La coprogettazione: salute mentale ed integrazione sociosanitaria

Un cantiere per un tavolo di coprogettazione aziendale.

Allegato:

Brochure Corso

Franco Basaglia a 40 anni dalla scomparsa

Franco Basaglia, il movimento,la deistituzionalizzazione permanente a 40 anni dalla sua scomparsa

A quarant’anni dalla prematura scomparsa di Franco Basaglia, abbiamo chiesto, come Psichiatria Democratica – l’Associazione che egli con altri fondò, nel lontano 1973 a Bologna – un contributo a quanti avevano lavorato con lui od incontrato, incrociato, seguito o soltanto condiviso le sue idee e le sue lotte nel corso degli ultimi decenni. Un contributo sul percorso e non una commemorazione, per continuare ad approfondire e fare conoscere, soprattutto alle giovani generazioni, lo straordinario percorso che partito da Gorizia e dalla grande lotta per il superamento de l’istituzione manicomiale nel nostro Paese e nel mondo, ha progressivamente raggiunto altre mete: la creazione dei Servizi territoriali diffusi, il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e tanto altro. Ma soprattutto ha indicato la strada maestra per il perseguimento dei diritti per tutte le persone, a partire da quelle in difficoltà di vivere, andando ben oltre lo specifico psichiatrico. Aprendo frontiere, nuove e inimmaginabili, prima di allora.

Basaglia e con lui tutto il movimento, lo abbiamo ricordato più volte, non hanno solo contribuito concretamente a scrivere una bellissima pagina della storia contemporanea, liberando decine di migliaia di donne e uomini dai lager manicomiali, ma hanno altresì tracciato un nuovo percorso, negli anni di duro impegno e di contrasto forte e senza risparmio nei confronti di una psichiatria asilare e degli interessi che intorno ad essa ruotavano. Un percorso tutto teso al riscatto e ad un diverso protagonismo di utenti e familiari, che giungesse a con-vincere la gente comune, i giovani, le donne, il mondo della cultura (tra tutti ricordo Sergio Zavoli ), del lavoro, dello sport e dei media (fondamentale da questo punto di vista il lavoro di tanti giornalisti), che l’unica strada da imboccare era quella del territorio con le sue inesauribili risorse.

Per il successo di questa iniziativa cui avete, con passione, risposto in tanti, voglio, a nome di tutta Psichiatria Democratica, ringraziarvi per il contributo, espresso nelle diverse forme, che testimonia il costante impegno per la de- istituzionalizzazione permanente e per riaffermare che la liberta è sempre terapeutica.

Emilio Lupo, psichiatra, Napoli

 

 

29 agosto 1980, 29 agosto 2020

Chi li vorrebbe respinti, confinati, alla deriva, come rifiuti umani. Che se ne occupi qualcun altro, non è un problema nostro.

Devono stare rinchiusi, sono pericolosi e brutti da vedere. Deturpano l’immagine linda che ci siamo dati, fanno paura.

Non potranno mai imparare a vivere in mezzo a noi, né noi lo permetteremmo.

Affondino pure.

Il loro posto è là, dove non possiamo vederli, né sentire le loro urla. Urlino pure, fino a crepare, noi ci tappiamo le orecchie e urliamo più forte.

Ci vorrebbe per tutti un Basaglia.

Guido Silvestri – Silver, Milano

 

 

Quarant’anni senza di lui.

Ne avrebbe 96, età considerevole ma non impossibile, se non fosse stato per quel tumore cerebrale che se lo portò via. Franco Basaglia ha lasciato una cospicua eredità, forse pochi veri eredi verrebbe da dire, a parte i suoi familiari, ma questo non dipese certo da lui. E il suo lascito più prezioso e forse meno apprezato è l’equilibrio, sempre produttivo, tra certezza e dubbio. Tra le certezze, quella che il pensare non può separarsi dal fare, che la miseria delle vite dei pazienti è specchio di una psichiatria presuntuosa e violenta, che il manicomio non solo non cura ma deforma persino le modalità con cui gli umani soffrono, che l’ambiente che ci circonda può farci ammalare ma, se nutrito di relazioni e di rispetto per le persone, anche guarire. I dubbi sono quelli che lo fanno interrogare, anche all’indomani dell’approvazione della legge 180, su come sarà il futuro, sul rischio di irrigidire in istituzione di controllo anche il più energico spirito riformatore, sul pericolo sempre incombente del ritorno al passato, su quale salute mentale produrrà una società senza manicomi, su cosa potranno contare gli operatori del territorio per continuare a distruggere non solo le mura del manicomio ma anche i suoi spettri, che continuano a vivere nella testa di tanti. Molto si è fatto in questi quattro decenni, ma che rimpianto al pensiero che anche altri dubbi avrebbero potuto continuare a lavorare per costruire il nuovo, per adeguarci alla realtà che muta, per far continuare a vivere il cambiamento! Se politici, amministratori e operatori di oggi, saturi di certezze aziendaliste e pseudoscientifiche, fossero visitati da quei dubbi, veri lampi di intelligenza, non rischieremmo di smantellare giorno per giorno la più equa, avanzata e umana delle riforme che il nostro paese abbia mai introdotto e attuato. A noi il compito di ricordarglielo senza sosta.

Antonello D’Elia, psichiatra, Roma

 

 

Primo settembre 1980.

Fallecio Basaglia , sus ideas viven por un proletario , el paciente’ .Come una pugnalata il titolo del giornale comunista messicano. E adesso? Cosa sarà della legge 180? riusciremo a chiudere gli ospedali psichiatrici e lavorare sul territorio o ci rispediranno tutti medici infermieri pazienti in qualche manicomio fuori porta? Ma Franco ci lasciava il suo pensiero e il movimento , quella che per tanti compagni era una scelta di vita ancor prima di essere scelta professionale: tutti gli operatori in Italia impegnati nel superamento degli ospedali psichiatrici e nell’apertura di servizi territoriali ,a lavorare in un contesto in cui lavoro vita relazioni sentimentali si intrecciavano con la stessa passione ,in cui la consapevolezza di fare qualcosa di importante e nuovo dal punto di vista scientifico e politico dava la carica per sostenere ritmi totalizzanti , per dimostrare ‘che l’impossibile diventa possibile’ e che la libertà è terapeutica. Parole d’ordine erano il pensiero e gli insegnamenti di Franco: la lotta contro i manicomi e ogni forma di istituzionalizzazione, la critica alla psichiatria e alla presunta neutralità della scienza ,l’ottimismo della pratica ,lo stare nella contraddizione , il paradigma dell’ultimo ,il mettere in discussione il proprio ruolo di intellettuali e di tecnici , il valore dell’affettività .

Bernardino Scotta, psichiatra, Torino

 

 

Garantire la diversità

Basaglia ha avuto, tra i molti, anche il merito di fondare, con altri, Psichiatria Democratica come spazio dialettico e di prassi politica per l’affrontamento delle contraddizioni che il processo di deistituzionalizzazione di volta in volta apriva e continua tuttora ad aprire nella strenua lotta per affermare il diritto alla vita umana non solo dei matti,  alle libertà personali di ognuno e per garantire la diversità di tutti noi…

Salvatore Di Fede, Medico psicoterapeuta, Solopaca(Bn)

 

 

Una serata speciale degli agitati ma fecondi anni settanta

Venezia 28 agosto 1975 Campo Santa Margherita nel sestiere di Dorsoduro. Alle 18, nonostante il caldo umido delle estati lagunari, il cinema Moderno è già pieno. La sezione “cinema” della Biennale proietta il film “Fortezze vuote.” di Gianni Serra prodotto dalla Unitelefilm, del Pci e finanziata da Provincia di Perugia e Regione Umbria. Dopo la proiezione una pausa e alle 21 in punto si riprende per il dibattito. Saluti di rito e inizia il dibattito tra Franco Basaglia, ormai figura mitica del movimento e Carlo Manuali teorico e capofila della riforma psichiatrica umbra alla presenza di circa 400 persone. Il dibattito si accende grazie alla passione dei due che dopo circa quattro ore di discussione si abbracciano tra gli applausi del pubblico. Le cronache sottolineano come dopo la serata il movimento antimanicomiale era entrato in uno dei salotti buoni della cultura italiana e alcuni si interrogano sui motivi di tanta partecipazione. La vittoria era ormai vicina e la Biennale ha rappresentato una tappa del lungo cammino che il 13 maggio 1978 portò alla legge 180.

Paolo Luppatelli, giornalista, Perugia

Da Sergio Staino

 

 

 

Da l’Humanité del settembre del 1978

Ci tenevo a non lasciar cadere il tuo invito. Ma per evitare di cadere in pensieri retorici e d’occasione, mi sono permessa di scartabellare tra le carte di studio e di archivio.

Tempo fa ho trovato un’intervista uscita in francese per l’Humanité nel settembre del 1978. Si tratta dello psichiatra e amico Tony Lainé che intervista Franco Basaglia. Il titolo dell’intervista era “Fous à délier”, il titolo in francese del film di Bellocchio.

 Ti regalo però una battuta dell’intervista, molto significativa.

Tony Lainé: Cosa pensi dei possibili cambiamenti della cultura, della mentalità, delle opinioni che la gente nutre sugli esclusi?

Franco Basaglia: È una domanda difficile a cui rispondere. Per la gente, il pazzo è pazzo e basta. Quando si propone l’idea che il pazzo è forse qualcos’altro, allora inizia un momento simile a un incubo, come se fosse difficile abbandonare l’idea che il pazzo è pericoloso e cattivo. Ora, quando un internato esce dall’ospedale, ha gli stessi problemi di un disoccupato. Non ha un alloggio, non ha soldi, non ha amore. Non ha niente.

