna autonomia professionale;

–  gli infermieri, gli oss, gli ausiliari, gli addetti alle pulizie, i tecnici e  chiunque operi nell’intricato mondo della tutela della salute sono infungibili;

– che fino a quando i pazienti non saranno ridiventati persone e non più RETTE, e la salute dei cittadini merce non potremo annoverarci tra i paesi civili;

Ma il Virus ci ha dato altre lezioni, qualcuno ricorderà i discorsi del primo ministro della Gran Bretagna, provate a risentirlo oggi!!!

Ora, mi piacerebbe che succedesse ancora qualcosa, che riflettessimo, che mai più  tollerassimo quanto fatto sulla nostra pelle, sulla pelle dei nostri pazienti, dei nostri  anziani e di noi stessi.

 Non deve essere possibile… MAI PIU’.

                                                                                                  Gianfranco Carbone – Bari

Riflessione da un futuro auspicabile di salute mentale (Tonino Pane)

Agli albori del terzo millennio ci fu l’epoca in cui imperversava il “consenso” in tutte le attività della vita, nella politica, nelle comunità, sia virtuali che reali e in quelle relazionali. Anche le relazioni sanitarie tra medico e paziente non ne furono esenti, se ne producevano infatti diverse fattispecie, tutti definiti informati: consenso alla terapia medica o chirurgica, al ricovero, alla dimissione, al trattamento dei dati, di quelli personali e di quelli sensibili, al loro utilizzo, al loro inserimento nelle piattaforme digitalizzate, alla privacy, e anche la Psichiatria, per non differire come sempre dalle altre discipline mediche, si era adeguata, pur custodendo e a volte difendendo l’unico atto terapeutico che non ne prevedeva la raccolta. Poi ci fu l’avvento del Covid 19, che rese tutti disinformati. La pandemia che ne derivò resettò il protagonismo del “consenso” e restaurò la legge del “contatto” a partire dal suo inverso nel senso fotografico del termine, cioè a partire dal suo negativo, l’assenza di contatto. Quest’ultimo, oggetto anche di specifici DPCM del governo dell’epoca, improvvisamente all’altezza della situazione come tutti gli italiani sono sempre capaci di fare in tempo di emergenza, fu identificato come presupposto di sicurezza interpersonale e poi anche sociale, fu così che la presenza di un desiderio e di un bisogno, quello della sicurezza, fu garantita dalla assenza di un altro desiderio e bisogno, quello del contatto. Nacque il primo comandamento della nuova era, il distanziamento sociale, operato in tutti i luoghi, aperti e chiusi, pubblici e di culto, questo distanziamento sociale insieme al mascheramento individuale di cui se ne produsse un innumerevole ventaglio creativo sia in quantità che in qualità, riuscirono a vicariare una debole sorveglianza epidiemologica. Era iniziata l’era della asepsi perduta. La natura si riappropriò di spazi che le erano stati interdetti. Il tempo sembrò rallentare e le quarantene diventarono interminabili. In questa nuova situazione di psicopatologia di massa, si contrapposero da una parte immagini forti come la solitudine dei numeri primi, la solitudine del Papa in una piazza San Pietro desertificata dalla mancanza del resto, la solitudine del Presidente davanti al Milite Ignoto, nella ricorrenza di una Liberazione chiusa nell’isolamento domiciliare fiduciario, e dall’altra pensieri insopportabili come la solitudine di migliaia di persone care nel momento dello Spavento Supremo. Poi arrivò la fase due, la pandemia rallentava, ma non si potette dire lo stesso dell’infodemia. Alla paura si unì la speranza, alla depressione un germe di euforia, fu così, dallo stato disforico del naufrago in vista dell’approdo, che nelle Relazioni nacque di nuovo la volontà di operare con umanità, con rispetto, con amore, praticamente con “tatto”, liberi dal “consenso”, per dare di nuovo senso questa volta ad una parola pronunciata da labbra mascherate o ad una carezza fatta con mani di lattice.

