In questa sezione ospitiamo storie e riflessioni sulla Salute Mentale, in questo tempo di distanziamento sociale per la pandemia. Vi invitiamo ad inviarci storie e riflessioni brevi, se possibile, così da favorire la lettura. Grazie a tutti.

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Il compleanno (Alex De Brasi)

Sabato era il compleanno dell’Associazione che gestisce la comunità dove lavoro, 30 anni tondi, un bel traguardo, si sperava di festeggiare in altro modo ma si fa quello che si può con quello che si ha.
Abbiamo fatto una gran tavolata tonda unendo tutti i tavoli e siamo riusciti a tenere un metro di distanza da ogni persona, una gran ciambella con un buco in mezzo, se mai la tavola rotonda di Re Artù è esistita doveva essere per forza così.
Forse i cavalieri litigavano di meno e per cose meno futili, forse non urlavano o non si lamentavano per il pranzo, ma non ne sono sicuro, se a dei cavalieri gli dici che devono stare dentro al castello senza andare a fare atti cavallereschi dopo un po’ non resistono.
Ad ogni modo abbiamo fatto un pranzo come si deve, come del resto tutti i giorni, e alla fine c’era la torta.
Sono stati tutti molto contenti e ad un certo punto guardando quella tavola rotonda, quei cavalieri storti e improbabili dal cavallo immaginario che cercano solo un po’ di anormale normalità quotidiana, mi sono detto che ce la faremo, se ce la fanno loro, ce la faremo tutti.
Non so come e quando ma non vedo l’ora di essere di nuovo in mezzo a dei semplici matti quotidiani.

 

