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La riapertura delle scuole al tempo del COVID (Enrico Nonnis)

Ad oggi, fine agosto, l’apertura dell’anno scolastico è ancora incerta nei tempi e nei modi. Certo si inizierà il 14 settembre, per poi richiudere in molte Regioni per via delle elezioni; Ma non si sa se per tutti gli alunni oppure solo per alcuni a giorni (o settimane) alterni.
Per i bambini più picccoli non si è deciso niente, i Comuni che gestiscono gli Asili Nido sono stati lasciato da soli, senza alcuna indicazione da parte del governo.
Sicuramente tutto ciò è in linea con il ‘paese del far finta’ che è diventata l’Italia: a parole tutti attenti e pronti a ribadire la necessità e l’importanza della scuola, ma nei fatti nessuno che si chieda come è stato ridotto il nostro sistema educativo.
Tanti segnali diretti ed indiretti ci segnalano come la scuola sia specchio della decadenza del paese.
C’è voluto il Covid per mettercelo davanti agli occhi e non è ancora finita; Infatti la scuola fin’ora è stata chiusa, ma con l’apertura si evidenzieranno tutte le manchevolezze non solo strutturali e logistiche degli edifici scolastici ma soprattutto la mancanza di un progetto educativo moderno, attivo ed adeguato ai tempi.
È come se la scuola vivesse per inerzia senza un disegno autorevole e propositivo; Il sistema educativo mostra solo un aspetto conservatore, vecchio, viene da dire quasi reazionario.
Ovviamente fatte le dovute eccezioni, che nello sfacello generalizzato, esistono e non sono poche e sono eccellenti, ma non bastano, nonostante l’impegno della maggior parte del corpo docente, spesso lasciato solo ad affrontare situazioni complesse senza strumenti adeguati.
Nel ‘paese del far finta’ le eccellenti leggi derivate da un impulso di idee alla fine degli anni ’70 si sono svilite nella loro applicazione ormai esclusivamente formale.
I più fragili fanno da cartina di tornasole all’inadeguatezza del nostro sistema educativo, lo vediamo con l’inclusione dei diasbili nelle scuole di ogni ordine e grado, vero orgoglio nazionale, unici al mondo ad avere normato la materia più di 40 anni fa: la L.517 è del 1977, un anno prima della L.180 che ha sancito la chiusura degli Ospedali Psichiatrici.
Cosa è accaduto in questi anni’? Abbiamo assistito ad una ‘escalation’ di richieste di cerificazioni per avere l’insegnante di sostegno, per avere l’educatore in classe.
In sintesi per poter affrontare reali problematiche di gestione educative che nulla hanno a che fare con il bisogno dell’alunno disabile ed hanno molto a che fare con le difficoltà del sistema scolastico che sembra aver perso la capacità di risolvere e gestire i problemi tramite gli strumenti della pedagogia; Strumenti che dovrebbero essere il pane quotidiano delle attività educative soprattutto nella scuola primaria quando è più arduo il compito della scolarizazione.
Tutto ciò porta ad una deriva, mi scuso per i brutti termini, ‘medicalizzante’ e ‘psicologizzante’, come se medici e psicologi potessero supplire ad una vera e propria abdicazione al ruolo educativo del sistema scolastico.
Come se tutto ciò non bastasse in questi ultimi anni si è aggiunta la questione dei Disturbi Specifici di Apprendimento.
Da quando è stata promulgata nel 2010 la legge n° 170 “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico” che riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia quali disturbi specifici dell’apprendimento, le segnalazioni da parte della scuola e le conseguenti diagnosi sono aumentate in maniera esponenziale; in alcune classi, soprattutto delle secondarie superiori vi sono 6-7 alunni diagnosticati; in pratica il 25 – 30 % della classe presenta il disturbo.
Se è vero che esiste il Disturbo di Apprendimento deve esistere anche il Disturbo di Insegnamento; ma nessuno si prende la briga di fare una diagnosi differenziale.
Insomma, c’è qualcosa che non va se le patologie aumentano in relazione alle leggi.
Il termine disturbo d’apprendimento è un termine ‘ombrello’ che comprende una enorme varietà di situazioni, la maggior parte delle quali dovrebbe essere affrontata con strumenti –pedagogici, educativi e didattici e non certo medici o psicologici, utili senz’altro solo in una minoranza di casi.
La Regione Lazio recentemente, in applicazione di una norma della L 170 del 2010, riconosce le valutazioni effettuate presso centri privati autorizzati quando il servizio pubblico non riesce in tempi utili ad effettuare le valutazioni richieste.
Naturalmente si guarda bene dal rinforzare i servizi, ormai totalmente depauperati di personale e sempre più oberati di richieste tra le più varie (tribunali, scuola, enti locali, ecc.).
Il risultato sarà che i centri privati autorizzati dopo un periodo di valutazioni effettuate a spese delle famiglie chiederanno l’accreditamento alla Regione o saranno le famiglie stesse a rivendicare un rimborso spese, visto che i disturbi d’apprendimento sono inseriti nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
Tutto ciò è indicativo della mancanza di una idea complessiva delle reali esigenze del mondo dell’infanzia e tale stato di povertà culturale e politica rischia di creare il circolo vizioso della deresponsabilizzazione: se c’è un problema è sempre qualcun altro che deve risolverlo e farsene carico.
Se la scuola ha difficoltà nel gestire e scolarizzare gli alunni è bene che se ne occupino i medici; se si individua un problema sociale è la scuola che dovrebbe risolverlo e così via.
I servizi sanitari stessi man mano perdono di vista lo scopo per cui sono stati creati e viene meno quella unità di intenti tra sistemi (Pedagogico, Sociale, Sanitario) che è l’unica maniera per risolvere veramente i problemi e creare i presupposti per una crescita responsabile dei nostri bambini ed adolescenti.