 

Tonino Pane – Sorrento

Ehi tu CORONA VIRUS COVID 19 stammi bene a sentire (Comunità Aquilona di Solopaca)

Sono nato negli anni sessanta e sono venuto alla luce in una sala parto dove medici e infermieri mangiavano panini al salame e fumavano una sigaretta dopo l’altra nell’ attesa che mia madre mi partorisse, senza mascherine, senza guanti; sono sopravvissuto ai vaccini, al mercurio puro e all’amianto sui tetti e nei tubi degli acquedotti. Mi sono imbattuto in influenze mortali come la spagnola o la filippina e altre peggiori di te, ho schivato la TBC e AIDS pregando o solo spostando la testa di lato. Sono cresciuto in scuole senza estintori, senza protocolli di igiene e sicurezza; ho respirato la diossina di Seveso e sono stato contaminato dalle radiazioni nucleari di Chernobyl.
Mi sono disinfettato le cadute in bicicletta e in moto con l’aceto e ho mangiato cibi che non avevano ancora la scadenza per legge e ho bevuto acqua dal rubinetto senza filtri. Ho guidato senza casco motociclette pericolosissime da 400 Kg con i freni a tamburo e macchine prive di qualsiasi affidabilità: senza cinture e senza airbag e che non aveva nemmeno la spia dell’acqua. Sono stato curato con medicine non testate dall’OMS e sparate nel mio corpo con siringhe di vetro dagli aghi spuntati che si sterilizzavano sul fuoco in un terrificante contenitore di latta che ancora oggi mi fa venire gli incubi.
Non ho mai avuto un sostegno psicologico o scolastico; ai miei tempi non esistevano nemmeno, e le ho prese di santa ragione da tutti: mia madre, da mio fratello maggiore e dai bulli più grandi di me che ho incontrato e ne sono sempre venuto fuori senza traumi.
Ehi tu, Corona virus, Covid 19 cinese, pensi di far paura a chi come me è sopravvissuto a tutto questo?
Sono io che ti avverto: quelli come noi li riconosci subito perché continuano a fare quello che hanno sempre fatto: sopravvivere, quindi non ti fare illusioni sbagliate. Siamo italiani, abbiamo conquistato il mondo, abbiamo scritto la storia dell’arte e abbiamo superato crisi peggiori di te e non ti temiamo, con l’augurio e la speranza che sia tu a schiattare per primo, molto più alla svelta di tutti noi.

dalla Comunità Aquilona di Solopaca: P.L. , G. I. e A. C.

Il compleanno (Alex De Brasi)

Sabato era il compleanno dell’Associazione che gestisce la comunità dove lavoro, 30 anni tondi, un bel traguardo, si sperava di festeggiare in altro modo ma si fa quello che si può con quello che si ha.
Abbiamo fatto una gran tavolata tonda unendo tutti i tavoli e siamo riusciti a tenere un metro di distanza da ogni persona, una gran ciambella con un buco in mezzo, se mai la tavola rotonda di Re Artù è esistita doveva essere per forza così.
Forse i cavalieri litigavano di meno e per cose meno futili, forse non urlavano o non si lamentavano per il pranzo, ma non ne sono sicuro, se a dei cavalieri gli dici che devono stare dentro al castello senza andare a fare atti cavallereschi dopo un po’ non resistono.
Ad ogni modo abbiamo fatto un pranzo come si deve, come del resto tutti i giorni, e alla fine c’era la torta.
Sono stati tutti molto contenti e ad un certo punto guardando quella tavola rotonda, quei cavalieri storti e improbabili dal cavallo immaginario che cercano solo un po’ di anormale normalità quotidiana, mi sono detto che ce la faremo, se ce la fanno loro, ce la faremo tutti.
Non so come e quando ma non vedo l’ora di essere di nuovo in mezzo a dei semplici matti quotidiani.

 