Un abbraccio

Marica Setaro, PhD in Filosofia, Pisa

 

 

 

Non l’ho mai incontrato

Non lo hanno mai incontrato Anna, Maddalena, Franco, Peppe, Enzo, Raffaele, Giuseppina, Erminio, Ida, Rosa … né Emma, Giovanni, Alfredo, Carmela, Gaetano, Giuseppe, Geremia, Bruno, Carla … , né l’ho mai incontrato io, ma se nella Casa Protetta e nella Casa Famiglia in cui ho prestato servizio ho potuto vivere un’esperienza dignitosa ed a tratti esaltante di vita e di lavoro, così come altre persone nelle tante strutture intermedie residenziali che a partire dagli anni Novanta sono state aperte, lo devo senz’altro a lui, Franco Basaglia, che ha avuto l’intelligenza, la cultura ed il cuore di svelare l’infame ruolo che per secoli ha assunto la psichiatria e di restituirla al servizio delle persone e delle comunità, riportandone responsabilità e titolarità degli interventi ai Servizi Pubblici ed alle Istituzioni Democratiche di cui dovrebbero essere sempre espressione.

Oggi, che come mai prima vengono messe in discussione le grandi conquiste economiche e sociali prodotte dalle istanze di liberazione e di costruzione di una società più giusta che hanno animato l’ultimo quarto del secolo scorso, di cui Franco Basaglia ed i suoi collaboratori è stato un prezioso interprete con Psichiatria Democratica, è più che mai necessario riproporre la sua attualissima analisi teorica e diffondere le prassi che insieme a tanti compagni di ieri e di oggi sono state sviluppate nei Servizi.

Maurizio Caiazzo, sociologo, Napoli

 

 

 

Basaglia

Franco era morto da poche settimane e ci fu a Torino, nel salone della Provincia, un suo ricordo. In realtà era un’iniziativa già programmata su un qualche aspetto della psichiatria. Ma si finì, inevitabilmente, col parlare soprattutto di lui.

Ho davanti a me, nitido e incancellabile, il racconto di un suo collega e amico (di cui, come spesso accade nella memoria, mi sfugge oggi il nome). All’indomani della riforma che porta il suo nome o nel corso della sua approvazione questo il racconto Franco era assediato dai giornalisti che gli chiedevano perché «non legava i matti». Lui inizialmente rispose spiegandone, con pazienza, i motivi. Poi, all’ennesima ripetizione della domanda, esplose: «Non li lego per la stessa ragione per cui non lego mia moglie e i miei figli. Non li lego e basta!».

Quell’affermazione è stata per me, da allora, una stella polare, soprattutto nei momenti difficili: la dignità delle persone è una cosa su cui non si può transigere. Mai, e senza bisogno di spiegazioni.

Livio Pepino, magistrato, Torino

 

 

 

Un evento storico

Certamente Franco Basaglia ci ha lasciato in eredità un evento storico non solo per la psichiatria ma per tutta la società: la chiusura dei manicomi, con una nuova visione della malattia mentale centrata sulla persona, sulla sua storia. Dopo 40 anni, rimane ancora un punto fermo, e nessuno, almeno in modo esplicito, chiede più di tornare indietro. Dobbiamo però registrare un pensiero di salute mentale comunitaria sempre più labile nei giovani operatori. Così come nella società i temi ed i pregiudizi sulla pericolosità e sulla inguaribilità rappresentano fattori sempre più presenti, insieme alla richiesta di controllo sociale, favoriti dall’impoverimenti progressivo delle risorse per la salute mentale. C’è bisogno, pertanto, di un rinnovato impegno nella formazione universitaria e nell’aggiornamento, e nella cultura più in generale, e di un potenziamento dei dipartimenti, a partire dal personale sempre più carente, utilizzando i nuovi finanziamenti messi in campo dall’Europa.

Massimo Cozza, Psichiatra, Roma

 

 

 

Proseguiamo

Cosa dire di Franco Basaglia che non suoni rituale o inautentico e celebrativo?

Senza di lui uno dei processi di cura più imprtanti del 900 non sarebbe stato possibile. Un atto di cura che ha curato sia i matti, sia gli operatori della salute, sia la società; un processo di cura che ha comportato una lotta di liberazione e un rivolgimento teorico, culturale, politico e istituzionale di enorme portata. Un processo di cura senza il quale noi non saremmo stati quello che siamo stati e non saremmo quello che siamo.

Eppure, molti giovani psichiatri non sanno di Basaglia, oppure ne hanno avuto un vago sentore. E’ il segno di una insufficienza non accidentale della formazione universitaria degli specialisti, una insufficienza che va denunciata che va rimediata giacché non si tratta di una distrazione, non è una svista.

Franco Basaglia ha indicato un nuovo orizzonte, ha tracciato una rotta e ha avviato il percorso. Bisogna proseguire, perciò, al lavoro e alla lotta!

Raffaele Galluccio, psichiatra, Castelnovo nè Monti (RE)

 

 

 

Un incontro decisivo

Avevo visitato, da studente universitario, il manicomio di San Servolo. Decisi che di certo non avrei mai scelto di fare lo psichiatra. Non avevo fatto i conti con l’anno che avrebbe cambiato radicalmente la mia vita, il ’68 con il movimento studentesco e almeno due libri: Marcuse con “L’uomo ad una dimensione” e “L’istituzione negata” con conseguente visita a Gorizia. Successivamente ho avuto la fortuna di poter frequentare con facilità, da veneziano, la bellissima casa sul Canal Grande di Franco e Franca Basaglia e di lavorare a stretto contatto con il suo collaboratore Domenico Casagrande. Non per mio merito, ho condiviso un pezzo di storia italiana, non solo della medicina ma della cultura e della buona politica. Senza Basaglia sarei stato un altro.

Guido Pullia, psichiatra, Venezia

 

 

 

Ricordare non significa soltanto fare i conti con la storia.

La memoria è, prima di tutto, selezione di temi e argomenti, scelta di idee da proiettare nel futuro; progetto, insomma.

Pensare Franco Basaglia oggi, dunque, impone di gettare lo sguardo ai traguardi ancora da conquistare: il consolidamento del risultato della chiusura delle ultime istituzioni psichiatriche totali, gli OPG; la sconfitta della tentazione – serpeggiante a livello politico e giudiziario – di ridurre le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza a nuovi manicomi giudiziari; il ripensamento della categoria dell’imputabilità e del doppio binario pena-misura di sicurezza; la denuncia costante dei frequenti episodi di contenzione, di segregazione e delle moderne “tecnologie di esilio” del disagio mentale.

Per i giudici di Magistratura democratica, tuttavia, c’è qualcosa di più.

È un qualcosa di fondamentale, che ha a che fare con lo stare insieme e con l’impegno collettivo sotto le insegne della propria professione e della democrazia.

Psichiatria democratica – per la cui nascita Franco Basaglia fu determinante – e Magistratura democratica hanno storia e percorsi comuni. Sono nate da una constatazione (e da una contestazione) rivoluzionaria: scienza e diritto non sono saperi neutrali e neutrali non sono quei ruoli tecnici – giudice e psichiatra – che li esprimono. Si tratta di professioni che portano con sé ideologie, visioni della società e delle relazioni umane. Anche qui si tratta di scegliere: accomodarsi su di una falsa idea di imparzialità, generalmente concordante con le logiche del potere e del controllo dominanti; oppure – come hanno fatto Franco Basaglia, Psichiatria democratica, Magistratura democratica – abbracciare giorno per giorno la gerarchia dei valori della Costituzione e l’impegno in favore dei diritti umani fondamentali. È a quella “scelta di campo” che occorre sempre porre mente per contrastare quelle derive autoreferenziali che, sotto la copertura del dogma del “potere buono”, intendono addomesticare giurisdizione e psichiatria.

Esecutivo di Magistratura Democratica

 

 

 

Matti da slegare

Erano i primi di settembre del 1975, a Mestre proiettavano alcuni film del Festival del cinema. Quella sera si proiettava ‘Matti da slegare’ di Agosti e Bellocchio.

Io ero in fondo alla sala e qualcuno bisbigliava: c’è Basaglia c’è Basaglia.

Quella sera cambiò la mia vita… mi iscrissi a Medicina e decisi che di mestiere avrei ‘slegato i matti’, come Basaglia.

Marcello Lattanzi, Psichiatra, Venezia

 

 

 

A Franco Basaglia

L’uomo è seduto da solo al banco. Al barista distratto racconta un pezzo della sua giornata, senza fretta, senza nemmeno poter immaginare che ogni sua parola sarebbe diventata, da lì a poco, un pezzo di storia.

Avessi visto i loro occhi, dice, le loro mani smunte con il filtro di nicotina ancora appiccicato alle unghie. Avessi visto le loro gambe incerte scendere veloci dal lettino di contenzione e più di tutto, li avessi guardati dentro mentre davano l’ultimo terrorizzato sguardo alla stanza degli elettrochoc…allora sì, sapresti con tutta la perfezione che un dio può concedere agli uomini, perché combatto, piango, rido e stringo loro le mani. Perché nessuna libertà può essere concessa, o riconosciuta. Essa è lì, dentro ogni possibile sofferenza. A me è toccato l’onere e l’onore di rivelarla al mondo. Scartarla, come si fa con le caramelle più gustose, e mostrarla nella sua devastante nudità ai colleghi benpensanti, scienziati che hanno smarrito l’anima dentro le pieghe inappuntabili del camice. In cambio mi hanno chiamato pazzo, visionario, un comunista del cazzo, ma io, Franco Basaglia ho solo avuto la necessità di credere in un uomo ed in un mondo migliore.

L’uomo, quand’ebbe finito di parlare, pagò il conto e scomparve…eppure tutti quelli che erano lì e quanti, per sempre, accorsero dopo, giurano che non sia mai andato via!!