Psichiatria Democratica torna a chiedere la convocazione del Tavolo Tecnico Salute Mentale del Ministero della Salute e critica l’istituzione del numero verde di ascolto per l’emergenza COVID-19

Lettera al Tavolo Tecnico Salute Mentale

Istituzione del numero verde

… un link : la morte degli anziani e la catena delle responsabilità

segnaliamo il link a un articolo presente su un altro blog

La morte degli anziani e la catena delle responsabilità

Uno sguardo al futuro (Antonello D’Elia)

E se ci fossimo tutti sbagliati? E se ad aggredirci non fosse solo un virus ma i numeri? Si i numeri, quelli che contati, sottratti, moltiplicati hanno un potenziale contaminante straordinario, che si potrebbe rivelare tossico, endemico, ancor più che pandemico? Quanti morti abbiamo oggi? E contagiati, e guariti? Saturi di cifre le interroghiamo come gli aruspici facevano con il volo degli uccelli, poi ci rimane solo lo sgomento, la paura, il sospetto: tossine per i nostri pensieri e le nostre vite. E se ci fossimo trovati pronti, senza saperlo, senza volerlo, a uno scompenso collettivo? Indeboliti dallo smarrimento di esistenze fragili spostate al di fuori di se stesse, private di difese mature, ubriache di cose, oggetti, denaro posseduto o vagheggiato, preda di pulsioni irriflesse, attraversate da pensieri altrove e da altri pensati. Se, ignari, fossimo tutti stati dominati da un’anarchia interiore e solitaria di fronte a una complessità sempre più complicata, una globalità impersonale e immateriale insinuatasi dentro ciascuno, annidatasi come un microorganismo latente che aspettava solo le giuste condizioni ambientali per emergere, per scoppiare, esplodere oltre ogni confine? La pelle psichica è delicata, più ancora di quella che ricopre i nostri corpi.