Alex De Brasi – Educatore – Ca’ del vento – Imola

Il silenzio degli innocenti

Nella grande paura e insicurezza diffusa , scatenata dal COVID19 ci sono storie che vanno raccontate, conosciute, ripensate più di altre.
Ogni morte è una tragedia e non si può pensare che ci siano situazioni più importanti di altre a seconda della carta di identità di chi muore .
Anche i numeri giocano un ruolo importante perché c’è una certa assuefazione pericolosa all’informazione anche quando racconta tragedie.
Ma quello che è successo nelle RSA o altre strutture socio sanitarie, sta assumendo dimensioni spaventose.
I contagi sono stati tantissimi, in alcuni reparti il cento per cento , e le percentuali di decessi impressionanti.
Le storie che filtrano raccontano di persone costrette a morire senza nemmeno la vicinanza dei propri cari, disorientate e spaventate in un luogo trasformato in un ambiente ancora più alienante di quello che una struttura normalmente può essere.
Operatori costretti a lavorare, soprattutto nel primo periodo, praticamente a mani nude contro un mostro al tempo invisibile e terribile. Sempre più stanchi e soli….
Le famiglie spesso impossibilitate anche solo ad avere notizie certe, aspettando quello che giorno dopo giorno è diventato un bollettino di guerra, sperando che nell’elenco non ci sia il proprio caro.
Un silenzio assordante, quello di chi non aveva nemmeno voce per chiedere aiuto…..
Ed ora? Iniziata la caccia ai colpevoli e la polemica politica, si proverà dare qualche spiegazione, cercare errori nel sistema, ipotizzare nuove strategie…..
Non basterà!!!!! Occorre riconoscere che abbiamo sbagliato tutti!
Siamo un paese di vecchi che non ha imparato a rispettare i vecchi. Occorre allora assumersi l’impegno di costruire politiche decenti per le persone anziane. Lo dobbiamo fare senza se e senza ma ricordando che la generazione anziana spazzata via in questa tragedia erano coloro che avevano combattuto per la libertà e la democrazia, che hanno costruito lo sviluppo del nostro Paese, che ci hanno cresciuti che hanno fatto sacrifici per il nostro benessere che in tanti hanno vissuto in solitudine gli ultimi anni della loro vita.Ciò vale per il privato, ma anche per il Pubblico.
Errori giganteschi sono stati fatti. Dimenticandosi che occorreva un Welfare di comunità che metta al centro la persona “per dare anni alla vita e vita agli anni” che promuova l’invecchiamento attivo che metta in campo politiche integrate per prevenire, rallentare, prendere in carico la non autosufficienza con risposte di qualità in piccole strutture dal volto umano perché piccolo è bello, cosa è invece stato fatto?
In tutta Italia e anche in Toscana sono proliferati grossi carrozzoni di 200-100-80 posti letto e così via per le persone fragili (pensiamo anche ai disabili stessa sorte) dove mettere persone ormai considerati “marginali”, magari mascherate ipocritamente da “moduli diversi”che sono luoghi emarginanti e segreganti perché non inseriti in un concetto ristretto di comunità.
E necessario quindi ripartire da questa tragedia per aprire tavoli di lavoro, di confronto, di discussione capace di generare politiche in grado di dare risposte serie non alle domande ma ai bisogni delle persone ed in particolar modo di quelle più fragili.
Bisogna ridiscutere di Sanità Pubblica come bene irrinunciabile che non può esser continuamente sottoposto a tagli o alla costruzione di sistemi sempre più complessi e lontani dalle persone e dai territori, meno burocrazia e apparati e più servizi e operatori.
Bisogna capire come mai i luoghi più vulnerabili siano stati lascati per ultimi negli interventi di protezione e prevenzione che a determinato una strage anche tra gli operatori socio-sanitari oltre che tra le persone in carico ai diversi servizi-
Bisogna ridiscutere del ruolo del terzo settore che ha giocato una partita straordinaria ma che spesso viene utilizzato in modo confuso o strumentale in sostituzione di quelle che devono essere risposte garantite dai servizi pubblici.
Bisogna discutere di come certi servizi non possono essere affidati in gestione con la logica del massimo ribasso abbassando la qualità delle prestazioni e obbligando gli operatori a condizioni di lavoro inadeguate e massacranti.
Bisogna riprendere anche nella nostra Regione dove cose positive si sono certamente fatte una riflessione seria e costruttiva a partire dalla Regione medesima, che coinvolga la rete provinciale dei propri Comuni che devono tornare a pensare a piccole strutture per la non autosufficienza e farsene carico, non dimenticando mai che sradicare un anziano dal proprio territorio significa espropriarlo delle sue radici, della sua storia.
A tal proposito una vecchia battaglia del Centro Basaglia fu quella di raccogliere più di 5000 firme a sostegno di una proposta di Legge di iniziativa popolare “Residenzialità sociale senza emarginazione” presentata al C .Regionale nel settembre 2011 e bocciata dalla Giunta Regionale nel 2012 dove si sosteneva che la risposta ai crescenti bisogni della popolazione anziana non era certo costruire grandi strutture, ma anzi piccoli moduli dove più alta fosse la qualità delle relazioni di cura, dove le persone rimanessero nei propri territori di appartenenza, senza produrre processi istituzionalizzanti e di alienazione.
Fu fatto allora a nostro giudizio un errore imperdonabile accreditando nel tempo anche nella nostra realtà strutture per anziani e disabili con 100 posti e più posti letto.
Fra l’altro un attento studio presentato al convegno realizzato sempre dal Centro Franco Basaglia e sostenuto con grande passione e capacità intellettive e tecniche da Bruno Benigni dal titolo ”Residenzialità sociale senza emarginazione” tenutasi ad Arezzo in data 26 Giugno 2009, smontando la logica comune che le strutture piccole costano troppo ha dimostrato che integrare le piccole strutture ad interventi territoriali e forme di co-housing, rende il tutto assolutamente sostenibile economicamente.
Tornerà l’oblio, il silenzio, il disinteresse verso questa generazione silenziosa, verso una disabilità che stentiamo a ritenere una ricchezza per una comunità che deve con grande rispetto salvaguardarla?
E’ possibile che ciò accada ma dobbiamo impedirlo. Come Centro Basaglia continueremo a combattere insieme alle molte energie intellettuali, morali, sociali, pubbliche e private che esistono, per contribuire a cancellare l’emarginazione, le iniquità che sussistono verso le persone fragili che non trovano priorità e troppo spesso sono fuori dall’orizzonte culturale, progettuale delle politiche di Welfare.
Quello che dobbiamo fare è dare voce a quel silenzio angosciante e ricominciare a fare politica di comunità, tracciare le linee guida su cui vogliamo ricostruire un modello di benessere diffuso che il COVID -19 ha messo a dura prova ma che comunque ha resistito e noi abbiamo il dovere di partire dagli errori fatti per costruirne insieme , tutte le componenti sociali, uno ancora più forte e giusto.
Per l’oggi, in attesa di un domani migliore per tutti, in questa tragedia degli innocenti che il Coronavirus ha così brutalmente fatto emergere, credo che dobbiamo a loro solo chiedere scusa, anzi provare indignazione e vergogna!