Pietro Scurti, Psicologo, Napoli

 

 

 

Il Volto della libertà

Basaglia per me oggi, a quarant’anni dalla sua scomparsa, rimane ancora il “Volto della libertà” come lo era per me giovane ventenne abitante in un paese vicino ad Aversa, allora triste patria dei manicomi, il c.d. civile e il giudiziario. L’eco delle sue battaglie e delle sue idee arrivavano a noi giovani di provincia di allora che vivano da vicino quella istituzione opprimente e degradante che sembrava insuperabile. Lui ci diceva che si poteva fare, quelle persone potevano essere liberate, si poteva osare e pensare ad un modo diverso di vivere e di vivere la “follia”, un mito; uno dei miti di quegli anni settanta ricchi di stimoli e di tragedie. E quel “volto della libertà” negli anni successivi, negli anni della mia maturità, continua a vivere nei tanti volti di quelli che in tante occasioni sono diventati miei compagni di viaggio nelle battaglie per la libertà e la democrazia, i tanti psichiatri ed operatori di psichiatria democratica che continuano a crederci.

Aldo Policastro, Magistrato, Benevento

 

 

 

“io c’ero”

Che bello poter dire: “io c’ero”. Ho vissuto quel momento magico, quel fermento politico, quella vitalità sociale, in cui sembrava davvero che un’altra idea di comunità fosse possibile. Le persone, il vivere quotidiano, i bisogni reali e non indotti, il contesto abitativo, il lavoro, rappresentavano gli obiettivi da raggiungere o da migliorare, mentre il profitto sembrava essere una componente necessaria ma non sufficiente alla vita della collettività.

Anche la legislazione sanitaria ascoltò le istanze delle donne come nel caso della legge che legalizzò il ricorso all’aborto (194/78), e lì dove le persone non avevano voce per reclamare diritti e denunciare violenze, Franco Basaglia, si rese interprete delle rivendicazioni delle vite negate dei malati psichiatrici. Una lotta lunga e dura sostenuta dal forte convincimento e dalla tenace autodeterminazione di tanti compagni, medici e non che esitò nella Legge 180. Legge rivoluzionaria alla quale è toccato il medesimo destino di altre leggi di quel periodo, come ad esempio proprio la 194 citata prima. Entrambe infatti non sono state di fatto abrogate ma, complice il federalismo sanitario, in alcune regioni sono state disattese e continuamente minacciate, determinando grosse disuguaglianze nel nostro Paese.

Eppure nel “Piano d’Azione per la Salute Mentale 2013 – 2020” dell’OMS, di fatto vengono ripresi i cardini del pensiero di Basaglia, come ad esempio “fornire servizi di salute mentale e di supporto sociale comprensivi, integrati e capaci di risposta a livello territoriale”. Ricordiamo che l’ Organizzazione Mondiale della Sanità definì l’esperienza del manicomio di Trieste «punto di riferimento mondiale per la presa in carico dei disturbi mentali».

Credo quindi che sia tornato il momento di riprendere quanto riportato nelle sue Conferenze Brasiliane e cioè …non potendo vincere dobbiamo di nuovo ricominciare a con-vincere… , perché a dimostrare che “l’impossibile può diventare possibile” lo hanno già dimostrato le tante lotte vinte.

Ma come le donne vigilano sulla applicazione della 194, e sui i diritti della salute riproduttiva, così gli operatori tutti della salute mentale e non solo, sono attenti a che non si facciano pericolosi passi indietro nella presa in carico del disagio psichico.

Rosetta Papa, ginecologa, Napoli

 

 

 

“Vi abbiamo chiuso fuori”

“Cà del Vento”, dove lavoro, è una residenza nata nel 1990 durante il processo di deistituzionalizzazione del Manicomio Osservanza di Imola. L’edifico, all’interno del ex manicomio, è una palazzina con giardino e cortile delimitato da siepe e cancelli. Quando è stata aperta la residenza vi erano ancora persone che abitavano nei reparti e che passeggiavano nel parco. Qualche mese dopo l’apertura Giovanni, che da un po’ viveva con noi, era seduto nel giardino ed in quel momento passò nel parco un signore che abitava al reparto n.7 e gli disse: “ahah vi hanno chiuso dentro!” Giovanni si alzò si avvicinò al cancello e gli rispose: “no vi abbiamo chiuso fuori!”.

Nives Caroli, coordinatrice Cà del Vento, Imola

 

 

 

Bisogna prendersi cura del diverso

La chiusura dei manicomi non era lo scopo finale dell’operazione basagliana, ma il mezzo attraverso cui la società potesse fare i conti con le figure del disagio che la attraversano quali la miseria, l’indigenza, la tossicodipendenza, l’emarginazione e persino la delinquenza a cui la follia non di rado si imparenta. E come un tempo la clinica aveva messo il suo sapere al servizio di una società che non voleva occuparsi dei suoi disagi, Basaglia tenta l’operazione opposta, l’accettazione da parte della società di quella figura, da sempre inquietante, che è il diverso.
Ma bisogna prendersi cura del diverso. E cosa diventa la cura quando i rapporti sono intersoggettivi e non rapporti oggettivanti? La risposta di Basaglia è: “Io cerco di curare una persona, ma non sono certo se la curo o no. E la stessa cosa quando dico di amare una donna. È molto facile dirlo, e talvolta è persino falso, perché l’uomo tende ad un tipo di relazione e la donna a un altro. Quando si crea una relazione d’ amore, questa non è altro che una crisi, una crisi in cui c’è vita se non c’è dominio dell’uomo sulla donna o della donna sull’uomo”.

Rocco Canosa, psichiatra, Firenze

 

 

Il Lockdown

A quaranta anni dalla morte di Franco Basaglia viene spontaneo chiedersi cosa avrebbe pensato di questo periodo di lockdown e di emergenza per il coronavirus. Sono certo che avrebbe evidenziato il vecchio male della Medicina centrata solo sulle cure ospedaliere, con i servizi socio-sanitari poveri di mezzi e risorse e,quindi, incapaci di far fronte e filtrare nel territorio i bisogni della popolazione collegati alla diffusione del virus. La rivoluzione copernicana da lui realizzata spostando l’asse delle cure psichiatriche dall’Ospedale Psichiatrico, escludente e disumanizzante, nel territorio, era necessario estenderla a tutto il mondo della Medicina. In quegli anni settanta, così ricchi di istanze di cambiamento, anche Giulio Maccaccaro parlava di una “Medicina da rinnovare “,proponendo il potenziamento dei presidi territoriali di prevenzione e cura e lottando contro gli agenti inquinanti nelle fabbriche e nelle città. Le visioni di Basaglia e di Maccaccaro già quaranta anni fa denunciavano le contraddizioni di una Medicina solo riparativa e lontana dalle determinanti ambientali e sociali del disagio psicofisico,i cui effetti dannosi sono sotto gli occhi di tutti in questo periodo di emergenza virus . Chissà cosa avrebbe pensato Basaglia vedendo riprodotte nelle RSA per anziani e nei Centri per migranti le caratteristiche di istituzioni totali tipiche del manicomio. Nei suoi ultimi anni di vita, dopo aver dimostrato con la promulgazione della Legge n. 180 che “ciò che era impossibile era diventato  possibile “, ci aveva messo in guardia, attento  come era alle contraddizioni e allergico a ogni trionfalismo, verso il rischio di una manicomializzazione diffusa e subdola delle vite dei soggetti più fragili, se non si fosse mantenuta la massima vigilanza  a riguardo. La situazione attuale ci stimola a tenere sempre presenti e vive queste sue considerazioni nella ricerca continua e tenace di nuovi percorsi per il rinnovamento delle strutture sanitarie e sociali del nostro paese.

Filippo Cantalice, psichiatra, Bari

Il messaggio di Basaglia era universale e trasversale

Nel ’68 mi iscrissi a Medicina perché volevo diventare psichiatra, ispirato dal contesto di tolleranza e accettazione del diverso. L’istituzione negata di Basaglia come IL male oscuro di Berto e l’uomo ad una dimensioni di Marcuse, erano tra le letture e discussioni condivise. Ma il messaggio di Basaglia era universale e trasversale. Avendo pi scelto di diventare Anestesista rianimatore, mi sono via via impegnato in un percorso di umanizzazione delle cure invasive. Particolarmente nella terapia del dolore e nelle cure palliative ove una visione olistica corpo mente, privilegia un approccio globale alla sofferenza. Da ultimo vorrei sottolineare come oggi -nonostante i tempi bui– sono confortato dall’impegno costante anti istituzionale di Psichiatria Democratica che ho sempre condiviso nel corso degli anni.

Gennaro Savoia, Anestesista rianimatore, Napoli

 

 

 

Trieste 1977

Reseau Trieste 1977 andai da Torino in autostop, 23 anni, studente di Medicina, barba e capelli lunghi. Ci andai per Basaglia, Laing, Cooper…esperienza fantastica e irripetibile.

Chiesi di parlare con Franco, volevo fare a Trieste volontariato. Non ero il solo pero’….

Franco ci raduno’ tutti chiedendoci le motivazioni.

Io avevo appena letto ELOGIO DELLA FOLLIA, mi disse che con quei presupposti non sarei andato lontano. Mi disse che per Torino si stava lavorando (due anni dopo Agostino arrivò) ma che a Venezia a giorni si sarebbe istallato Nico Casagrande, aggiunse che avrei potuto trasferirmi a Verona, dove c’era il suo caro amico Terzian.

Lo ascoltai e feci molto bene.

Grazie FRANCO.