Viene da pensare all’herpes, responsabile di numerose affezioni, una famiglia, che sotto lo stesso nome, accomuna virus che hanno un unico comportamento: le sue manifestazioni si vedono sulla cute mentre lui si annida lungo le terminazioni nervose e si risveglia quando le difese immunitarie si indeboliscono. Potrebbe essere un buon modello per provare a raccontare il livello di intossicazione generale raggiunto dagli umani, da quella parte di umani che vivono nel mondo più ricco, quello che ha portato ad allontanarsi dalle cose, dalle relazioni, ad astrarre, a dematerializzare tutto, sentimenti e denaro inclusi. E ora cosa faremo? Attendiamo tutti qualcosa sapendo che non sarà come prima ma senza sapere come sarà. Il tempo ha rallentato, gli orologi mentono e ogni minuto che segnano è un inganno. Sapremo rimetterli in moto? Sapremo ricordare o dimenticheremo tutto e in fretta? Forse se prima per qualcuno eravamo antichi, aggrappati a vecchi arnesi come l’umanità, l’ascolto rispettoso degli altri, l’accettazione di diversità mai troppo lontane da noi, la fiducia negli umani tutti, quando questo sonnambulismo forzato svanirà a poco a poco, troveremo altri compagni sulla nostra strada, saremo meno soli. Avremo dimostrato che senza cedere si può ancora cambiare. Che il futuro non è già scritto. “Si può fare”: così ci avevano insegnato a pensare, così sapremo mostrare a chi viene dopo.

 

Antonello d’Elia- Roma

Io sto con gli ultimi (Gianfranco Carbone)

Spiacente ma non me la sento di accodarmi al coro dei disperati!

Io sto con gli ultimi, ma la pandemia ha scoperchiato il vaso di pandora.

Perché ha il grande merito di aver smascherato l’ipocrisia di cui ci siamo ammantati pensando che tutto ci era dato, tutto era possibile.

Il Virus ci ha fatto scoprire che le discariche in cui abbandonavamo i nostri cari,  non più produttivi erano lager. Perché strutture in cui sono stipati mille anziani non possono che essere lager.

Il virus ci ha dimostrato che:

– le scelte scellerate che hanno smantellato ogni possibilità di intervento sanitario nel territorio, a partire dalle condotte mediche, hanno avuto conseguenze disastrose sulla nostra salute;

– la logica ospedalocentrica che ha concentrato nei Pronto Soccorso i politraumatizzati, gli infartuati, i dispnoici per polmoniti e i portatori di unghia incarnita, di crisi alcolemica e  qualsiasi altro accidente, ha esposto la collettività ad evenienze non gestibili;

–  lo smantellamento di centinaia di presidi ospedalieri senza compensazioni con servizi sul territorio ha favorito  enormi speculazioni sulla salute,  ancora definita diritto costituzionale;

– la privatizzazione selvaggia di ogni intervento in favore delle fasce deboli della società: anziani, poveri, disabili, ha prodotto enormi investimenti pubblici che hanno arricchito i soliti noti comunque camuffati;

–  una organizzazione sanitaria medicocentrica o clinicocentrica ha mostrato tutta la sua debolezza in ogni settore della salute;

–   il personale non medico nella sanità è insufficiente e malpagato e non gode di alcuna autonomia professionale;

–  gli infermieri, gli oss, gli ausiliari, gli addetti alle pulizie, i tecnici e  chiunque operi nell’intricato mondo della tutela della salute sono infungibili;

– che fino a quando i pazienti non saranno ridiventati persone e non più RETTE, e la salute dei cittadini merce non potremo annoverarci tra i paesi civili;

Ma il Virus ci ha dato altre lezioni, qualcuno ricorderà i discorsi del primo ministro della Gran Bretagna, provate a risentirlo oggi!!!

Ora, mi piacerebbe che succedesse ancora qualcosa, che riflettessimo, che mai più  tollerassimo quanto fatto sulla nostra pelle, sulla pelle dei nostri pazienti, dei nostri  anziani e di noi stessi.