Alex De Brasi – Educatore – Ca’ del vento – Imola

Il silenzio degli innocenti

Nella grande paura e insicurezza diffusa , scatenata dal COVID19 ci sono storie che vanno raccontate, conosciute, ripensate più di altre.
Ogni morte è una tragedia e non si può pensare che ci siano situazioni più importanti di altre a seconda della carta di identità di chi muore .
Anche i numeri giocano un ruolo importante perché c’è una certa assuefazione pericolosa all’informazione anche quando racconta tragedie.
Ma quello che è successo nelle RSA o altre strutture socio sanitarie, sta assumendo dimensioni spaventose.
I contagi sono stati tantissimi, in alcuni reparti il cento per cento , e le percentuali di decessi impressionanti.
Le storie che filtrano raccontano di persone costrette a morire senza nemmeno la vicinanza dei propri cari, disorientate e spaventate in un luogo trasformato in un ambiente ancora più alienante di quello che una struttura normalmente può essere.
Operatori costretti a lavorare, soprattutto nel primo periodo, praticamente a mani nude contro un mostro al tempo invisibile e terribile. Sempre più stanchi e soli….
Le famiglie spesso impossibilitate anche solo ad avere notizie certe, aspettando quello che giorno dopo giorno è diventato un bollettino di guerra, sperando che nell’elenco non ci sia il proprio caro.
Un silenzio assordante, quello di chi non aveva nemmeno voce per chiedere aiuto…..
Ed ora? Iniziata la caccia ai colpevoli e la polemica politica, si proverà dare qualche spiegazione, cercare errori nel sistema, ipotizzare nuove strategie…..
Non basterà!!!!! Occorre riconoscere che abbiamo sbagliato tutti!
Siamo un paese di vecchi che non ha imparato a rispettare i vecchi. Occorre allora assumersi l’impegno di costruire politiche decenti per le persone anziane. Lo dobbiamo fare senza se e senza ma ricordando che la generazione anziana spazzata via in questa tragedia erano coloro che avevano combattuto per la libertà e la democrazia, che hanno costruito lo sviluppo del nostro Paese, che ci hanno cresciuti che hanno fatto sacrifici per il nostro benessere che in tanti hanno vissuto in solitudine gli ultimi anni della loro vita.Ciò vale per il privato, ma anche per il Pubblico.
Errori giganteschi sono stati fatti. Dimenticandosi che occorreva un Welfare di comunità che metta al centro la persona “per dare anni alla vita e vita agli anni” che promuova l’invecchiamento attivo che metta in campo politiche integrate per prevenire, rallentare, prendere in carico la non autosufficienza con risposte di qualità in piccole strutture dal volto umano perché piccolo è bello, cosa è invece stato fatto?
In tutta Italia e anche in Toscana sono proliferati grossi carrozzoni di 200-100-80 posti letto e così via per le persone fragili (pensiamo anche ai disabili stessa sorte) dove mettere persone ormai considerati “marginali”, magari mascherate ipocritamente da “moduli diversi”che sono luoghi emarginanti e segreganti perché non inseriti in un concetto ristretto di comunità.
E necessario quindi ripartire da questa tragedia per aprire tavoli di lavoro, di confronto, di discussione capace di generare politiche in grado di dare risposte serie non alle domande ma ai bisogni delle persone ed in particolar modo di quelle più fragili.
Bisogna ridiscutere di Sanità Pubblica come bene irrinunciabile che non può esser continuamente sottoposto a tagli o alla costruzione di sistemi sempre più complessi e lontani dalle persone e dai territori, meno burocrazia e apparati e più servizi e operatori.
Bisogna capire come mai i luoghi più vulnerabili siano stati lascati per ultimi negli interventi di protezione e prevenzione che a determinato una strage anche tra gli operatori socio-sanitari oltre che tra le persone in carico ai diversi servizi-
Bisogna ridiscutere del ruolo del terzo settore che ha giocato una partita straordinaria ma che spesso viene utilizzato in modo confuso o strumentale in sostituzione di quelle che devono essere risposte garantite dai servizi pubblici.
Bisogna discutere di come certi servizi non possono essere affidati in gestione con la logica del massimo ribasso abbassando la qualità delle prestazioni e obbligando gli operatori a condizioni di lavoro inadeguate e massacranti.
Bisogna riprendere anche nella nostra Regione dove cose positive si sono certamente fatte una riflessione seria e costruttiva a partire dalla Regione medesima, che coinvolga la rete provinciale dei propri Comuni che devono tornare a pensare a piccole strutture per la non autosufficienza e farsene carico, non dimenticando mai che sradicare un anziano dal proprio territorio significa espropriarlo delle sue radici, della sua storia.
A tal proposito una vecchia battaglia del Centro Basaglia fu quella di raccogliere più di 5000 firme a sostegno di una proposta di Legge di iniziativa popolare “Residenzialità sociale senza emarginazione” presentata al C .Regionale nel settembre 2011 e bocciata dalla Giunta Regionale nel 2012 dove si sosteneva che la risposta ai crescenti bisogni della popolazione anziana non era certo costruire grandi strutture, ma anzi piccoli moduli dove più alta fosse la qualità delle relazioni di cura, dove le persone rimanessero nei propri territori di appartenenza, senza produrre processi istituzionalizzanti e di alienazione.
Fu fatto allora a nostro giudizio un errore imperdonabile accreditando nel tempo anche nella nostra realtà strutture per anziani e disabili con 100 posti e più posti letto.
Fra l’altro un attento studio presentato al convegno realizzato sempre dal Centro Franco Basaglia e sostenuto con grande passione e capacità intellettive e tecniche da Bruno Benigni dal titolo ”Residenzialità sociale senza emarginazione” tenutasi ad Arezzo in data 26 Giugno 2009, smontando la logica comune che le strutture piccole costano troppo ha dimostrato che integrare le piccole strutture ad interventi territoriali e forme di co-housing, rende il tutto assolutamente sostenibile economicamente.
Tornerà l’oblio, il silenzio, il disinteresse verso questa generazione silenziosa, verso una disabilità che stentiamo a ritenere una ricchezza per una comunità che deve con grande rispetto salvaguardarla?
E’ possibile che ciò accada ma dobbiamo impedirlo. Come Centro Basaglia continueremo a combattere insieme alle molte energie intellettuali, morali, sociali, pubbliche e private che esistono, per contribuire a cancellare l’emarginazione, le iniquità che sussistono verso le persone fragili che non trovano priorità e troppo spesso sono fuori dall’orizzonte culturale, progettuale delle politiche di Welfare.
Quello che dobbiamo fare è dare voce a quel silenzio angosciante e ricominciare a fare politica di comunità, tracciare le linee guida su cui vogliamo ricostruire un modello di benessere diffuso che il COVID -19 ha messo a dura prova ma che comunque ha resistito e noi abbiamo il dovere di partire dagli errori fatti per costruirne insieme , tutte le componenti sociali, uno ancora più forte e giusto.
Per l’oggi, in attesa di un domani migliore per tutti, in questa tragedia degli innocenti che il Coronavirus ha così brutalmente fatto emergere, credo che dobbiamo a loro solo chiedere scusa, anzi provare indignazione e vergogna!