Ezio Cristina, psichiatra, Torino

 

 

Caro Franco

Sono passati 40 anni, ma ti sentiamo ancora profondamente vicino.
Oggi piu” di ieri ci manca la tua presenza perche’ la violenza nelle pratiche psichiatriche continua ancora e diritti delle persone vengono ignorati , calpestati  e prevaricati dalle ideologie dominanti  e dai saperi psichiatrici  antistorici  e  violenti  basati sul trinomio malattia biologica/ perdita di potere/ esclusione sociale .
Le tue lotte sono state determinanti ed hanno aperto una breccia nell’ ignoranza collettiva e scientifica  sulla comprensione del disagio psichico. La tua storia e il tuo esempio ci danno speranza e  luce per contrastare gli scempi sociali e giudiziari che quotidiamamente  contunuano ad essere perpetrati a danno delle persone che ricevono una diagnosi psichiatrica . Possiamo ritenerci fortununati perche’ l’Italia  e il mondo intero hanno guadagnato dal tuo esempio e dalle tue idee civiltà , cultura, ragione e emozioni per un mondo piu’ giusto e umano .
Grazie Franco

Gianni Carusi ( psichiatra, Sant’Egidio alla Vibrata, Teramo )

 

 

 

Libertà

Un profluvio di parole,verrebbe di riempire il foglio di una moltitudini di parole,ma poi tutto si perderebbe allora ne ho scelta una di parola libertà,ecco penso che l’inserimento della libertà all’interno del discorso psichiatrico sia l’autentica particolarità di Franco Basaglia.Nessuna costrizione,nessun legaccio, prepotenza,ricatto ,umiliazione.E’ vero il termine è abusato ed inflazionato anzi credo che sia la parola dal significato più multitask del vocabolario,la liberazione dalle catene per i pazienti psichiatrici è un fatto che risale alla rivoluzione francese ed è la ragione del manicomio.

Ma la libertà non è una offerta pietosa nè un regalo, sta nella relazione è un fatto legato alla reciprocità.La libertà è un fatto sociale deve essere di tutti deve in qualche modo respirarsi, e allora giù i muri non solo del manicomio ma di tutto quello che condiziona ricatta e che spesso doppiamente lega in modo tristemente pericoloso proprio l’altro capo della relazione l’operatore dei servizi di salute mentale.

Pino Palomba, psichiatra, Bari

 

 

 

Le proposte formative da utilizzare nei Servizi per la Salute mentale:

Più che ideologia basagliana bisognerebbe parlare di un’epistemologia basagliana utile a trovare domande e poi risposte in seno a quella contraddizione che riguarda le persone e la società e il rapporto esistente tra essa e la diversità esistenziale definita ‘follia’. In questo rapporto sta la formula basagliana. E più semplicemente alle domande poste dalla generazione di transizione, di chi come me ha solo potuto leggere della vicenda basagliana o ha avuto la possibilità d’incrociare gli ultimi basagliani – come Nico Casagrande -, le risposte che ho appreso  e mi sento di restituire stanno tutte dentro poche proposte formative da utilizzare nei Servizi per la Salute mentale:

1) non esistono risposte prefabbricate che vadano bene per ogni situazione. Ogni intervento va ritagliato e costruito sulla particolare situazione che si sta presentando nel qui e ora nella relazione che si sta realizzando;

2) mettere sempre al centro la persona, le sue opinioni, i suoi progetti, i suoi bisogni e definire in quale rapporto sono con quelli della società

3)porre periodicamente in dubbio che le prassi che si stanno applicando da tempo siano quelle corrette;

4) Avere sempre una visione Etica della questione;

5)Considerare che lo sforzo di applicazione pratica insito nella legge 833 agli art. 33, 34 costituisce la bellezza della stessa Legge Orsini n. 180/78; ribattezzata frettolosamente e con leggerezza ‘Legge Basaglia’. Essa impone e costringe ‘i tecnici del sapere pratico’ ad inventare, costruire e realizzare interventi ‘sulle persone e per le persone’ rispettandole ‘il più possibile’ nella loro dignità di cittadini nella cornice delle garanzie Istituzionali e Costituzionali.

Una legge di civiltà che rappresenta una prospettiva unica, quella di mettersi dalla stessa parte dell’altro e di vedere e sentire il mondo come lui, cercando di aiutarlo a trovare il suo personalissimo registro che gli consenta di vivere con la sua verità folle nel modo più pieno possibile.

Gianluca Monacelli, psichiatra, Roma

 

 

 

Un incontro con un paziente, con una persona, con le sue fragilità e la sua esigenza di dignità.

Il mio primo incontro con l’esperienza che poi sarà quella di Psichiatria Democratica fu una sera d’estate del 1975, appena arrivato ad Arezzo. Ero in macchina in centro con la mia ragazza (mia moglie da 42 anni). Un uomo anziano ci fece grandi gesti chiedendoci di fermarci. Era preoccupato. Ci chiese di accompagnarlo all’ospedale psichiatrico, poco distante. Era uscito in permesso e non riusciva a ritrovare la strada per rientrare. Ma si stava facendo tardi e non voleva che in ospedale pensassero che non era in grado di uscire da solo. Lo lasciammo all’inizio del viale alberato che porta all’ospedale. Si allontanò a passi veloci verso l’entrata. Il mio primo incontro con i temi di Psichiatria Democratica fu il migliore possibile: un incontro con un paziente, con una persona, con le sue fragilità e la sua esigenza di dignità.

Sergio Materia, magistrato, Arezzo

 

 

 

Un uomo capace di guardare oltre

Si può definire Franco Basaglia un profeta laico? Un uomo capace di guardare oltre. Di indicare una via di libertà da costruire? Forse. Ma non renderebbe appieno la figura di questo intellettuale straordinario. Perché quello che ha indicato come possibile lo ha anche praticato. E se può essere considerata un’utopia la legge 180 per il superamento di ogni segregazione e per la chiusura dei Manicomi, la sua è stata un’utopia“concreta”. Perché è stata il frutto di anni di lavoro e sperimentazione sul campo. Come tutte le vere utopie “concrete” ha richiesto il coraggio di aprire uno squarcio di luce su quanto per secoli si è negato, nascosto o vissuto come colpa irrimediabile: il disagio e la sofferenza psichica o addirittura la semplice diversità. Per questo la legge 180 è stata una vera rivoluzione. Ha chiesto e chiede non solo un impegno medico sanitario e delle istituzioni pubbliche, ma anche un cambiamento dei modelli culturali con una vera e propria conversione ai valori della nostra Costituzione.

E’ stato questo l’impegno “politico” di Franco Basaglia e di chi si è riconosciuto in Psichiatria Democratica: smascherare stereotipi e luoghi comuni, individuando problemi e cercando soluzioni in positivo, resistendo ai colpi di coda di chi, in nome di una presunta sicurezza, ancora oggi preferisce la segregazione alla cura. E’ sempre drammaticamente attuale e necessario contrastare chi crea allarme sociale e non indica soluzioni. E questo non solo per il disagio psichico, ma per tutte le emergenze sociali. Dall’immigrazione al recupero di chi è messo ai margini della società. Per il movimento costruito attorno a Franco Basaglia è stato naturale camminare con le forze progressiste del Paese. E profondamente “politica” è stata la sua denuncia del contrasto tra logica di esclusione e segregazione e percorsi di inclusione nel rispetto delle differenze indicati dalla Costituzione. Proprio questo spazio di intervento culturale e politico è stato colto con nettezza dal fondatore di Psichiatria Democratica (PD) e da allora perseguito con decisione da chi ha preso il suo testimone. Perché la logica della segregazione è la stessa della criminalizzazione del dissenso sociale e di ogni ”diversità”. Per questo Psichiatria Democratica è stata in prima fila in tutte le battaglie di civiltà per il riconoscimento della dignità di ogni persona.

A Franco Basaglia ai suoi collaboratori va riconosciuto il merito di aver fatto fare un passo in avanti alla crescita democratica del nostro Paese e messo a nudo la natura violenta di uno Stato allora impregnato di autoritarismo che faceva fatica a dare seguito alla Costituzione, ma ha anche fatto maturare la coscienza civile e democratica di tanti, li ha portati a riconoscere e tutelare i diritti delle persone in particolare quelle più fragili. Così, come lo Statuto dei lavoratori e il Referendum sul divorzio, ha contribuito alla crescita democratica e delle libertà civili della società italiana.

Roberto Monteforte, giornalista, Roma

 

 

 