 Non deve essere possibile… MAI PIU’.

                                                                                                  Gianfranco Carbone – Bari

Riflessione da un futuro auspicabile di salute mentale (Tonino Pane)

Agli albori del terzo millennio ci fu l’epoca in cui imperversava il “consenso” in tutte le attività della vita, nella politica, nelle comunità, sia virtuali che reali e in quelle relazionali. Anche le relazioni sanitarie tra medico e paziente non ne furono esenti, se ne producevano infatti diverse fattispecie, tutti definiti informati: consenso alla terapia medica o chirurgica, al ricovero, alla dimissione, al trattamento dei dati, di quelli personali e di quelli sensibili, al loro utilizzo, al loro inserimento nelle piattaforme digitalizzate, alla privacy, e anche la Psichiatria, per non differire come sempre dalle altre discipline mediche, si era adeguata, pur custodendo e a volte difendendo l’unico atto terapeutico che non ne prevedeva la raccolta. Poi ci fu l’avvento del Covid 19, che rese tutti disinformati. La pandemia che ne derivò resettò il protagonismo del “consenso” e restaurò la legge del “contatto” a partire dal suo inverso nel senso fotografico del termine, cioè a partire dal suo negativo, l’assenza di contatto. Quest’ultimo, oggetto anche di specifici DPCM del governo dell’epoca, improvvisamente all’altezza della situazione come tutti gli italiani sono sempre capaci di fare in tempo di emergenza, fu identificato come presupposto di sicurezza interpersonale e poi anche sociale, fu così che la presenza di un desiderio e di un bisogno, quello della sicurezza, fu garantita dalla assenza di un altro desiderio e bisogno, quello del contatto. Nacque il primo comandamento della nuova era, il distanziamento sociale, operato in tutti i luoghi, aperti e chiusi, pubblici e di culto, questo distanziamento sociale insieme al mascheramento individuale di cui se ne produsse un innumerevole ventaglio creativo sia in quantità che in qualità, riuscirono a vicariare una debole sorveglianza epidiemologica. Era iniziata l’era della asepsi perduta. La natura si riappropriò di spazi che le erano stati interdetti. Il tempo sembrò rallentare e le quarantene diventarono interminabili. In questa nuova situazione di psicopatologia di massa, si contrapposero da una parte immagini forti come la solitudine dei numeri primi, la solitudine del Papa in una piazza San Pietro desertificata dalla mancanza del resto, la solitudine del Presidente davanti al Milite Ignoto, nella ricorrenza di una Liberazione chiusa nell’isolamento domiciliare fiduciario, e dall’altra pensieri insopportabili come la solitudine di migliaia di persone care nel momento dello Spavento Supremo. Poi arrivò la fase due, la pandemia rallentava, ma non si potette dire lo stesso dell’infodemia. Alla paura si unì la speranza, alla depressione un germe di euforia, fu così, dallo stato disforico del naufrago in vista dell’approdo, che nelle Relazioni nacque di nuovo la volontà di operare con umanità, con rispetto, con amore, praticamente con “tatto”, liberi dal “consenso”, per dare di nuovo senso questa volta ad una parola pronunciata da labbra mascherate o ad una carezza fatta con mani di lattice.

 

Tonino Pane – Sorrento

Ehi tu CORONA VIRUS COVID 19 stammi bene a sentire (Comunità Aquilona di Solopaca)