Associazione Centro Franco Basaglia Arezzo

La proposta di Psichiatria Democratica per affrontare la crisi del COVID-19 (Tavolo della Salute Mentale presso il Ministero della Salute)

Abbiamo apprezzato i contributi fin qui pervenuti al Tavolo che rappresentano proposte organizzative intese a omogeneizzare e unificare le azioni da intraprendere e le misure da adottare in questo frangente. Essi andranno in qualche modo unificati così che il prodotto finale promosso dal Tavolo stesso sia unico, espressione della posizione del Ministero a livello nazionale per quanto riguarda l’interfaccia tra servizi di Salute Mentale, utenza e cittadini.
A nome della Società Italiana di Psichiatria Democratica riteniamo utile proporre un’integrazione a quanto fin qui proposto che attenga non solo alle misure di profilassi e di prevenzione del contagio nell’espletamento delle attività ordinarie dei DSM ma riportino in primo piano il lavoro di Salute Mentale come lavoro territoriale, di comunità, proprio nel momento in cui ad essere intaccata è proprio la dimensione comunitaria. I circa 900.00 pazienti dei servizi di Salute Mentale, i loro familiari, i cittadini in difficoltà non possono essere trascurati in una situazione di generale precarietà assicurando solo l’indispensabile ma necessitano un impegno straordinario, ovvero di adeguamento delle pratiche di psichiatria di comunità all’inedita situazione creatasi nel corso della pandemia da COVID-19. L’importanza di raccomandazioni e linee guida, la necessità di monitoraggio dei flussi operativi nel rispetto delle modalità correnti di registrazione delle attività non può andare a scapito della natura relazionale del lavoro di salute mentale così come è disegnato dalla legge in vigore, la 180, e come strutturatosi nei decenni attraverso pratiche di inclusione e di promozione della salute mentale. Su questo piano si misura la forza di un sistema e la qualità di migliaia di professionisti, medici, psicologi, assistenti sociali, infermieri, tecnici della riabilitazione, operatori di cooperative sociali di gruppo A e B, che si misurano quotidianamente con la sofferenza mentale puntando sulle risorse delle persone e non solo sulle loro limitazioni, sulla valorizzazione delle soggettività mortificate, sulla capacità di rimanere, ancorché malati, parte di una rete sociale di appartenenze e di inserimenti lavorativi e socializzanti.
Si rendono necessarie misure organizzative al passo coi tempi del Corona virus, non solo per evitare la diffusione della pandemia e per proteggere gli operatori esposti al contagio, ma per mantenere fermi i princìpi che hanno contrassegnato in senso bio, psico, sociale la psichiatria italiana. Valorizzando quel sociale mortificato da scelte di politica sanitaria spesso errate e penalizzato dall’isolamento forzato resosi necessario per l’emergenza sanitaria in corso.
Di seguito troverete una riflessione generale e alcune semplici proposte organizzative.