Il Modello Lombardo

Ricordiamo che Medicina Democratica ha lanciato un appello a tutte le forze intellettuali, politiche e sociali affinché si analizzi l’accaduto e sulla scorta dei dati raccolti si rilanci la discussione intorno agli elementi fondativi della 833 del 78 , per difendere il bene comune che è il Sistema Sanitario Nazionale, cioè l’assistenza pubblica garantita a tutti. Nel corso del dibattito che ne è seguito si è messo in rilievo il crollo del modello lombardo ,messo in ginocchio dalla pandemia e sbugiardato tragicamente nel suo mito d’efficienza da 16.000 morti , il record in Italia ,un monito per tutte le regioni che intendessero percorrerne le stesse strade. Ma qual è il fulcro del modello lombardo che è andato in crisi? E poi, è solo un modello regionale estremizzato da politiche locali o è diventato un modello di assistenza nazionale? Il centro del sistema lombardo è l’ospedale, che diviene una struttura ipertecnologica, superspecialistica e sempre all’avanguardia nell’applicazione di terapie innovative: una sorta di castello ove si addensano i saperi e le armi più potenti contro i mali del mondo, ma anche un punto di forte attrazione nel mercato della salute o meglio delle malattie . Tutti quanti ricordano Formigoni quando si pavoneggiava dichiarando che gli ospedali lombardi attraggono migliaia e migliaia di pazienti da tutt’Italia e dal sud in Particolare Nella brutta vicenda Covid al contrario la Lombardia ha mostrato che questa guerra contro il virus si perde arroccandosi nei castelli ospedalieri ,per quanto magnificamente attrezzati ma si vince sui territori che le politiche locali avevano desertificato ed immiserito. E così la invincibile sanità lombarda ha esportato ammalati ed ha accettato di buon grado medici provenienti da tutto il mondo, Cuba compresa. Nelle discussioni che son seguite il pensiero è volato anche a Basaglia, alla sua critica radicale all’istituzione totale, il totem sanitario della psichiatria, il manicomio , che egli demolì dalle fondamenta, disvelando il vero fine di un luogo chiuso sorvegliato da un meccanismo autoritario che aveva la sola funzione sociale di segregare gli esseri umani scomodi dal resto della società .Ricordiamo che Maccacaro in parallelo sviluppò una critica radicale alla concezione stessa dell’assistenza sanitaria ribaltando la direzione della sua impostazione : dare priorità alla prevenzione rispetto all’intervento riparativo che richiederà sempre maggiori tecnologie, farmaci costosi e personale ultra specializzato per effettuare le cure e recuperare un danno progressivamente più grave e complesso .Il fondatore di medicina Democratica sviluppò inoltre una critica molto feroce sul concetto di cura impostato dal capitale ,che è sostanzialmente il recupero dei soggetti ammalati all’attività produttiva ,che non corrisponde alla riacquisizione della condizione di salute. Sembravano due percorsi paralleli che colsero quasi contemporaneamente, nel 1978, la legittimazione ufficiale in due leggi ,la 180 e la 833,che hanno segnato la storia di questo paese insieme alla 194. A distanza di 42 anni tuttavia abbiamo registrato al contrario come il nostro Sistema Sanitario si sia arroccato proprio in direzione contraria a quella indicata da Maccacaro mentre il tragitto delle idee di Basaglia sia andato oltre i limiti della capacità di assorbimento e neutralizzazione del sistema ,mantenendo aperta una breccia critica nella normalizzazione perseguita sempre dal potere .Mentre i manicomi sono stati in gran parte cancellati dal SSN, gli ospedali ,modello lombardo , si sono rafforzati su tutto il territorio nazionale . Secondo Ivan Cavicchi c’è stato un errore ,non si sa quanto accidentale, nella stessa stesura della 833 ,ed è stata l’assunzione acritica di una precedente riforma , la legge Mariotti, la 132 del 1968, che non metteva in discussione la concezione autocratica dell’ospedale ma anzi ne esaltava la funzione .Su questa ambiguità iniziale i governanti hanno costruito paradossalmente tutto il progetto dell’assistenza sanitaria italiana , ponendo il fulcro proprio nell’ospedalità e quindi rendendo secondario l’intervento sulla prevenzione, sulle cure primarie , sui territori. L’aziendalizzazione e la regionalizzazione introdotte negli anni 90 hanno poi trasformato gli ospedali in macchine di mercato in competizione tra loro e a livello nazionale. Questo passaggio da un lato ha contribuito all’eliminazione di tutte quelle strutture ospedaliere territoriali nate in epoche passate per esigenze diverse e   dall’altro ne ha accentuato il carattere autocratico con l’introduzione del Direttore manager. Questa, per definizione, è una figura monocratica ,impermeabile ad ogni tipo di controllo democratico .Va quindi riconosciuto un tributo alla memoria di Franco Basaglia ,a 40 anni dalla morte, recuperando ,a mio avviso la sua critica radicale verso le istituzioni totali, i manicomi ed applicandola anche alle aziende ospedaliere ,l’attuale totem del SSN . Bisogna smascherare la loro reale natura che con la cura ha ben poco a che fare ma attiene molto alle logiche del profitto e della privatizzazione .

Paolo Fierro, otorinolaringoiatra, Napoli V. Presidente Medicina Democratica

 

 

‘Pericoloso a sé e agli altri’

(…) Allora vigeva una legge per cui se una persona era ricoverata in un ospedale psichiatrico per più di 15 giorni, gli veniva scritto sui documenti‘Pericoloso a sé e agli altri’, ed era marchiato lui ed i suoi discendenti. Basaglia per aggirare questa sorta di marchiatura, teneva i degenti per 14 giorni, poi li rimandava a casa per un giorno, e successivamente li riaccoglieva, in modo che non avessero scritto sui documenti che erano stati detenuti in un ospedale psichiatrico. (…)     

(da: Gianfranco Manfredi, Ma chi ha detto che non c’è. 1977 l’anno del big bang, Agenzia X, Milano 2017) Per gentile concessione dell’autore.

 

 

 

Un ricordo lontano

Ho incontrato Franco Basaglia ad un convegno dell’Unione Province Italiane ad Arezzo, 6 mesi dopo l’entrata in vigore della legge 180.

E’ un ricordo lontano ma, tutto quello che lui ha rappresentato insieme al movimento di lotta al manicomio, ha accompagnato sempre il mio agire professionale ed umano.

Basaglia ha trasmesso un patrimonio di libertà, di democrazia e di lotte in difesa dei più deboli.

In Puglia, la lotta al manicomio di Bisceglie è stata negli anni ’80,un esercizio di pratiche di democrazia e di partecipazione, che dobbiamo a Basaglia e che ha reso i servizi territoriali, luoghi di emancipazione e di protagonismo degli utenti.

Oggi, in una realtà di impoverimento dei Servizi, non solo in termini di risorse ma anche di cultura, in cui nel lavoro in salute mentale predomina la medicalizzazione ed una visione organicistica della sofferenza psichica, il messaggio e la pratica di Basaglia, purtroppo poco conosciuti e diffusi, apporterebbero anche agli operatori un’apertura di orizzonti e nuovi entusiasmi.

Mariella Genchi, psicologa, Bari

 

 

 

“Per una Europa senza manicomi”

Ripercorrere gli anni delle grandi riforme vuol riportare alle coscienze la grande capacita’ di conquistare nuovi diritti perché in quegli straordinari anni si ridefinì, con le pratiche, il concetto di uguaglianza. .In quel contesto il Prof. Franco Basaglia rivoluziono’ non solo il concetto di malattia mentale con la grande opera di deistituzionalizzazione, buttando giù i manicomi (primo Paese al mondo!) ma ci aiutò a comprendere, fino in fondo. quanto il separare non potesse mai significare prendersi cura e come l’espulsione sia il frutto di una ben precisa costruzione sociale. La chiusura degli Ospedali Psichiatrici, luogo di dolore e di afflizione che furono sostituiti, negli anni, con le tante strutture territoriali di presa in carico della sofferenza, hanno dimostrato, anche ai più scettici, che Basaglia e basagliani avevano visto bene e lontano. Si apriva una nuova pagina per quanti soffrivano di disturbi mentali . Di questa rivoluzione sono stato sempre profondamente convinto tant’è che quando ero Segretario generale della CGIL del Piemonte, organizzammo insieme a Psichiatria Democratica nazionale un grande convegno europeo dal titolo “per una Europa senza manicomi” . A Torino in quella occasione si confrontarono, e per diversi giorni, un gran numero di operatori del settore, di uomini di cultura, dell’informazione, della politica, del sindacato e di familiari di utenti convegno., provenienti dalle più svariate realtà europee. Anche in quell’ incontro l’esperienza italiana, già diffusa in tutto il Paese, raccolse consensi notevoli, per le ricadute positive che il grande processo riformatore aveva reso possibile attraverso la legge 180/78.

Per tutte queste motivazioni ringrazio Psichiatria Democratica che continua a lottare e difendere la grande Riforma e i diritti di tante donne e uomini.

Vincenzo Scudiere, già Segretario Nazionale CGIL, Arona (No)

 

 

 

Trasformare i rapporti di violenza in modelli umani e sociali.

Vivo a poca distanza da un ex ospedale psichiatrico, il Cerletti, come usa dire da queste parti, in provincia di Milano. Un nome che evoca tristi pratiche e che oggi indica solo un ampio spazio con edifici che ospitano alcune scuole superiori. A ricordo della vita che si svolgeva in quel posto, in un angolo, coperta da erbacce, una vecchia portantina in metallo bianco. Gli studenti sembrano ignorare ogni cosa di quello che lì è stato. Buon per loro. Eppure c’è stato un tempo in cui la storia di un “malato mentale” poteva cominciare con una trasgressione alle norme del vivere sociale non dissimile da una delle loro “stranezze”. Un tempo in cui un padre poteva fare rinchiudere il figlio per guarirlo dalla sua omosessualità per esempio. Ingiustizia e discriminazione sociale hanno alimentato la ribellione , la lotta e la volontà di trasformare i rapporti di violenza in modelli umani e sociali. L’occupazione nel febbraio del’69 del manicomio di Colorno da parte degli studenti di medicina e degli infermieri che nella piazza principale di Parma rivelano i metodi di cura in uso nell’ospedale diede il via! Franco Basaglia condusse in porto la battaglia. Il 13 maggio 1978 la Legge 180 metteva fine all’oppressione dell’ideologia psichiatrica.

Alfredo G. Franceschini, psicologo, Nerviano (Mi)

 

 

 

La follia del manicomio

C’era una volta il manicomio, che era quella cosa per cui anche un bambino, dichiarato “pericoloso per sé e per gli altri”, poteva essere rinchiuso a vita. Come può essere un bambino pericoloso?

Dal 1913 al 1974 nel manicomio Santa Maria della Pietà di Roma furono internati 293 bambini con meno di 4 anni, e 2.468 tra i 5 e i 14 anni.

Ecco, valeva per tutti, bambini, anziani, giovani, donne. Poteva toccare a chiunque. Questa era la follia del manicomio. La follia per cui la diversità comportava l’internamento e varie forme di tortura senza cura.   E soprattutto la privazione della libertà, della dignità personale e del futuro.

E se non ci fosse stato Franco Basaglia? Se non ci fosse stato lui? Non so immaginare una risposta. Solo gratitudine.

Arturo Letizia, psicologo, Formia

 

 

 

Non sono un medico

Non sono un medico, non sono uno psichiatra, non sono un sociologo, non sono uno psicologo, non sono un operatore socio-assistenziale.

Eppure la costante attenzione alla natura ed alle caratteristiche dell’uomo e della società che mi viene dal mio lavoro di magistrato mi portano quasi irrazionalmente a condividere pienamente le parole di Franco Basaglia: «Io non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia».

Sono parole frutto di un’idea quarant’anni fa ( ma tuttora ) rivoluzionaria, che fu quella di distruggere un’istituzione totalmente assurda, quale quella dei manicomi, che serviva non a “curare” ma a “detenere” i folli, per curarli invece in realtà il più possibile piccole ed aperte.