Sono nato negli anni sessanta e sono venuto alla luce in una sala parto dove medici e infermieri mangiavano panini al salame e fumavano una sigaretta dopo l’altra nell’ attesa che mia madre mi partorisse, senza mascherine, senza guanti; sono sopravvissuto ai vaccini, al mercurio puro e all’amianto sui tetti e nei tubi degli acquedotti. Mi sono imbattuto in influenze mortali come la spagnola o la filippina e altre peggiori di te, ho schivato la TBC e AIDS pregando o solo spostando la testa di lato. Sono cresciuto in scuole senza estintori, senza protocolli di igiene e sicurezza; ho respirato la diossina di Seveso e sono stato contaminato dalle radiazioni nucleari di Chernobyl.
Mi sono disinfettato le cadute in bicicletta e in moto con l’aceto e ho mangiato cibi che non avevano ancora la scadenza per legge e ho bevuto acqua dal rubinetto senza filtri. Ho guidato senza casco motociclette pericolosissime da 400 Kg con i freni a tamburo e macchine prive di qualsiasi affidabilità: senza cinture e senza airbag e che non aveva nemmeno la spia dell’acqua. Sono stato curato con medicine non testate dall’OMS e sparate nel mio corpo con siringhe di vetro dagli aghi spuntati che si sterilizzavano sul fuoco in un terrificante contenitore di latta che ancora oggi mi fa venire gli incubi.
Non ho mai avuto un sostegno psicologico o scolastico; ai miei tempi non esistevano nemmeno, e le ho prese di santa ragione da tutti: mia madre, da mio fratello maggiore e dai bulli più grandi di me che ho incontrato e ne sono sempre venuto fuori senza traumi.
Ehi tu, Corona virus, Covid 19 cinese, pensi di far paura a chi come me è sopravvissuto a tutto questo?
Sono io che ti avverto: quelli come noi li riconosci subito perché continuano a fare quello che hanno sempre fatto: sopravvivere, quindi non ti fare illusioni sbagliate. Siamo italiani, abbiamo conquistato il mondo, abbiamo scritto la storia dell’arte e abbiamo superato crisi peggiori di te e non ti temiamo, con l’augurio e la speranza che sia tu a schiattare per primo, molto più alla svelta di tutti noi.

dalla Comunità Aquilona di Solopaca: P.L. , G. I. e A. C.

Il compleanno (Alex De Brasi)

Sabato era il compleanno dell’Associazione che gestisce la comunità dove lavoro, 30 anni tondi, un bel traguardo, si sperava di festeggiare in altro modo ma si fa quello che si può con quello che si ha.
Abbiamo fatto una gran tavolata tonda unendo tutti i tavoli e siamo riusciti a tenere un metro di distanza da ogni persona, una gran ciambella con un buco in mezzo, se mai la tavola rotonda di Re Artù è esistita doveva essere per forza così.
Forse i cavalieri litigavano di meno e per cose meno futili, forse non urlavano o non si lamentavano per il pranzo, ma non ne sono sicuro, se a dei cavalieri gli dici che devono stare dentro al castello senza andare a fare atti cavallereschi dopo un po’ non resistono.
Ad ogni modo abbiamo fatto un pranzo come si deve, come del resto tutti i giorni, e alla fine c’era la torta.
Sono stati tutti molto contenti e ad un certo punto guardando quella tavola rotonda, quei cavalieri storti e improbabili dal cavallo immaginario che cercano solo un po’ di anormale normalità quotidiana, mi sono detto che ce la faremo, se ce la fanno loro, ce la faremo tutti.
Non so come e quando ma non vedo l’ora di essere di nuovo in mezzo a dei semplici matti quotidiani.

 