Ordinario e straordinario nella salute mentale all’epoca del COVID-19
L’emergenza globale scatenata dalla pandemia da Covid-19 sta mettendo a dura prova il Sistema Sanitario Nazionale. L’impegno, fino allo spasimo, di tutto il personale fornisce conferma quotidiana di un patrimonio nazionale fin qui non valorizzato e, in molti casi, deliberatamente penalizzato. Ora è chiaro a tutti che, nella generale incertezza, la tenuta del sistema sanitario rappresenta un punto di riferimento irrinunciabile. Di Corona virus si può morire e, purtroppo, sono in molti quelli che, infettati, non ce l’hanno fatta, tra loro tanti medici e operatori di sanità. A loro va la riconoscenza di Psichiatria Democratica, insieme alla solidarietà per tutti i colleghi che combattono in prima fila giornalmente per la salute degli italiani.
In tempo di crisi, come questa straordinaria che stiamo attraversando, è inevitabile che affiorino i problemi preesistenti, che emergano carenze non sono solo organizzative ma strutturali, frutto di scelte sbagliate che mettono a repentaglio la tenuta e l’efficacia del SSN e la sua capacità, o meno, di assicurare la salute dei cittadini. Il primo errore, purtroppo non casuale, è stato quello di smentire nei fatti la natura stessa di un sistema sanitario fondato sulla continuità ospedale/territorio. Non è fuori luogo parlare di territorio in questi frangenti in cui il lavoro ospedaliero nei reparti di terapia intensiva (per atroce paradosso penalizzato
anch’esso da tagli di risorse e personale) è decisivo per la sopravvivenza dei malati. E’ proprio questo il punto: chiunque abbia sin qui difeso le ragioni del territorio è stato trattato da ostinato, ideologico o da idealista in quanto disposto a sottrarre forze e finanziamenti all’ospedale, luogo certo di cure, per assegnarli a un territorio che, tuttalpiù, può essere filtro, erogatore di assistenza, supporto sociale. Ora nell’incombente minaccia di morte da Covid-19 dobbiamo ricordare che lo smantellamento dei presidi territoriali di prevenzione e cura ha portato al sovraccarico letale degli ospedali, ha impedito una gestione capillare ed efficiente delle persone positive o sintomatiche non critiche (la maggior parte dei contagiati), ha intaccato la possibilità di un monitoraggio reale dei casi positivi, unica soluzione efficace al propagarsi dell’epidemia. Ci siamo assicurati il primato di longevità per la nostra popolazione ed ora non siamo in grado di mantenere la promessa di sopravvivenza ai nostri vecchi sottoposti allo stress del virus. Abbiamo argomenti e azioni da opporre a questo non ineluttabile destino?
C’è poi lo specifico della psichiatria e del sistema salute mentale, quello in cui Psichiatria Democratica è impegnata in prima fila da decenni. La psichiatria è stata qualche volta chiamata in causa in questi giorni di paura e angoscia per spiegare, rassicurare, offrire sostegno a chi è affetto, ai familiari, agli operatori. Non va dimenticato, tuttavia, che l’assistenza psichiatrica nel nostro paese è garantita da dipartimenti integrati a cui fanno capo sia i reparti ospedalieri che i servizi territoriali, primo esempio di impostazione sistemica di un approccio alla salute che ha poi ispirato tutta la riforma sanitaria. La dismissione silente e progressiva della rete psichiatrica territoriale si è accompagnata, anche in questo caso, alla centralità dell’ospedale e delle cure ospedaliere che vuol dire, essenzialmente, somministrazione di farmaci e gestione del paziente acuto attraverso la sedazione e, purtroppo, la contenzione. Al territorio è stato riservato un ruolo ancillare, oscillante tra la proposta di interventi mirati specialistici, magari psicoterapici, il tecnicismo di cure validate e rispettose delle linee guida e l’assistenza caritatevole, umanitaria dei pazienti gravi. In epoca di Corona virus questa impostazione si è tradotta nella sospensione di attività ritenute non primarie oltre che rischiose per l’eccessivo contatto tra pazienti e operatori: in molti casi i Centri Diurni sono stati chiusi, le attività sociali interrotte, quelle lavorative fermate o vincolate al funambolico esercizio di farle passare per terapie