Se, come rispondeva Basaglia a Sergio Zavoli («Le interessa più il malato o la malattia?», «Decisamente il malato»), ci interessano veramente i “malati”, lo spazio psichiatrico, con la sua funzione essenzialmente sociale-coercitiva ( di protezione per quelli che ne stanno fuori ), non può che rivelare la sua assoluta inutilità a fini terapeutici.

Franco Basaglia ha avuto il semplice, grande, merito di rompere il mutismo sociale ed accademico, che a livello italiano ed internazionale ha da sempre contraddistinto il dibattito ( se e quando c’era dibattito! ) sulla capacità vera di cura dell’istituzione manicomiale, come istituzione che ha sempre ignorato e schiacciato “l’uomo”, il “pazzo”, a proposito del quale più che pertinente si rivela quel passaggio pirandelliano ove leggiamo le parole intrise di finto stupore del personaggio di una novella, secondo cui “non sapevo che i così detti pazzi posseggono anch’essi quella complicatissima macchinetta cava pensieri che si chiama logica, in perfetta funzione, forse più della nostra, in quanto, come la nostra, non si arresta mai, neppure di fronte alle più inammissibili deduzioni”.

Grazie Franco, dunque, anche, ed anzi soprattutto, dopo quarant’anni …

Salvatore Cacace, magistrato amministrativo, Roma

 

 

 

Non è possibile separare la normalità e la follia

Tra le tante cose che ho appreso dai tuoi insegnamenti e che ho portato nella mia valigia durante il mio ormai lungo viaggio nel mondo della Salute Mentale e non della Psichiatria, mi è stato sempre caro e chiaro che non è possibile separare ciò che invece non è separabile, neppure per un solo giorno; la normalità e la follia, la vita e la cura.

Fin dalla nascita ogni persona vive immersa nel suo mondo naturale di riferimento, in una trama continua di relazioni significative con lo spazio vitale in cui si muove e si esprime, diventando soggetto portatore di identità, di memorie, di affetti, di diritti e di dignità che acquistano senso e valore all’interno di una storia familiare e sociale e che non si perdono mai in condizioni di sofferenza, anche intensa.

Non è possibile separare una persona con problemi di sofferenza dalla sua storia, dalle sue esperienze personali e familiari, dai luoghi della sua vita.

Mai più manicomi.

Ancora grazie, Franco.

Fedele Maurano, psichiatra, Napoli

 

 

 

Le terribili terapie di shock

Mi ero preparato per andare a Venezia per partecipare ai funerali di Franco Basaglia, mi sembra che fosse il 31 agosto o il primo di settembre del 1980, quando ricevetti la telefonata di Giuliana Ferri, la moglie di Hrayr Terzian, amico fraterno di Basaglia, la quale lavorava con me all’ospedale psichiatrico di Marzana –Verona, che mi chiedeva se potevo sostituirla nella guardia medica all’Ospedale perché doveva andare ai funerali di Basaglia. Conoscendo la profonda amicizia che c’era tra la sua famiglia e la famiglia di Basaglia, accettai di fare il turno di guardia al suo posto e così rinunciai ad andare ai funerali di Franco. A quei tempi ero iscritto a Psichiatria Democratica della regione veneta, impegnato nelle lotte per il superamento degli Ospedali psichiatrici,   e ho impresso nelle mente il giorno in cui nell’autunno del 1977 andai a una riunione a casa di Basaglia, insieme a Luigi Pavan e Federica Menaldo, due psichiatri che lavoravano con me all’ospedale di Marzana-Verona. Franco Basaglia, con cui mi ero incontrato e avevo parlato più volte in occasioni di convegni o riunioni, quel giorno era particolarmente teso perché ci preannunciava la prossima legge di chiusura degli Ospedali psichiatrici e voleva arrivare a quella data con la chiusura dell’ospedale psichiatrico di Trieste.

Che differenza di stile e di umanità tra la pratica umana e professionale di Franco Basaglia e la psichiatria manicomiale, di cui ricordo ancora le terribili terapie di shock che venivano praticate ( l’elettrochoc di Bini-Cerletti, la lobotomia trans orbitaria di Fiamberti, l’insulinoterapia, la malarioterapia, le cosiddette piretoterapie che causavano febbre altissime, i bagni in acqua ghiacciata e poi in acqua bollente degli ammalati ancora in auge negli anni 70. Ricordo ancora, quando ho iniziato a lavorare nel 1975 all’Ospedale psichiatrico di Siracusa le vasche da bagno e le terapie di shock.

L’assistenza psichiatrica alle persone ammalate è stata proprio rivoluzionata dal lavoro di Basaglia e dalla sua Equipe, da allora abbiamo scritto con sacrificio e sudore una nuova pagina, ricca di umanità, professionalità ed entusiasmo. Dobbiamo continuare a lottare e difendere questi valori perché il rischio d’involuzione, attraverso processi di aziendalizzazione, economizzazione e burocratizzazione a danno della salute, stanno diventando sempre più evidenti, causando un progressivo depauperamento di risorse, personale, strutture e mezzi, sottratti ai servizi di Salute Mentale

Gaetano Interlandi, psichiatra, Caltagirone.

 

 

 

Le lezioni Brasiliane

La prima volta che ho incontrato Basaglia avevo appena finito il militare ed ero in cerca di lavoro. Era un convegno per una prima verifica sulla applicazione della180 organizzato dalla provincia di Matera a Maratea. Ricordo che fui colpito dai suoi tics e che faticai non poco per riconoscere in lui l’autore dei libri che avevo letto. All’epoca per fortuna non si dava tanta importanza alle apparenze e, onestamente, mi vergognai così tanto della mia reazione che non ebbi il coraggio di condividerla con nessuno.

 Venivo da una formazione marxista poco attenta alla fenomenologia e quindi faticavo a seguire il senso più profondo della sua visione. Non ho mai avuto un innamoramento nel senso del colpo di fulmine. Sono stati il tempo e la pratica nei servizi a costringermi a modificarmi ed a farmi percepire sempre più il bisogno di un dialogo col suo pensiero. In 40 anni di lavoro nei servizi si rischia di appiattirsi  nella routine della mera gestione, ogni volta che sentivo crescere questo pericolo, mi ritagliavo il tempo per rileggere qualcosa di suo. In particolare mi risultavano utili le Lezioni Brasiliane con la loro passione di trasformare e con la loro radicalità nel porre le domande. Un esercizio per non permettere che si spenga il senso utopico del dialogo con la sofferenza e con l’istituzione, la soggettività di tutti, operatori e utenti.

Mario Serrano, psichiatra, Livorno

 

 

 

L’impossibile poteva diventare realtà

Lo ammetto e dichiaro la mia ritrosia, la mia scarsa propensione alle commemorazioni, convinto come sono che si corra il rischio che si trasformino in uno sterile esercizio di retorica.

Il miglior modo di ricordare Franco Basaglia, a 40 anni dalla sua morte, sta nell’impegno alla difesa della legge 180/78, indissolubilmente legata al suo nome, sporcandosi le mani e tenendo aperte le inevitabili contraddizioni tra “controllo e cura” insite nel lavoro quotidiano di salute mentale.

Solo un breve ricordo personale di quell’agosto del 1980 allorquando fece irruzione la notizia della sua morte. Ero alle prese con la tesi di laurea ed avevo ben chiaro ed esplicito l’obiettivo di fare lo psichiatra.

Da poco era scoppiata la bomba alla stazione Centrale di Bologna e l’Italia era preda degli “opposti estremismi”. Ignoravo che da lì a poco un pauroso terremoto avrebbe devastato (fisicamente e moralmente) ampi territori della Campania e della Basilicata.

Si preannunciava il riflusso.

Ma una cosa era certa Franco Basaglia aveva dimostrato che l’impossibile poteva diventare realtà.

Da allora è partito un continuo strenuo impegno, una dura lotta contro i reiterati tentativi di controriforma. Alle nostre spalle c’è la chiusura dei manicomi e degli OPG. Il nostro attuale impegno deve concentrarsi nel contrasto della desertificazione dei territori per l’atavica carenza di risorse e per le conseguenze della pandemia Covid Sars 2.

Ma questa è un’altra storia!

Giuseppe Ortano, psichiatra, Aversa

 

 

 

Ogni uomo è persona

Troppo semplice forse e …poco coinvolgente scrivere di un metodo di lavoro, di una prassi, di un approccio al disagio riferito all’insegnamento di chi (Basaglia ma non solo) di quell’approccio ha fatto scienza. Fare scienza di quanto meno scientifico in assoluto, questa è stata forse la vera “invenzione”. E quale invenzione meno inventata lo scoprire in ogni uomo una unicità? Scoprire che ogni uomo è persona, soggetto unico, Insomma che gli uomini hanno un’anima. Da sempre. Le donne solo dal Concilio di Trento.E allora?

Viva Basaglia il visionario, lo scienziato dell’ovvio riscoperto.

Gianfranco Carbone, infermiere, Bari

 

 

 

Un uomo dimenticato dal mondo

Era la prima volta che lavoravo in una struttura psichiatrica come educatrice, inesperta accompagno un ospite in un grande centro commerciale. Tra i corridoi vuoti mi ritrovo con gli occhi nei suoi, nel silenzio…. Ad un certo punto un brivido di paura attraversa la mia schiena, la sua storia prevale su quello sguardo ormai svuotato di senso dopo anni di abbandono familiare, manicomio criminale e farmaci, tanti farmaci. Un uomo che ha commesso un delitto, un uomo dimenticato dal mondo e da Dio. Poi lui sorride, quel sorriso ingenuo e pulito, il sorriso di chi ha avuto un’altra possibilità di fiducia, la paura scompare e la voglia di ricostruire prevale.

Vita Leoci, educatrice professionale, Genzano di Lucania (Pz)

 

 

 

Lavorando nella casa alloggio

Con Franco Basaglia sono state date risposte alla sofferenza mentale che negli anni passati hanno prodotto numerose violenze manicomiali. Ed a contrastare la segregazione e espulsione il tuo lavoro, quello dei tuoi collaboratori sempre più diffuso nel Paese a contrastare l’idea della ineluttabilità della malattia mentale che identificava le persone incurabili, croniche, e pericolose.