Alex De Brasi – Educatore – Ca’ del vento – Imola

Il silenzio degli innocenti

Nella grande paura e insicurezza diffusa , scatenata dal COVID19 ci sono storie che vanno raccontate, conosciute, ripensate più di altre.
Ogni morte è una tragedia e non si può pensare che ci siano situazioni più importanti di altre a seconda della carta di identità di chi muore .
Anche i numeri giocano un ruolo importante perché c’è una certa assuefazione pericolosa all’informazione anche quando racconta tragedie.
Ma quello che è successo nelle RSA o altre strutture socio sanitarie, sta assumendo dimensioni spaventose.
I contagi sono stati tantissimi, in alcuni reparti il cento per cento , e le percentuali di decessi impressionanti.
Le storie che filtrano raccontano di persone costrette a morire senza nemmeno la vicinanza dei propri cari, disorientate e spaventate in un luogo trasformato in un ambiente ancora più alienante di quello che una struttura normalmente può essere.
Operatori costretti a lavorare, soprattutto nel primo periodo, praticamente a mani nude contro un mostro al tempo invisibile e terribile. Sempre più stanchi e soli….
Le famiglie spesso impossibilitate anche solo ad avere notizie certe, aspettando quello che giorno dopo giorno è diventato un bollettino di guerra, sperando che nell’elenco non ci sia il proprio caro.
Un silenzio assordante, quello di chi non aveva nemmeno voce per chiedere aiuto…..
Ed ora? Iniziata la caccia ai colpevoli e la polemica politica, si proverà dare qualche spiegazione, cercare errori nel sistema, ipotizzare nuove strategie…..
Non basterà!!!!! Occorre riconoscere che abbiamo sbagliato tutti!
Siamo un paese di vecchi che non ha imparato a rispettare i vecchi. Occorre allora assumersi l’impegno di costruire politiche decenti per le persone anziane. Lo dobbiamo fare senza se e senza ma ricordando che la generazione anziana spazzata via in questa tragedia erano coloro che avevano combattuto per la libertà e la democrazia, che hanno costruito lo sviluppo del nostro Paese, che ci hanno cresciuti che hanno fatto sacrifici per il nostro benessere che in tanti hanno vissuto in solitudine gli ultimi anni della loro vita.Ciò vale per il privato, ma anche per il Pubblico.
Errori giganteschi sono stati fatti. Dimenticandosi che occorreva un Welfare di comunità che metta al centro la persona “per dare anni alla vita e vita agli anni” che promuova l’invecchiamento attivo che metta in campo politiche integrate per prevenire, rallentare, prendere in carico la non autosufficienza con risposte di qualità in piccole strutture dal volto umano perché piccolo è bello, cosa è invece stato fatto?
In tutta Italia e anche in Toscana sono proliferati grossi carrozzoni di 200-100-80 posti letto e così via per le persone fragili (pensiamo anche ai disabili stessa sorte) dove mettere persone ormai considerati “marginali”, magari mascherate ipocritamente da “moduli diversi”che sono luoghi emarginanti e segreganti perché non inseriti in un concetto ristretto di comunità.
E necessario quindi ripartire da questa tragedia per aprire tavoli di lavoro, di confronto, di discussione capace di generare politiche in grado di dare risposte serie non alle domande ma ai bisogni delle persone ed in particolar modo di quelle più fragili.
Bisogna ridiscutere di Sanità Pubblica come bene irrinunciabile che non può esser continuamente sottoposto a tagli o alla costruzione di sistemi sempre più complessi e lontani dalle persone e dai territori, meno burocrazia e apparati e più servizi e operatori.