Associazione Centro Franco Basaglia Arezzo

Il paradigma dell’ultimo (Giuseppe Ortano)

Il Paradigma dell’ultimo

“…Sul piano relazionale corrisponde alla identificazione con gli oppressi, ci ha permesso di partire dal paziente più grave, dal più regredito, da quello ritenuto più incomprensibile, pericoloso, per dimostrare che era possibile cambiare la situazione…”

A quasi trent’anni di distanza torna alla ribalta il Pio Albergo Trivulzio, la “Baggina”, dalle cui vicende nel 1992 partì l’inchiesta di “ Mani pulite” che sfocerà poi in Tangentopoli.
Certamente non è mia intenzione adombrare paragoni con quanto è avvenuto in questi giorni di emergenza COVID-19 con la morte di tante, troppe, persone anziane lì ospitate o in altre RSA e non solo in Lombardia. Sarà compito della Magistratura individuare eventuali profili di responsabilità.
Ma di certo speravo che mai più si dovesse parlare di questo grande gerontocomio, di questa istituzione (totale) che accoglie un migliaio di persone anziane bisognose di assistenza, parcheggiate in attesa della morte.
Lo stesso discorso ovviamente vale anche per le residenze psichiatriche. E’ di queste ore infatti la notizia di 3 morti, 38 positivi su 40 ospiti di una struttura della Liguria. E la soluzione pensata per arginare il contagio ci lascia ancor più perplessi. A breve infatti sarà attivata una struttura dedicata solo a pazienti psichiatrici COVID. Del resto già in manicomio esistevano i reparti TBC e di isolamento per malattie infettive!
Certamente è solo la punta dell’iceberg.
Psichiatria Democratica aveva da tempo denunciato il rischio di una nuova istituzionalizzazione. Nel mese di dicembre 2018 tenemmo a Roma il corso di formazione “Il cronicario della porta accanto”, che alludeva al costituirsi di “… un nuovo grande internamento diffuso in tante piccole strutture, magari isolate, sicuramente avulse da ogni benché minima ipotesi di presa in carico dei servizi di salute mentale”.
Rischio che già paventavamo nel chiudere gli OP, cioè che il tutto si potesse risolvere in un processo di de-ospedalizzazione o peggio ancora di trans-istituzionalizzazione: dal manicomio a nuove istituzioni con dimensioni forse più familiari, ma con analoga funzione custodialistica. Insomma che si andasse a costituire, una nuova “istituzione diffusa”.
Una nuova istituzionalizzazione che ha visto coinvolti a vario titolo ampi settori del privato, anche sociale, e delle realtà religiose.
L’emergenza COVID ha scoperchiato il vaso di pandora. Falsa infatti si è rivelata la convinzione che per la Sanità, per i servizi sociosanitari in particolare, il ricorso al privato sarebbe stata l’unica soluzione possibile per mettere fine agli sprechi e razionalizzare la risposta ai bisogni degli utenti Il risultato è stato che, in alcune realtà geografiche più di altre, si è generato il progressivo depauperamento dei servizi territoriali in favore di un grosso apporto alla ospedalizzazione privata, magari solo per alcuni settori remunerativi, come ben ha dimostrato la insufficienza di posti di rianimazione.
Ma tornando allo specifico delle RSA, la cosa più assurda che ci è toccato sentire sin dagli inizi dell’emergenza è che la pandemia stesse decimando la popolazione anziana e con essa si sarebbe persa la memoria di cui i vecchi sono portatori.
Ma quale memoria, quella degli anziani reclusi in RSA e magari sottoposti a contenzione meccanica?
E soprattutto, chi dovrebbe raccoglierne la memoria ?
Ma c’è anche un sistema virtuoso, quello dei Budget di Salute di cui abbiamo una discreta esperienza in Campania, segnatamente nel Casertano, anche con il riutilizzo di beni sequestrati alla malavita organizzata.
Un sistema che concretamente può aiutare le famiglie per evitare che anziani e disabili diventino un peso o, peggio, uno scarto, attraverso la presa in carico personalizzata che rispetta la storia delle persone e preserva le sue relazioni e tende a migliorare la qualità di vita, compatibilmente con le limitazioni conseguenti all’età o alle disabilità, tra l’altro con costi più bassi delle rette giornaliere delle RSA o delle varie strutture residenziali.
Nei giorni scorsi il viceministro alla Salute su questo tema ha affermato: “…il sistema del “Budget di salute”, è un modello innovativo che non solo risparmia ma spende bene il denaro pubblico, valorizzando la dignità delle persone…… Le RSA possono apprendere la bontà di strutture più piccole e le cooperative del “Budget di Salute” possono a loro volta acquisire la grande professionalità delle residenze assistenziali. I cammini virtuosi sono quelli in cui si fa strada insieme, raccogliendo gli aspetti migliori e più innovativi. Il “Budget di Salute” è una realtà che può e deve avere respiro nazionale…”.
Ecco, credo che su questi temi Psichiatria Democratica nei prossimi mesi debba farsi promotrice ancora una volta di un dibattito di respiro nazionale, di iniziative che coinvolgano un fronte ampio affinché una volta superato il lockdown non si ricada negli stessi errori.

Giuseppe Ortano