Posso dire che lavorando nella casa alloggio ho raccolto le storie sofferte di tante persone che hanno descritto le loro terribili esperienze in manicomio e soltanto con la Legge 180/1978, chiudendo quei luoghi ed attivando le case alloggio, si è dato dignità e rispetto agli utenti.

Concludo che facendo parte da anni dell’Associazione “Psichiatria Democratica” fondata dal prof. Basaglia, mi sento anch’io promotrice di un continuo cambiamento su tutto il territorio nazionale, difendendo quotidianamente le buone pratiche, i principi ed i valori della Legge di Riforma Psichiatrica.

Teresa Alamprese, Coordinatrice casa-alloggio, Maschito (Pz)

 

 

 

Un piccolo ricordo

Il mio è sicuramente un piccolo ricordo ma per me carico di emozioni (è la prima volta che lo racconto). Una riunione alla FLM a corso Trieste a cui partecipai giovane laureato in medicina e con desiderio di specializzarmi in psichiatria. Non ricordo l’anno, ricordo Pirella in piedi appoggiato alla parete, Casagrande e i suoi riccioli. Non ricordo il contenuto di quell’incontro ma invece ricordo bene i gesti, Pirella che parlava con molta calma e Basaglia che lo ascoltava in silenzio. Tutti parlavano alcuni anche animatamente. Mi sorprendeva il silenzio di Basaglia. Mi dicevo “ma questo sarebbe Basaglia?”. Non mi piaceva il suo modo di stare, le piccole domande che faceva quasi come se non sapesse di cosa si parlava.

Poi parlò…

Incredibile, rimasi folgorato dalla capacità di raccogliere tutto quello che si era detto, di rivoltarlo, di decidere, di trovare la soluzione. Non ho più avuto la fortuna di reincontrarlo e non ho avuto la fortuna di incontrare persone simili sebbene ho incontrato personaggi come David Cooper, Joseph Berke, John Bowlby, Loren Mosher, Bob Hinshelwood, Sergio Piro, Vieri Marzi, Agostino Pirella e tanti altri, ma non ho più incontrato una persona con quella forza, quell’energia e quella capacità di accogliere, ridefinire le opinioni trovare soluzioni convincenti (per me entusiasmanti). Nel mio lavoro quell’incontro è stato sempre un punto di riferimento, un piccolo tesoro che mi sono tenuto sempre ben stretto dentro di me.

Josè Mannu, psichiatra, Roma

 

 

 

Villa Rener

Penso a volte che lo studio di Basaglia, nella direzione del San Giovanni a Trieste, offrisse la possibilità di capire subito che genere di persona lui fosse. O meglio, naturalmente, non tanto la stanza, quanto il modo con cui lui l’abitava, il tipo di relazioni che v’intratteneva, la maniera, in sostanza, di concepire il suo lavoro. Villa Renner era un’elegante palazzina situata nella parte bassa del parco dell’ospedale: era la sede della direzione e degli uffici amministrativi. Al piano superiore c’era un piccolo appartamento che Basaglia usava durante la settimana come pied-à-terre; in basso, entrando, si accedeva, sulla sinistra, alla stanza degli impiegati, al centro c’era la grande sala delle riunioni, dove si svolgevano le famose e interminabili riunioni serali di tutto lo staff, andando verso destra si accedeva, infine, a una piccola stanza che serviva come anticamera per lo “studio” di Basaglia. La particolarità, la straordinarietà di quello studio si riassumeva in una semplice caratteristica: la porta di quella stanza era, per volere di Franco, sempre aperta, letteralmente spalancata. Il messaggio era evidente: la porta aperta non riguardava solo i ricoverati. La porta aperta riguardava tutti e tutto. Quell’accesso senza restrizioni rendeva manifesta la coerenza di quanto si diceva, la trasparenza delle decisioni, la gestione democratica del potere (oggi si direbbe che era l’empowerment, la governance). Dimostrava come lui, in prima persona, si mettesse in gioco completamente e in tutto.

Appena arrivato a Trieste, Zanetti aveva messo a disposizione di Basaglia la sua segretaria, trasferendola al san Giovanni dall’ufficio della Provincia: un’elegante signora, molto professionale che aveva cercato di dar ordine all’agenda del direttore e che si era mossa con tatto e discrezione, ma che, dopo un breve periodo, aveva rapidamente alzato bandiera bianca di fronte al caos (solo apparente, si badi bene!) con cui si muoveva Basaglia. Era subentrata, allora, una giovane impiegata, che era rimasta discretamente nella propria stanza e si era mostrata più flessibile nell’accompagnare i turbolenti impegni di Basaglia. Nell’anticamera era rimasto solo un anziano infermiere, che si era auto-assunto l’ingrato compito di proteggere Basaglia dall’invasione di medici, pazienti, visitatori, giornalisti, personaggi illustri o gente comune che quotidianamente varcavano disordinatamente quella porta. Lui, l’anziano-gentile infermiere, cercava inutilmente di disciplinare quel flusso continuo; si frapponeva con il suo corpo sul limite di quella maledetta porta sempre aperta…tutto inutile!

In quella stanza c’era il mondo: c’era il tecnico dell’ospedale che portava il problema dell’energia elettrica nei reparti, c’erano gli infermieri che parlavano dei loro problemi sindacali, i medici che parlavano dei loro successi e difficoltà nell’aprire i reparti, c’erano i pazienti che davano del tu a Franco, esponendo i loro desideri, ma anche partecipandogli le loro semplici gioie quotidiane e, insieme con loro, si potevano incontrare Goffman, Castel, Guattari, mentre Franco scriveva una lettera a Sartre o rispondeva a un invito per un simposio a Berlino o telefonava a Trentin, a Maccacaro e si intratteneva con Franca che stava a Venezia (Franco la interpellava ogni giorno, più volte: voleva la sempre sua opinione). Franco fumava, parlava a voce alta, rideva, rispondeva con il suo caratteristico accento veneziano alle domande che gli erano state formulate in inglese, in portoghese, in francese da parte di giovani stranieri venuti da ogni angolo del mondo per conoscerlo, per conoscere quell’esperienza, seguendo il suo invito, più volte da lui formulato “Venite a vedere!”. Qualcuno si assumeva il compito di tradurre, con discrezione, quelle risposte formulate in una improbabile lingua straniera: “Come ha giustamente detto Basaglia…” e ripeteva pari pari il suo pensiero.

E lui, Basaglia, ogni tanto si alzava in piedi, camminava aventi e indietro per la stanza, faceva una battuta ironica, muoveva la testa in uno dei suoi tic. Era evidente che gli piaceva quella situazione. Era narcisista? Forse, ma quello che colpiva era come lui vivesse gioiosamente quei momenti collettivi: lui amava la vita, gli piaceva sentirla pulsare. Tu eri entrato per esporre un tuo problema e alla fine partecipavi alla decisione dell’energia elettrica dell’ospedale e dicevi la tua a una domanda di Castel. Il tuo problema, a pensarci bene, era ormai risolto: era bastato respirare quell’atmosfera. Tutto era frenetico, vivo, autentico.

Forse in certi momenti Franco avrebbe desiderato un po’ di privacy e meno confusione; tanto più che alla sera ci sarebbe stata la riunione di staff allargata, che era fondamentale come momento collettivo di definizione delle strategie, ma era anche molto faticosa, perché c’erano i conflitti fra i gruppi e quella contestazione tipica dei figli verso il padre. Franco allora si accendeva un’altra delle sue Gitanes – la marca preferita da Ho chi Minh – e si ritirava al piano di sopra, lasciando che Nico lo sostituisse…ma la porta, no! La porta non poteva essere chiusa.

Nel disordine dell’ampia scrivania c’erano due romanzi, che – penso – Basaglia tentasse di leggere e che non vi riuscisse, perché il tempo era troppo pieno e troppo breve. Erano “Cento anni di solitudine” e “Un uomo senza qualità”. In quegli anni 70 erano due libri di moda.

Non ho mai pensato che ci fosse una intenzionalità da parte sua nel mostrare questa sua scelta di lettura; penso a una semplice coincidenza. Nel libro di Musil, il protagonista, Ulrich, è descritto come un uomo straordinariamente dotato di una “capacità di pensare in tutto quello che avrebbe potuto ugualmente essere e di non dare la minor importanza a quello che esiste, in relazione a quello che ancora non esiste”. E Franco era come Ulrich, un uomo dotato esattamente di quel “sentimento delle possibilità”, della capacità di pensare un’utopia e di credere in quello che contrasta il senso comune. Il libro di Garcia Marquez era, invece, la dimensione affascinante, magica di un mondo fantastico, di un’altra realtà possibile. Penso che quei due libri rappresentassero per la nostra generazione la necessità di vedere il mondo con uno sguardo diverso, penso che simbolizzassero la grande capacità di sognare, con la quale Basaglia ha finito per contagiare tutti noi: quel grande sogno della deistituzionalizzazione e della utopia di una società senza manicomi e senza ingiustizie.

Ernesto Venturini, psichiatra

 

 

In ricordo di Franco Basaglia

Sono passati quarant’anni dalla morte di Franco Basaglia. Ricordarlo non è commemorarlo, ma riportarlo nel cuore dei nostri pensieri per farne risplendere l’attualità e proseguirne la lezione.
Commemorarlo sarebbe semplicemente ripercorrerne la biografia e i risultati, pur tanto straordinari, ma la sua lezione ha scavato in modo più profondo e con prospettive più lontane.
Vorrei solo sottolinearne alcuni aspetti preziosi, che vanno più che mai promossi e custoditi.
1)È necessario dare valore alla persona sofferente, perché la sua sofferenza non diventi il suo tallone di Achille, il suo stigma e la sua emarginazione. Ciò significa tre cose: uscire da una generica proclamazione della dignità umana; riflettere sulle concrete condizioni in cui questa proclamata dignità viene cosificata, medicalizzata e schiacciata; iniziare una pratica coraggiosa e controcorrente per liberare la singola persona sofferente dall’abominio di una istituzione totale in cui era internata e dimenticata, se non torturata.
2)Avviare e proseguire, con tenacia indomabile, una lotta, al tempo stesso medica e sociale, per mettere in discussione e rivoltare i pregiudizi della medicina costrittiva e quelli della comoda e vile stigmatizzazione.