indispensabili al fine di non incorrere nelle peraltro legittime sanzioni comminate a chi non rispetta i vari DPCM emanati negli ultimi giorni. Sono state incoraggiate le visite al domicilio, le passeggiate di ‘sollievo’ a due, paziente e operatore (vedi ordinanza della Regione Campania del 13/3/20 e il comunicato dell’unità di crisi Covid-19 della stessa che lo integra), o, come nel caso del Lazio, le attività legate alla salute mentale (specificazioni relativi al terzo settore dell’ordinanza regionale Z00013 del 20/3/2020) fatte rientrare tra quelle del volontariato, intrise della retorica del “non lasceremo indietro nessuno”. In altri termini una posizione culturale, scientifica, di salute mentale pubblica perde la sua specificità e viene assimilata a pratiche di supporto aspecifico, esercizio di un’azione umanitaria e non di un trattamento elettivo, epistemologicamente fondato nel lavoro di salute mentale con i pazienti gravi.
Potrebbe parere inappropriato e marginale parlare di pazienti psichiatrici e di servizi di salute mentale in un momento in cui l’emergenza sanitaria vede al centro i reparti di terapia intensiva e la loro saturazione, la carenza di medici e le vite in pericolo degli operatori sanitari. Così non è tuttavia. L’emergenza sanitaria non si ferma alle situazioni critiche da complicanze di Corona virus: altre emergenze riguardano condizioni mediche acute che rischiano di essere trascurate (i numeri parlano di pazienti cardiologici con infarto in diminuzione presso i Pronti Soccorso), o croniche, malattie che necessitano di assistenza continuativa. E i disturbi psichiatrici, aggiungiamo. Non si muore di psicosi, benché i dati parlino di aspettativa di vita inferiore di più di dieci anni rispetto alla media per i pazienti che ne sono affetti. In questo caso sono gli stili di vita e l’effetto a lunga durata delle terapie farmacologiche i fattori di rischio in gioco. Cosa succede in tempi di Corona ai pazienti dei servizi psichiatrici? Gli SPDC ospedalieri sono soggetti come tutti gli altri reparti al contagio; i CSM lavorano, al minimo, nel rispetto delle norme di prevenzione, quasi dovunque applicate; i Centri Diurni per la maggior parte chiusi. E’ legittimo pensare che le emergenze psichiatriche siano solo quelle che comportano rischio di vita (suicidio) o comportamenti aggressivi? Se non è così, e lo sappiamo, cosa è possibile fare e suggerire agli operatori, ai pazienti e alle loro famiglie? Se un paziente vive solo o in una famiglia in cui la convivenza è fonte di tensione, di sofferenza, di trasformazione dell’angoscia che ne deriva in sintomi gravi? Se i deliri, le ossessività, i rituali aumentano a dismisura e i supporti clinici vengono meno? Se viene meno l’impegno lavorativo, che permette a molti di essere inclusi in attività che assicurano senso e reddito? Se, i contatti telefonici non sono sufficienti (e in molti casi lo sono se continuativi) ma vengono bloccati in quanto, i collegamenti in videochiamata o le applicazioni tipo Skype, Meet, Webex o Zoom, sono considerate “una modalità di prendersi cura” che, in quanto intervento a distanza, “non può essere considerato una prestazione sanitaria di cura” (DSM Napoli, 19/3/2020)? Ancora una volta, e l’emergenza come dicevamo non fa che svelare un re nudo, si rimanda alla volontà, buona o cattiva, degli operatori la qualità e l’efficacia di azioni terapeutiche, cioè in grado di modificare positivamente una condizione di sofferenza. Magari portando i propri computer da casa e utilizzando i propri provider internet non potendo essere utilizzate le reti aziendali. Nei giorni delle mascherine e dei disinfettanti i DSM dovrebbero produrre qualcosa di più che diramare le misure igieniche e preventive disposte dal Ministero della Sanità, dall’ISS, dalle singole Regioni. E’ lecito chiedere che, oltre che provvedere perché gli operatori siano dotti di presìdi di profilassi adeguati, sia salvaguardato il senso stesso di avere costruito una rete di servizi diffusi sui territori per rispondere a quello specifico tipo di sofferenza che è la sofferenza mentale e relazionale dei pazienti e delle loro famiglie. E’ legittimo pretendere che, proprio