Bisogna capire come mai i luoghi più vulnerabili siano stati lascati per ultimi negli interventi di protezione e prevenzione che a determinato una strage anche tra gli operatori socio-sanitari oltre che tra le persone in carico ai diversi servizi-
Bisogna ridiscutere del ruolo del terzo settore che ha giocato una partita straordinaria ma che spesso viene utilizzato in modo confuso o strumentale in sostituzione di quelle che devono essere risposte garantite dai servizi pubblici.
Bisogna discutere di come certi servizi non possono essere affidati in gestione con la logica del massimo ribasso abbassando la qualità delle prestazioni e obbligando gli operatori a condizioni di lavoro inadeguate e massacranti.
Bisogna riprendere anche nella nostra Regione dove cose positive si sono certamente fatte una riflessione seria e costruttiva a partire dalla Regione medesima, che coinvolga la rete provinciale dei propri Comuni che devono tornare a pensare a piccole strutture per la non autosufficienza e farsene carico, non dimenticando mai che sradicare un anziano dal proprio territorio significa espropriarlo delle sue radici, della sua storia.
A tal proposito una vecchia battaglia del Centro Basaglia fu quella di raccogliere più di 5000 firme a sostegno di una proposta di Legge di iniziativa popolare “Residenzialità sociale senza emarginazione” presentata al C .Regionale nel settembre 2011 e bocciata dalla Giunta Regionale nel 2012 dove si sosteneva che la risposta ai crescenti bisogni della popolazione anziana non era certo costruire grandi strutture, ma anzi piccoli moduli dove più alta fosse la qualità delle relazioni di cura, dove le persone rimanessero nei propri territori di appartenenza, senza produrre processi istituzionalizzanti e di alienazione.
Fu fatto allora a nostro giudizio un errore imperdonabile accreditando nel tempo anche nella nostra realtà strutture per anziani e disabili con 100 posti e più posti letto.
Fra l’altro un attento studio presentato al convegno realizzato sempre dal Centro Franco Basaglia e sostenuto con grande passione e capacità intellettive e tecniche da Bruno Benigni dal titolo ”Residenzialità sociale senza emarginazione” tenutasi ad Arezzo in data 26 Giugno 2009, smontando la logica comune che le strutture piccole costano troppo ha dimostrato che integrare le piccole strutture ad interventi territoriali e forme di co-housing, rende il tutto assolutamente sostenibile economicamente.
Tornerà l’oblio, il silenzio, il disinteresse verso questa generazione silenziosa, verso una disabilità che stentiamo a ritenere una ricchezza per una comunità che deve con grande rispetto salvaguardarla?
E’ possibile che ciò accada ma dobbiamo impedirlo. Come Centro Basaglia continueremo a combattere insieme alle molte energie intellettuali, morali, sociali, pubbliche e private che esistono, per contribuire a cancellare l’emarginazione, le iniquità che sussistono verso le persone fragili che non trovano priorità e troppo spesso sono fuori dall’orizzonte culturale, progettuale delle politiche di Welfare.
Quello che dobbiamo fare è dare voce a quel silenzio angosciante e ricominciare a fare politica di comunità, tracciare le linee guida su cui vogliamo ricostruire un modello di benessere diffuso che il COVID -19 ha messo a dura prova ma che comunque ha resistito e noi abbiamo il dovere di partire dagli errori fatti per costruirne insieme , tutte le componenti sociali, uno ancora più forte e giusto.
Per l’oggi, in attesa di un domani migliore per tutti, in questa tragedia degli innocenti che il Coronavirus ha così brutalmente fatto emergere, credo che dobbiamo a loro solo chiedere scusa, anzi provare indignazione e vergogna!