Tutto questo, e tanto altro, fece Franco Basaglia con i suoi collaboratori, amici e sostenitori. Dalla sua azione nacque l’abolizione dei manicomi civili prima e dei manicomi giudiziari dopo. Si sviluppò, perciò, l’esigenza di creare strutture sanitarie e sociali di prossimità, capaci di aiutare il sofferente mentale affrancandolo dal suo stato di abiezione.
Occorreva coraggio per contestare radicalmente i manicomi, e lui l’ebbe. Occorreva coraggio per denunciare in modo analitico gli errori della medicalizzazione psichiatrica, e lui l’ebbe. Occorreva coraggio, anche impopolare, per chiedere a ogni comunità civile di farsi carico del disagio umano costituito dai poveri sofferenti, e lui l’ebbe.
Questa lezione è bastata? Certo, è stata molto importante. Ma non è bastata. Molto c’è ancora da fare.
Pensiamo ai giorni nostri e a quanti pregiudizi analoghi bisogna combattere per continuare questa e altre battaglie. Nessuna emarginazione può essere separata dalle altre. Vediamo gli ostacoli che ancora oggi contrastano il cammino:
1) combattere gli argomenti, sempre ricorrenti, che ironizzano sul cosiddetto “buonismo”, considerato stupido e superficiale;
2) combattere gli argomenti propri di una medicalizzazione fondata sulla pura gestione farmacologica della corporeità;
3) combattere una persistente disattenzione per le condizioni del sofferente mentale, spesso aggravate da una società malata.

Si sono chiusi i manicomi, ma le emarginazioni non sono finite. Anzi, si rischia di tornare indietro. La lezione di Franco Basaglia non è solo un patrimonio storico, ma è un sempre nuovo segnale di urgenza. Per il suo coraggio e la sua lucidità.
Non è facile proseguire questa lezione, soprattutto quando a contrastare i progressi nell’umano si muovono coloro che dovrebbero essere chiamati, in base alla loro stessa autodenominazione, gli “anti-buonisti”: cioè i “cattivisti”, abituati a pensare che l’intelligenza consista nella cattiveria, perché è degli idioti la bontà.
Questo ricordo di sé Franco Basaglia ancora ci consegna, ed è una grande sfida per il nostro prossimo futuro. Non bisogna abbassare la guardia, ma continuare a essere intelligenti, operosi e solidali.

 

Giuseppe Limone, docente universitario, Napoli

Evviva la Legge 180

13 maggio 1978

è approvata la Legge Basaglia

così lo ricorda, con uno splendido cartone animato, “La Bottega del Tempo”

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W il 1 Maggio

“… L’ideale che in un 1° Maggio non lontano gli uomini si riconoscano tutti liberi e fratelli, le fabbriche cessino di forgiare strumenti di morte, ci sia per tutti lavoro e riposo, la produzione non subisca carestie né congestioni, l’arte e la scienza, veri fini dell’umanità attingano a nuove conquiste.

Utopie? Ci si arriverà, siatene certi. Dipenderà da noi l’arrivarci in dieci anni o in dieci secoli. Solo allora potremo dire che il sacrificio dei tanti caduti nella lotta non è stato sterile.”

 

Primo maggio vittorioso

Prendiamoci per mano, oggi, uomini e donne di tutto il mondo, sfiliamo per le strade delle nostre città in rovina, cantiamo, se il nodo di commozione che ci stringe la gola non ce lo impedisce: è il primo maggio, il primo maggio più radioso che l’umanità abbia festeggiato finora.

Sogniamo? o forse fu un sogno quello che trascorremmo, un torbido incubo che terrorizzò il mondo per una lunga teoria d’anni ed ora è svanito? Il momento atteso per anni con impazienza sempre più assillante, invocato giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, trasfigurato dalle nostre menti quasi in un mito irraggiungibile. Quel momento ora è giunto.

Chi pensa più ai lutti, alle sofferenze, alle rovine? La vittoria è arrisa alle forze della libertà, della giustizia, del progresso. La stanca umanità oggi appuma garofani rossi sulla sua veste di lutto.

La storia continua. Il cammino dell’uomo verso il completo affrancamento morale non poteva arrestarsi contro i muraglioni e i «bunker» dell’Organizzazione Todt. Le costruzioni di cinque secoli di progresso non potevano crollare per le esplosioni delle V2. Il fascismo – e con questo termine comprendiamo anche il nazismo e i vari movimenti reazionari affini sorti in Europa dopo la prima guerra mondiale – il fascismo che si proponeva di cancellare le conquiste di almeno cinque secoli e di riportare la società al livello morale del medioevo, non rappresenta che una oscura parentesi di un venticinquennio nel bilancio della storia.

Parentesi? Possono nella storia del progresso esistere parentesi? Come si spiegano? Che fu insomma questo fascismo che arrecò al mondo più rovine di qualsiasi catastrofe ed ora agonizza sotto l’impeto delle armate di tutte le nazioni, unite contro di lui?

In questo primo maggio di eccezione – di eccezione soprattutto per noi Italiani ai quali per oltre vent’anni fu impedito di festeggiarlo – noi salutiamo i grandi ideali cui la festa è dedicata: l’affrancamento del lavoro dal tallone capitalista che usa del lavoratore come una merce o di uno strumento, l’unione fraterna di tutti i popoli, senza più frontiere né mercati da conquistare a mezzo di periodiche guerre, l’eguaglianza di diritti di tutti i lavoratori di fronte ai beni che il lavoro produce.

Fu contro questi ideali umanitari, i più sublimi cui mai uomo aspirasse, che sorse il fascismo; a essi ideali mosse guerra e ad essi tentò di sostituire le folli e retoriche ideologie imperialiste e razziste, il reazionario culto delle tradizioni e una sua cosiddetta etica fatta di sopraffazione e violenza. Perché? Quali le ragioni ultime di tutto questo?

Troppo facile ed insoddisfacente sarebbe l’additare come sola causa la volontà di due folli megalomani, il prodotto di due cervelli malati, ricoperti rispettivamente da un cranio pelato e quadrato e da un ciuffo sbilenco ed obliquo. La storia è risultato di complicati giochi di forze economiche, non prodotto di volontà individuali.

Alla luce dei recenti avvenimenti i due dittatori ci appaiono immensamente piccini al confronto degli eventi da loro scatenati.

Il fascismo fu la sbirraglia scatenata contro il proletariato per impedire la sua emancipazione: questa la manifesta realtà dei fatti. Il mostruoso fu che essa venne posta al governo del paese. Nel ’22 la libertà politica fu venduta pur di conservare la libertà economica.

Sotto la nera bandiera della reazione trovarono subito un comodo usbergo istituzioni, che mutato il vento furono le prime a trasferirsi all’opposizione.

Polizia, esercito, burocrazia trovarono nel clima fascista l’ambiente ideale a prosperare in una corruzione beata e incosciente. Possono oggi queste istituzioni continuare a funzionare se non profondamente rivoluzionate?

Molto dobbiamo distruggere se molto vogliamo ricostruire.

Ma più infami di tutte furono le recenti imprese,da quando, dopo il collasso del ’43, tramontati i miti imperialisti, perduto l’appoggio del capitalismo e passato all’incondizionato servizio del padrone tedesco, il fascismo scoprì d’essere nientemeno che repubblicano e sociale.

C’era contraddizione nei termini ma tanto, erano solo parole e nessuno le prese sul serio. Di fatto il cosiddetto fascismo repubblicano non fu che una organizzazione poliziesca e spionistica al soldo dei tedeschi e non occorre rinnovare il troppo fresco ricordo dell’infamia di cui si coperse.

Questo fono a ieri, a pochi giorni fa. E adesso…

Ancora pochi giorni or sono mentre combattevamo sotto le raffiche dei “mitra” fascisti e dei “machine-pistole” nazisti, ancora non osavamo sperare che il 1° Maggio avremmo lasciato il moschetto per la penna. Ma sia impugnando la penna, sia il moschetto noi continueremo a combattere per il medesimo ideale.

L’ideale che in un 1° Maggio non lontano gli uomini si riconoscano tutti liberi e fratelli, le fabbriche cessino di forgiare strumenti di morte, ci sia per tutti lavoro e riposo, la produzione non subisca carestie né congestioni, l’arte e la scienza, veri fini dell’umanità attingano a nuove conquiste.

Utopie? Ci si arriverà, siatene certi. Dipenderà da noi l’arrivarci in dieci anni o in dieci secoli. Solo allora potremo dire che il sacrificio dei tanti caduti nella lotta non è stato sterile.

 

Dalla  “La voce della democrazia”, uscito martedì 1° maggio 1945

Giornata della memoria. Ricordare, raccontare

Giornata dedicata a Paolo Tranchina. Miti, inconsci e prassi alternative

Firenze 22 febbraio 2020

ore 9-13, 14-17

Via di San Salvi 12 (ex O.P.) palazzina 16

Presso il Teatro Chille de la Balanza

 

organizzata da:

  • Psicoterapia Concreta
  • Psichiatra Democratica
  • Compagnia Teatrale Chille de la Balanza

 

Chi è interessato ad intervenire con un contributo al massimo di 10 minuti è invitato a comunicarlo entro il 31 gennaio 2020

Abolire o contenere la contenzione? – Firenze, 14 febbraio 2020

Città di Castello ricorda Fabrizio Ciappi

il 21 dicembre a Napoli con il Ministro della Salute Roberto Speranza