in un momento come questo, non si ceda all’indifferenza burocratizzata cercando di far rientrare le pratiche emergenziali nella stretta cruna dei criteri di computazione prestazionale aziendale. E’ obbligatorio riflettere sulle pratiche ordinarie per far sì che anche in tempi straordinari vengano salvaguardati i princìpi, la qualità e l’efficacia di pratiche di salute mentale che partono dalla relazione interpersonale e arrivano alla cura. E’ giusto che un patrimonio di esperienze di salute non continui ad essere mortificato come supporto e conforto generico, ma restituito alla dimensione scientifica e culturale da cui proviene e che negli anni ha arricchito e innovato.
Alla legittima domanda “Come si fa?” proviamo a rispondere con alcune semplici proposte derivate da una prima indagine da noi effettuata sulle modalità di funzionamento di alcuni servizi di salute mentale italiani:
a) dare chiare indicazioni ai DSM di attivare i canali di comunicazione digitale utilizzando le proprie reti LAN. (in alcuni casi prevale una attitudine istituzionale al controllo dei comportamenti degli operatori ponendo vincoli all’accesso di internet o di alcune applicazioni);
b) riconoscere i contatti che avvengono per questa via remota come modalità ‘appropriate’ di curare la presa in carico. (non diversamente da quanto avviene tutti i giorni al telefono in tutti i CSM d’Italia in cui gli operatori trascorrono una certa parte del loro tempo al telefono – magari sentendosi dequalificati per la loro professionalità che ritengono menomata. Spesso si tratta di lavoro affidato agli infermieri che si sentono impiegati in attività aspecifiche a tutto vantaggio di quelle specifiche praticate dalle altre professioni e, oltretutto, non valorizzate in termini prestazionali nell’ambito dei flussi operativi);
c) tenere aperti i servizi e i centri diurni (con tutte le misure precauzionali obbligatorie) come luoghi di accoglienza e non solo come erogatori di prestazioni mediche e specialistiche o visite domiciliari. (l’apertura al pubblico, pur regolamentata, ha un valore di disponibilità pratica e simbolica che fornirebbe una rassicurazione all’utenza più esposta);
d) supportare il personale, integrandolo anche in vista del dopo Corona che sarà un problema da gestire non da poco per tutti. Questo comporta anche non rimandare la soluzione del generale problema della carenza di personale. (l’esposizione degli operatori agli stessi timori e pericoli a cui è soggetta tutta la popolazione va considerata una dimensione esperienziale che è indispensabile valorizzare. Operatori rispettati ed ascoltati, non lasciati a se stessi, saranno preziose risorse nel dopo Corona, quando ci troveremo a fronteggiare le conseguenze sui pazienti in carico, su quelli che verranno e sulla popolazione che sconterà gli esiti di quanto sta avvenendo, onorando il principio dell’accesso alle cure di un sistema diffuso di salute mentale sul territorio nazionale);
e) riconoscere pienamente il lavoro delle cooperative integrate, sia di tipo A che B impegnate all’interno dei DSM come parte dei processi di cura che, in fasi come questa, possano proseguire (nel rispetto delle le regole di prevenzione) per la salute dei pazienti. (il lavoro praticato da soci svantaggiati delle cooperative va considerato parte dei processi di recovery e di restituzione alla dimensione sociale e relazionale della loro vita. D’altra parte anche il supporto alla persona effettuato dalle cooperative A è parte di processi trasformativi e non di mera assistenza).
Ora più che mai va valorizzato tutto il lavoro apparentemente informale che sfugge alle linee guida e ai LEA, e che da sempre è ossatura relazionale e nutrimento per i pazienti e i familiari che gravitano intorno a quei servizi che non si limitano a fare ambulatorio (semi) specialistico. Basterebbe trovare una formula per riconoscere questo livello dell’operatività: sarebbe una boccata d’ossigeno per quegli operatori che sono costretti a farlo informalmente, magari vergognandosi, oltre che comportare beneficio per i pazienti e i loro familiari.

Antonello d’Elia e Salvatore Di Fede, Presidente e Segretario di Psichiatria Democratica