Associazione Centro Franco Basaglia Arezzo

Il paradigma dell’ultimo (Giuseppe Ortano)

Il Paradigma dell’ultimo

“…Sul piano relazionale corrisponde alla identificazione con gli oppressi, ci ha permesso di partire dal paziente più grave, dal più regredito, da quello ritenuto più incomprensibile, pericoloso, per dimostrare che era possibile cambiare la situazione…”

A quasi trent’anni di distanza torna alla ribalta il Pio Albergo Trivulzio, la “Baggina”, dalle cui vicende nel 1992 partì l’inchiesta di “ Mani pulite” che sfocerà poi in Tangentopoli.
Certamente non è mia intenzione adombrare paragoni con quanto è avvenuto in questi giorni di emergenza COVID-19 con la morte di tante, troppe, persone anziane lì ospitate o in altre RSA e non solo in Lombardia. Sarà compito della Magistratura individuare eventuali profili di responsabilità.
Ma di certo speravo che mai più si dovesse parlare di questo grande gerontocomio, di questa istituzione (totale) che accoglie un migliaio di persone anziane bisognose di assistenza, parcheggiate in attesa della morte.
Lo stesso discorso ovviamente vale anche per le residenze psichiatriche. E’ di queste ore infatti la notizia di 3 morti, 38 positivi su 40 ospiti di una struttura della Liguria. E la soluzione pensata per arginare il contagio ci lascia ancor più perplessi. A breve infatti sarà attivata una struttura dedicata solo a pazienti psichiatrici COVID. Del resto già in manicomio esistevano i reparti TBC e di isolamento per malattie infettive!
Certamente è solo la punta dell’iceberg.
Psichiatria Democratica aveva da tempo denunciato il rischio di una nuova istituzionalizzazione. Nel mese di dicembre 2018 tenemmo a Roma il corso di formazione “Il cronicario della porta accanto”, che alludeva al costituirsi di “… un nuovo grande internamento diffuso in tante piccole strutture, magari isolate, sicuramente avulse da ogni benché minima ipotesi di presa in carico dei servizi di salute mentale”.
Rischio che già paventavamo nel chiudere gli OP, cioè che il tutto si potesse risolvere in un processo di de-ospedalizzazione o peggio ancora di trans-istituzionalizzazione: dal manicomio a nuove istituzioni con dimensioni forse più familiari, ma con analoga funzione custodialistica. Insomma che si andasse a costituire, una nuova “istituzione diffusa”.
Una nuova istituzionalizzazione che ha visto coinvolti a vario titolo ampi settori del privato, anche sociale, e delle realtà religiose.
L’emergenza COVID ha scoperchiato il vaso di pandora. Falsa infatti si è rivelata la convinzione che per la Sanità, per i servizi sociosanitari in particolare, il ricorso al privato sarebbe stata l’unica soluzione possibile per mettere fine agli sprechi e razionalizzare la risposta ai bisogni degli utenti Il risultato è stato che, in alcune realtà geografiche più di altre, si è generato il progressivo depauperamento dei servizi territoriali in favore di un grosso apporto alla ospedalizzazione privata, magari solo per alcuni settori remunerativi, come ben ha dimostrato la insufficienza di posti di rianimazione.
Ma tornando allo specifico delle RSA, la cosa più assurda che ci è toccato sentire sin dagli inizi dell’emergenza è che la pandemia stesse decimando la popolazione anziana e con essa si sarebbe persa la memoria di cui i vecchi sono portatori.
Ma quale memoria, quella degli anziani reclusi in RSA e magari sottoposti a contenzione meccanica?
E soprattutto, chi dovrebbe raccoglierne la memoria ?
Ma c’è anche un sistema virtuoso, quello dei Budget di Salute di cui abbiamo una discreta esperienza in Campania, segnatamente nel Casertano, anche con il riutilizzo di beni sequestrati alla malavita organizzata.
Un sistema che concretamente può aiutare le famiglie per evitare che anziani e disabili diventino un peso o, peggio, uno scarto, attraverso la presa in carico personalizzata che rispetta la storia delle persone e preserva le sue relazioni e tende a migliorare la qualità di vita, compatibilmente con le limitazioni conseguenti all’età o alle disabilità, tra l’altro con costi più bassi delle rette giornaliere delle RSA o delle varie strutture residenziali.
Nei giorni scorsi il viceministro alla Salute su questo tema ha affermato: “…il sistema del “Budget di salute”, è un modello innovativo che non solo risparmia ma spende bene il denaro pubblico, valorizzando la dignità delle persone…… Le RSA possono apprendere la bontà di strutture più piccole e le cooperative del “Budget di Salute” possono a loro volta acquisire la grande professionalità delle residenze assistenziali. I cammini virtuosi sono quelli in cui si fa strada insieme, raccogliendo gli aspetti migliori e più innovativi. Il “Budget di Salute” è una realtà che può e deve avere respiro nazionale…”.
Ecco, credo che su questi temi Psichiatria Democratica nei prossimi mesi debba farsi promotrice ancora una volta di un dibattito di respiro nazionale, di iniziative che coinvolgano un fronte ampio affinché una volta superato il lockdown non si ricada negli stessi errori.

Giuseppe Ortano